Candida Höfer. Memory of Museo Hermitage, San Pietroburgo

Architettura, Arte contemporanea, East magazine, Mostre
“Volevo catturare il comportamento delle persone all’interno di edifici pubblici, così ho iniziato a scattare fotografie di teatri, palazzi, teatri, biblioteche e simili. Dopo qualche tempo, è diventato chiaro per me che quello che fanno le persone all’interno di questi spazi – e quale traccia questi spazi lasciano in loro – è più evidente quando nessuno è presente, proprio come un ospite assente è spesso oggetto di una conversazione”.  Lineare, pulita, precisa al millimetro, come una delle sue tante, celebri fotografie, a proposito delle quali l’Hermitage è fiero di presentare un’inedita selezione di venticinque immagini legate ad una visita ufficiale della fotografa risalente all’anno scorso.
Così Candida Höfer commenta il suo lavoro, cominciato nel 1976 tra i banchi dell’Accademia tedesca di belle arti di Düsseldorf, un percorso scoperto e incoraggiato da Bernd e Hilla Becher, che furono non solo suoi insegnanti nella Classe di fotografia, ma veri e propri fautori di un nuovo approccio tecnico alla fotografia, basato sulla consapevolezza dell’operatore e sull’idea che deve guidarlo dietro l’obiettivo. Grazie all’alto livello di istruzione e di formazione tecnica e artistica ricevuta, Candida Höfer è oggi considerata una maestra della fotografia contemporanea, al pari dei colleghi Andreas Gursky, Thomas Ruff e Thomas Struth. Ciò che differenzia le sue immagini da quelle di questi ultimi coetanei altrettanto celebri, è la cura che dedica a rivelare tutto il possibile di ogni spazio inanimato su cui si sofferma, consacrandone la personalità unica, potenziandone il carisma a prescindere dal fatto che siano edifici più o meno famosi, contenitori di storie e accadimenti degni o meno di nota. Candida Höfer ha ritratto architetture di ogni epoca come se stesse fotografando grandi personaggi – intesi come soggetti parlanti -, dando voce alla luce, permettendole di invadere ogni angolo e rivelare ogni curva, ogni dettaglio. Infatti, altra caratteristica immediatamente riconoscibile nelle opere della Höfer è la luminosa trasparenza della fotografia, ripresa sempre e rigorosamente in condizioni di luce naturale, quando i luoghi prescelti risplendono al massimo della loro potenza espressiva. Inoltre, per essere certa che non venga perso alcun particolare, è sua abitudine mostrarli al pubblico in formati generosi, spesso di due metri per due.
Non stupisce quindi come davanti al suo obiettivo molti capolavori architettonici quali musei, biblioteche, palazzi reali abbiano incantato il pubblico e la critica, e come contemporaneamente abbiano raccontato storie che celebrano il passato, fatte di stile e conoscenza, eleganza e precisione. Non a caso la sua ultima personale, allestita presso gli spazi dell’Hermitage di San Pietroburgo, è stata intitolata Memory. Essa rende omaggio ai tesori dell’architettura imperiale del tempo degli zar attraverso venticinque scatti, una panoramica esaustiva realizzata dall’artista durante l’estate dello scorso anno, quando in due settimane ha potuto ammirare il teatro Mariinsky e il Palazzo Yusupov, il Palazzo di Caterina a Pushkin e la Biblioteca Nazionale russa, e, naturalmente, le gallerie del Palazzo d’Inverno, oggi museo dell’Hermitage.  Il reportage oggi visibile nelle sale dello scrigno imperiale è un omaggio commovente all’amore russo per il rococò e per lo stile neoclassico, per lo sfarzo e il rigore, la storia e la leggenda.
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