STORIA DI UNA COLLEZIONE ROMANA E DI CONNESSIONI TRA ANTICO E CONTEMPORANEO

Arte contemporanea, Il Giornale delle Fondazioni, Interviste
La Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli  a Villa Lontana, Roma – da più di quindici anni attiva per la ricerca e la divulgazione della storia dell’arte antica, in particolare quella romana – ha recentemente ampliato il proprio raggio d’azione, attivando una collaborazione con curatori e artisti contemporanei impegnati nel recupero di Villa Lontana, alle porte della capitale. Ne parliamo con Daniela Ricci, curatrice scientifica della Fondazionee la curatrice degli eventi di Villa Lontana, Vittoria Bonifati.
La Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli è stata istituita il 19 marzo 2004 dai figli di Dino ed Ernesta Santarelli, imprenditori e grandi collezionisti d’arte antica, con l’intenzione di perseguire gli intenti dei defunti genitori, da sempre grati alla città di Roma e per questo attivi nel panorama culturale della città. Una riconoscenza espressa infatti attraverso opere di divulgazione e tutela delle sue ricchezze architettoniche ed artistiche, mediante la promozione in prima battuta di iniziative culturali, pubblicazioni, prestiti ad Enti e Istituti ed esposizioni temporanee delle opere collezionate negli anni.
Un’attenzione particolare che non ha però impedito alla Fondazione di ampliare orizzonti e terreni di azione e partecipazione, come dimostra la recente collaborazione con Villa Lontana, storico edificio romano di recente riportato agli antichi splendori dopo secoli di abbandono, attorno al quale è stato costruito un programma che prevede esposizioni temporanee di opere di artisti contemporanei, la prima da poco conclusa intitolata Sculptureless Sculpture, la seconda invece inaugurerà dopo la pausa estiva. Un’iniziativa eccezionale, se si considera che il cuore della collezione Santarelli è composto soprattutto da marmi colorati, sculture e gemme, legato ad un interesse particolare nei confronti della scultura lapidea e alla glittica, una passione che non ha impedito di trovare punti di contatto con il contemporaneo, di supportare i giovani artisti e farsi fonte di ispirazione oltre che voce con cui avviare un dialogo proficuo.
Come si incontrano e collaborano proficuamente due realtà incentrate su percorsi così differenti? Ne abbiamo parlato con Daniela Ricci, storica dell’arte della Fondazione, e la curatrice degli eventi di Villa Lontana- insieme alla collega Jo Melvin – Vittoria Bonifati per saperne di più sulle attività previste per quest’anno ed i risultati raggiunti in quasi due decenni di lavoro.
La Fondazione Santarelli è nata nel 1999 a Roma, per volere di Paola, Santa e Antonio Santarelli, in memoria dei genitori collezionisti. La vostra raccolta di opere d’arte è famosa per comprendere pezzi unici della statuaria romana, marmi colorati della Roma imperiale e pitture su pietra, opere che spaziano dal periodo tolemaico all’inizio del XIX secolo. Di recente si è parlato della collezione in relazione ai progetti in collaborazione con Villa Lontana, a Roma. Potrebbe fornirci qualche informazioni aggiuntiva in merito a questo particolare contesto? 
(Daniela Ricci) La campagna romana è ricca di dimore che associano il carattere residenziale a quello agricolo, caratterizzate da un casino al centro di campi di vaste estensioni con alcuni manufatti rustici a uso dei contadini. Lungo la via Cassia, nell’area già appartenente alla più ampia tenuta della Farnesina, detta anche di Tor Vergata, Villa Lontana ne è un esempio illustre: un fondo antico, sui resti di tombe e costruzioni romane lungo la via consolare, con un’estensione di terreni che giungeva fino a Ponte Milvio, un casino destinato ai soggiorni dei proprietari che nei secoli si è arricchito di arredi di pregio e di un giardino circostante. La tenuta di Tor Vergata è menzionata sin dal Medioevo, importante per la sua vicinanza allo snodo del traffico viario costituito da Ponte Milvio e al tracciato della Via Francigena. Tra le opere di scultura che fanno parte dell’arredo del casino di villa e che furono acquisite, molto probabilmente, dal principe Stanislao Poniatowski, rivestono un ruolo centrale i rilievi di pertinenza di Antonio Canova, copie in gesso da originali antichi di grande pregio conservati nei maggiori musei del mondo quali i Vaticani, il Nazionale di Napoli o il Louvre di Parigi. Al principe polacco sono attribuite consistenti migliorie della tenuta e, soprattutto, la decorazione del casino con uno splendido rilievo in marmo, opera di Berthel Thorvaldsen, raffigurante “Il Trionfo di Alessandro” a Babilonia. Tra i successivi proprietari della Villa il console inglese Giovanni Freeborn – a cui va attribuita la denominazione di Villa Lontana – che vi soggiornò dal 1832 al 1859 e che introdusse notevoli migliorie, tra le quali la creazione di uno splendido giardino organizzato secondo lo stile “all’inglese”, ricco di piante provenienti da paesi lontani. La storia successiva non riserva elementi degni di nota, ma è segnata da una progressiva perdita di importanza della tenuta e, a partire dal dopoguerra, dalla lottizzazione di gran parte del terreno, fino alla riduzione dell’estensione di pertinenza della Villa a poco più di un ettaro e mezzo.
Nel 2013 la Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli ha pubblicato un importante volume dedicato alla storia di Villa Lontana, per raccontarne le vicende storiche dalla costruzione fino al recente restauro conservativo che ha valorizzato la struttura. Potrebbe raccontarmi qualcosa di più in questo senso, in termini di tempistiche richieste sia dall’intervento di restauro, sia di approfondimento e studio di una realtà tanto amata dai cittadini della Capitale? 
(Ricci) Ripercorrere la storia della Villa Lontana ha permesso di analizzare le trasformazioni di un territorio che da campagna è diventata zona residenziale, di una tenuta che da vigna si è trasformata in giardino esotico, di un edificio che da casale rurale ha assunto l’aspetto di casino di delizie, seguendo le tracce di illustri personaggi che vi hanno lasciato i segni del loro passaggio, e fino all’ultimo intervento che ha dato nuovo lustro e decoro al luogo, arricchendolo di una collezione di pregevoli sculture di grandissimo interesse, sistemate in ambienti valorizzati da pavimenti di marmi romani che riprendono prestigiosi esempi di età imperiale. Il restauro del complesso, realizzato nel 2005-2006 con grande rigore filologico e rispetto dell’assetto storico, ha fornito l’occasione per ripercorrerne la storia, a partire dal ruolo dell’antica via Cassia e di Ponte Milvio. Gli scavi effettuati nell’area per la realizzazione di un parcheggio interrato hanno consentito la scoperta di una interessante necropoli con ben 160 tombe scavate e dotate di corredi funerari di grande importanza. Sono state ritrovate anche alcune epigrafi che testimoniano la presenza, lungo la via consolare, di tombe di soldati pretoriani romani per lo più provenienti dall’Etruria.
L’inizio del 2018 ha visto la presentazione di un nuovo progetto curatoriale con sede proprio a Villa Lontana, incentrato sulle produzioni artistiche contemporanee. L’idea e lo sviluppo del progetto sono opera di Vittoria Bonifati, curatrice specializzata nel contemporaneo, che lavora tra Londra, l’India e Roma, insieme alla curatrice inglese Jo Melvin. La prima mostra è stata inaugurata il 16 maggio 201 con il titolo Sculptureless Sculpture, un percorso espositivo studiato in collaborazione con la Fondazione e le sue collezioni. Mi può raccontare com’è nata la collaborazione con una realtà ed un progetto artistico legati in particolare alla contemporaneità? 
(Vittoria Bonifati) In realtà la prima collaborazione della Fondazione Santarelli con il contemporaneo è iniziata nel 2016 – e si è conclusa pochi giorni fa – acquistando Flat Time House, la casa studio dell’artista concettuale inglese John Latham. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2007, la famiglia di Latham ha deciso di trasformare il suo studio in uno spazio non-for-profit per sviluppare mostre, programmi di residenza e workshops basati sulla ricerca curatoriale e artistica. La famiglia Santarelli è venuta a conoscenza del lavoro di John Latham nel 2014 alla Triennale di Milano – prima mostra personale dell’artista in un’istituzione italiana – cogliendo molti parallelismi tra lo sviluppo della pratica artistica di Latham e l’arte italiana dagli anni ’60. Roma è stata una città di grande importanza per John Latham: nel 1944, durante la liberazione di Roma dagli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, Latham visitò Palazzo Venezia, dove erano esposti due dipinti di El Greco. L’artista racconta di aver avuto “un’istante visione” (“instant vision”) che lo ha segnato profondamente nella sua coscienza, tanto che il lavoro di El Greco è diventato molto importante per lo sviluppo artistico di Latham. La scoperta di questa vicenda ha avvicinato molto la famiglia Santarelli al lavoro di Latham e al programma artistico di Flat Time House, e quando nel 2016 quest’ultima ha rischiato di chiudere per mancanza di fondi, la Fondazione Santarelli è intervenuta mettendo al sicuro la proprietà, per creare un ponte tra l’antico e il contemporaneo e permettere a Flat Time House di continuare il programma di mostre residenze e workshops così centrale alla sua identità. Le due Fondazioni hanno diverse storie e obiettivi, ma per entrambi l’importanza di raccontare e condividere una storia con un pubblico più ampio – una l’amore per Roma e la sua storia, l’altra la pratica artistica di John Latham in conversazione con il lavoro di altri artisti contemporanei – è la chiave di tutto, una chiave comune.
Personalmente erano diversi anni che immaginavo un modo per aprire la collezione Santarelli alla contemporaneità, ma non avevo ancora trovato la giusta chiave di lettura per avviare un nuovo dialogo – così presente in una città come Roma –  tra l’antico e il contemporaneo. Ora si è presentata l’occasione. La direzione artistica del progetto è curata da me e Jo Melvin e prevede lo sviluppo di due mostre ogni anno a Villa Lontana, insieme a un programma di residenze per artisti. Immaginiamo di invitare un artista ogni anno a Villa Lontana che avrà accesso, per la sua ricerca e sviluppo artistico, agli archivi ed alla collezione della Fondazione Santarelli. La prima mostra è stata appunto “Sculptureless Sculpture” e si è sviluppata a seguito di una lunga conversazione con Jo Melvin e l’artista inglese Jeff Gibbons, avvenuta nel giardino di Villa Lontana nel gennaio del 2018. Avevamo visitato vari musei e gallerie di arte classica e, tornati a Villa Lontana, ci è venuto in mente il lavoro di John Baldessari “I Am Making Art” (1971) in cui l’artista americano posa davanti a una telecamera nel suo studio di LA e ad ogni movimento afferma di essere un’opera d’arte. Chiaramente Baldassarri aveva in mente la scultura classica, e questo lavoro ha aperto la conversazione sull’apparente staticità della scultura in relazione alla performatività del corpo, portando alla costruzione della mostra “Sculptureless Sculpture” con opere di John Baldessari, Elisabetta Benassi, Ketty La Rocca, Mario Merz ed Ad Reinhardt.
Come e perché sono state selezionate determinate opere della Fondazione Santarelli da far dialogare con i video di artisti contemporanei presenti in mostra? Quali sculture sono state selezionate?
(Bonifati) Per la costruzione del percorso e la scelta delle opere ci siamo ispirate a testi presenti in mostra, quali “The Shape of Time”, “Remarks on the History of Things” di George Kubler, “Atlas How to Carry the World on One’s Back?” di Georges Didi-Huberman, e il saggio di Susan Sontag “On Silence” e “The Death of the Author” di Roland Barthes entrambi presenti in Aspen 5 + 6 pubblicato nel 1967/68 sotto la supervisione di Bran O’Doherty. La scelta curatoriale è stata abbastanza intuitiva, si è sviluppata in modo organico con la scelta dei video e per questa prima mostra a Villa Lontana ha portato alla selezione di diversi lavori dalla Fondazione Santarelli in un arco temporale compreso dal VII a.C. al XVIII d.C.. L’idea era di mettere insieme una mostra di scultura senza sculture, in cui gli unici oggetti in mostra erano le opere della Fondazione Santarelli in conversazione con i lavori video, partendo dall’idea che la scultura è movimento. “Sculptureless Sculpture” ha sviluppato e dato voce a quest’idea, guardando al video come ad una serie di immagini in movimento con cui, in relazione alle sculture, si è voluta creare una dinamicità tra due pratiche artistiche apparentemente opposte.
“Son of Niobe” (2013) di Elisabetta Benassi è un lavoro sviluppato dall’artista romana venti anni dopo l’attacco terroristico alla Galleria degli Uffizi. Il lavoro raffigura uno dei figli di Niobe morto due volte, la prima nel mito greco e di nuovo nel 1993 a causa dell’esplosione agli Uffizi. “Appendice Per Una Supplica” (1972) di Ketty La Rocca è stato presentato per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 1972, si tratta di un lavoro che gioca con l’idea del frammento, la performatività del corpo e il linguaggio e, proiettato nel garage di Villa Lontana, ha creato un interessante gioco visivo e concettuale con alcuni dei lavori in mostra. “Lumaca” (1970) di Mario Merz era uno dei video parte del progetto di Gerry Schum TV Gallery, parte di un progetto formato da due mostre “Land Art” (1969) e “Identifications” (1970). “Lumaca” fa parte di “Identifications”, un lavoro che vede Mario Merz disegnare una spirale e accanto scrivere i numeri legati alla sequenza matematica di Fibonacci, una riflessione che rimanda alla proporzione, così centrale per lo sviluppo della scultura classica. “Travel Slides” (1952-1967) di Ad Reinhardt è composto invece da una serie di fotografie, tutte scattate dall’artista tra gli anni ’50 e l’anno della sua morte. Le fotografie sono state scattate in varie parti del mondo e raffigurano oggetti e architetture appartenenti alla storia dell’arte occidentale e orientale. Un viaggio attraverso le forme che, visto in relazione agli oggetti in mostra, credo abbia proposto diverse chiavi di lettura: cosi come le slides di Ad Reinhardt, anche le sculture in mostra provengono da varie parti del mondo. Alcune greche, altre romane, alcune etrusche ed altre siriane, si tratta di un viaggio spazio-temporale tra culture e secoli diversi.
Il progetto in collaborazione con Villa Lontana prevede nuovi appuntamenti, a cominciare dal prossimo autunno, ed il coinvolgimento di spazi della Villa sempre nuovi, esterni ed interni. La Fondazione parteciperà anche ai prossimi eventi? Qual è il calendario delle attività previste per quest’anno ed eventualmente il prossimo, avete in previsione un progetto particolare di cui vorrebbe parlarci?
(Bonifati) La prossima mostra sarà inaugurata ad Ottobre e si svolgerà nel giardino rinascimentale di Villa Lontana, usando la metafora dell’artista archeologo e trasformando il giardino in un sito archeologico del presente. La lista degli artisti non è ancora definita, ma ci saranno lavori dagli anni ’70 ad oggi sia di artisti stranieri che italiani. Credo sia molto importante quando si sviluppa un progetto come questo tenere presente la comunità artistica del luogo in cui ci si trova, aprendolo a un dialogo più ampio con opere classiche e lavori di artisti internazionali. Il progetto a Villa Lontana è un’occasione per riscoprire una collezione come quella di Dino ed Ernesta Santarelli in una chiave diversa, e la Fondazione sarà presente anche nelle future iterazioni.  Lo spazio del progetto è legato a Villa Lontana, la sua storia attraverso i secoli e la collezione che la inabita oggi. É come se fosse una casa museo ricostruita negli ultimi dieci anni con le opere della Collezione Santarelli. I luoghi scelti per questo primo progetto sono il garage ed il giardino rinascimentale, ma nel futuro non escludiamo di aprire una stanza della Villa per creare un dialogo più intimo tra antico e contemporaneo.
Può indicarmi le attività in cui la Fondazione si impegna annualmente – penso ad esempio al Premio Zeri ed al sostegno agli studenti tramite borse di studio – e gli investimenti sostenuti in progetti innovativi come la collaborazione con Villa Lontana? Come vengono selezionati i progetti che poi vengono supportati, qual è l’iter previsto per la presentazione dei suddetti?
(Ricci) La Fondazione ha promosso il Premio Federico Zeri, di concerto con la Fondazione Federico Zeri, e nel 2013 il premio è stato assegnato a una giovane studiosa, selezionata da una commissione scientifica tra numerosi candidati. Il premio le è stato conferito in riferimento ad una ricerca storico artistica sulla persistenza dell’Antico e la rappresentazione della scultura nella pittura di natura morta, condotta presso la fototeca Zeri. Inoltre, in seguito ai sismi che hanno colpito la cittadina di Amatrice nel 2016, la Fondazione si è impegnata per essere accanto alla popolazione e ha realizzato il libro “Amatrice, storia, arte e cultura”, curato da Alessandro Viscogliosi, pubblicato nel 2016, con l’intento di ancora poter contemplare la bellezza che ha caratterizzato Amatrice, tra i cento borghi più belli d’Italia. Sulla base degli studi per questo volume è stato condotto un ampio approfondimento scientifico e filologico, mappando dettagliatamente tutta la cittadina al fine di poter rappresentare Amatrice com’era all’inizio del Novecento ed è stato realizzato il plastico 6×4 metri, sostenuto insieme a Intesa Sanpaolo. Il plastico è stato realizzato dalla società Officina Materia e Forma sotto la direzione del professor Alessandro Viscogliosi del Dipartimento di Storia dell’Architettura, Restauro e Conservazione dei Beni Architettonici della Sapienza di Roma. A febbraio del 2018 è stata sottoscritta la collaborazione scientifica tra la Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli e il Dipartimento di Storia Disegno e Restauro dell’Architettura – Sapienza Università di Roma e successivamente il protocollo d’intesa con il Comune di Amatrice al fine di valorizzare e condividere il grande lavoro scientifico effettuato e proseguire insieme nelle fasi successive. Il plastico sarà la base per la ricostruzione della cittadina e verrà esposto permanentemente in un edificio in fase di realizzazione nel Parco don Minozzi di Amatrice.
Continuando gli studi siamo lieti di informare che entro l’autunno vedrà la luce il secondo volume su Amatrice, sempre a cura del professor Alessandro Viscogliosi. Tale volume svilupperà, tramite la ricerca storica, lo studio di tutti i prospetti antichi degli edifici rappresentati nel plastico, resi estremamente vicini all’originale novecentesco anche grazie alle campionature degli intonaci.
http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/storia-di-una-collezione-romana-e-di-connessioni-tra-antico-e-contemporaneo
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