Storie in movimento. Rachel Rose al Whitney Museum di New York

Arte contemporanea, East magazine
Così giovane, così esposta. Non solo alle valutazioni di curatori e galleristi, oltre che dei critici che recentemente l’hanno insignita del prestigioso Frieze Artist Award, ma proprio nel senso letterale del termine. Al momento infatti, una selezione di suoi video è di casa non solo al Whitney Museum of American Art di New York, che le ha dedicato un piano del museo in cui è proiettata l’installazione che dà il titolo all’esposizione, Everything and More, ma anche alla Serpentine Gallery di Londra con la mostra Palisades, al Castello di Rivoli conInteriors (Interni) – un’inedita video installazione che pone al suo interno il lavoro A Minute Ago (Un minuto fa) con cui vinse l’anno scorso il premio Illy Present Future – e prossimamente all’Aspen Art Museum dell’omonima cittadina. Ma cosa fa di questa videoartista venticinquenne una delle più stimolanti della sua generazione, riconosciuta a livello internazionale e desiderata al punto da avere un’agenda di appuntamenti così fitta da competere con quella di Obama?
Rachel Rose è nata nel 1986 a New York, dove vive, lavora e dove si è costruita le basi per un futuro artistico radioso inanellando iscrizioni a corsi di alto livello: dopo aver studiato pittura a Yale e storia dell’arte al London’s Courtauld Institute of Art, ha infatti conseguito un master in Belle Arti alla Columbia University. La determinazione con cui affronta diverse tematiche e lavora alle sue produzioni è resa ancor più evidente da una grande padronanza della tecnica video, attraverso cui Rachel ha conquistato il pubblico. Così potente ma anche così fragile, sempre così esposta. In effetti, il lavoro dell’artista si concentra prevalentemente sulla percezione che l’essere umano ha del concetto di mortalità e di precarietà, esteso non solo al singolo individuo ma anche al mondo che lo circonda, con le sue creazioni e la sua storia. Rachel unisce la volontà di osservare nel dettaglio quello che ci rende vulnerabili alla decisione di farlo attraverso le immagini in movimento, su cui lavora per lunghi periodi unendo informazioni analogiche e digitali a quelle che rileva lei stessa sul campo. L’interazione e l’esperienza reale sono infatti fondamentali tanto quanto la libertà di ricerca virtuale, due bacini a cui Rachel attinge in egual misura per combinare un unico repertorio di immagini. Le sue sono riflessioni libere che prendono corpo attraverso fotografie e video, inizialmente archiviate per poi essere riprese, arricchite e rimaneggiate. Questo processo – che Rachel definisce di editing – è alla base del significato che permeerà l’opera, e la fluidità del video finale è frutto proprio di questo percorso personale, durante il quale le immagini in qualche modo acquisiscono un connotato differente dal contesto originale e come tali si collegano le une con le altre con grande naturalezza.
La video installazione che dà il titolo a questa particolare esposizione, Everything and More, è stata prodotta sulla base di una serie di interviste portate avanti con l’astronauta David Wolf, incentrate sia sulla sua avventura in orbita e sui suoi racconti percettivi in termini di consapevolezza dell’immensità dello spazio al di là dell’abitacolo, sia sul periodo di adattamento che ha seguito il suo ritorno sulla Terra. L’artista ha reso palpabile l’emozione che le interessava comunicare attraverso una voce che canta brevemente durante le interviste, ma collegamenti e i riferimenti letterari e storici non finiscono qui, molti si percepiscono solo attraverso l’osservazione l’installazione. In particolare, Rachel ha voluto riflettere sul significato della NASA per il suo Paese e approfondire alcuni interessanti aspetti del programma spaziale americano, il tutto giocando con l’architettura dello spazio e con la luce della sala al quinto piano del Whitney, sfruttando le trasparenze create dalle vetrate – volutamente non del tutto oscurate – in modo che lo spazio al di là dell’abitacolo sia sempre percepibile.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/storie-in-movimento-rachel-rose-al-whitney-museum-di-new-york

In Infinity we trust. Yayoi Kusama in mostra al Louisiana Museum di Copenaghen

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Il Louisiana Museum, situato sulla costa a largo di Copenaghen, si è coperto di pois per la prima volta dalla sua apertura, nel non lontano 1958, anno astrale che – combinazione – vide il felice approdo di Yayoi Kusama in terra americana, anzi, newyorkese. Da allora, il tempo e gli spazi hanno costruito il mito di quest’artista giapponese cresciuta nel rigore formale della pittura Nihonga – per sua natura influenzata dall’arte occidentale, con cui si fonde in un’unione di tradizione e innovazione culturale – e sbocciata nel colore e nelle forme, soprattutto vegetali, esposte nei musei di tutto il mondo, dal Museum of Modern Art di New York, al Walker Art Center nel Minneapolis, alla Tate Modern a Londra e al National Museum of Modern Art di Tokyo.
Il marchio di fabbrica di Kusama? Senza dubbio i pois, che la suggestionarono fin dagli esordi come disegnatrice a soli dieci anni e che continuano oggi ad affascinare i visitatori di ogni sua esposizione. Eppure, sono diversi i temi trattati da Kusama lungo la sua carriera decennale, un universo visivo in quest’occasione raccolto e suddiviso in un percorso cronologico e tematico suggestivo e incantato. “L’opera di Kusama, nonostante la sua vita interiore paradossalmente disturbata, per l’osservatore è pura delizia. La sua carriera, come appare qui in un’incantevole progressione di opere, è una concreta testimonianza del potenziale alchemico dell’arte.”
La prima sezione è intitolata Germogli ed è dedicata alle opere della sua giovinezza, costellate di puntini e caratterizzate da un pudore quasi stridente con lo stile effervescente che verrà in seguito. I soggetti preferiti dei suoi primi disegni ad inchiostro sono i suoi familiari ed i paesaggi della prefettura di Nagano, non lontano da Tokyo. La decisione di partire per New York cambiò tutto, rivoluzionando il suo approccio con l’arte anche grazie alle sue amicizie con i grandi dell’epoca, da Georgia O’Keeffe a Donald Judd, passando per stilisti e musicisti come Peter Gabriel, con cui realizzò il videotape Love town, che la rese una star. Non poteva mancare una sala dedicata alle Soft sculptures come Accumulation, filone dei primi anni Sessanta in cui Kusama era solita ammucchiare gli uni sugli altri in un groviglio tentacolare centinaia di tubi di stoffa, spesso decorate con puntini. A questo proposito non mancano sezioni della mostra dedicate alla pittura ossessiva di piccoli punti, conosciuti come un’unica serie dal titolo Infinity Net, riprodotta su tele enormi ma anche su oggetti e pareti, sul corpo e sui vestiti – tante le testimonianze fotografiche delle performance messe in atto negli anni Sessanta – oppure nelle famose installazioni tridimensionali a immersione totale. Infatti, in mostra vi è la possibilità di immergersi in Cosmos (1980) e in Mirror Room (Pumpkin) (1991), entrambe entrate a ragione nel libro d’oro delle produzioni dell’artista per la loro incredibile capacità di coinvolgimento dello spettatore.
I pois persistono nell’essere il filo conduttore che lega Kusama ad altre realtà come i grandi marchi di moda con cui ha creato capi ed accessori divenuti un fenomeno di costume, come nel caso della collaborazione con Vuitton nel 2012. Inoltre, risaltano come ornamento di altri soggetti cari all’artista come le zucche, vegetali la cui forma in qualunque dimensione diverte l’artista come una bambina.
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Proprio per via dell’allegra leggerezza delle forme astratte e dei colori accesi di questa eccentrica e sgargiante piccola nipponica, arancione fino alla punta dei capelli, è difficile immaginare quanto il suo percorso artistico sia dettato dal bisogno di mantenere un equilibrio interiore, di trovare pace e la serenità attraverso il suo lavoro. Dal 1977, pochi anni dopo aver lasciato una New York troppo violenta per fare ritorno in Giappone, Kusama si ricoverò volontariamente in una clinica psichiatrica di Tokyo dove vive e lavora tuttora. Afflitta da attacchi di panico e da allucinazioni, l’artista ultraottantenne si è ormai rassegnata all’idea di vivere in un secolo afflitto da guerre nucleari e atti terroristici, ma attraverso l’essere artista proclama e sostiene a gran voce la forza dell’amore.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/in-infinity-we-trust-yayoi-kusama-in-mostra-al-louisiana-museum-di-copenaghen

CONTEMPORARY POP ART. QUANDO WARHOL INCONTRO’ AI WEIWEI ALLA NATIONAL GALLERY OF VICTORIA, AUSTRALIA

Arte contemporanea, Arte moderna, East magazine, Mostre
Una mostra epocale, ecco come si preannuncia l’ultima esposizione dell’annata 2015 inaugurata pochi giorni fa a Melbourne negli spazi della National Gallery of Victoria, il più antico e prestigioso museo australiano. Una mostra che mette a confronto molte opere inedite di una delle icone dell’arte del XX secolo e di un artista dei giorni nostri, famoso per i suoi trascorsi politici burrascosi almeno quanto le sue grandiose installazioni. Epocale si prefigura anche il confronto culturale – tra pop art americana, arte contemporanea cinese e paesaggi australiani – e tecnico-linguistico – Polaroid e tele, video e musica versus installazioni inedite e assemblaggi di oggetti simbolo del fare artistico e patriottico dell’artista, ad esempio le biciclette.
Stiamo parlando della mostra intitolata semplicemente ed evocativamente Andy Warhol | Ai Weiwei, dedicata a due grandi portavoce dell’arte moderna e contemporanea, organizzata in modo tale da far dialogare 220 immagini di Andy Warhol – senza contare le circa 500 Polaroid allestite per mostrare in contemporanea la vita e i contesti in cui Warhol era solito lavorare – con 120 opere di Ai Wei wei (http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/liberi-confini-ai-weiwei-in-mostra-alla-royal-academy-of-arts-di-londra).
Andy Warhol, nato quasi un secolo fa, non è stato solo un artista ma anche un imprenditore dell’avanguardia creativa di massa e fondatore della celeberrima Factory, un predicatore che ha vestito i panni di regista, produttore cinematografico, direttore della fotografia, attore, sceneggiatore e montatore. In una parola, una figura eclettica. Fortemente ispirato dal contesto americano degli anni Cinquanta e Sessanta, supportò lo scambio e l’interazione tra artisti e tra i più disparati ambiti socio-culturali, restando sempre in prima linea fino alla sua morte, avvenuta nel 1987. Ha reinventato il significato di arte attraversi le sue opere più famose, realizzate in una sorta di catena di montaggio reinventata (serigrafia). Esse rappresentano in serie uguali e sempre diverse attori e cantanti, marchi famosi e fumetti, documentando la società dell’immagine dagli anni ’60 agli anni ’80 e proponendosi sul mercato alla stregua dei prodotti commercializzati dalla televisione e dalla pubblicità.
Dal canto suo Ai Wei wei, artista classe 1957, è noto per gli anni di confinamento nel suo paese natale, la Cina, a causa del suo impegno politico e delle sue opere di denuncia, malviste dal governo cinese. Egli è reduce da una grande personale londinese dove ha potuto presenziare per la prima volta dopo 4 anni di reclusione. Nonostante le pesanti misure restrittive che sono state prese nei suoi confronti, Ai Wei wei ha ribadito in più occasioni che la forza della sua arte, la fonte della sua ispirazione, è data dalla volontà di combattere un sistema ingiusto e di far conoscere la situazione del proprio paese nel mondo, per rivendicare i diritti del popolo cinese. Per questo motivo, è in prima linea soprattutto dall’interno della sua nazione, dove vive e lavora ma dove non può esporre le proprie opere, che in compenso vengono fatte viaggiare da un museo all’altro, attraverso i continenti. Opere come bandiere che sventolando testimoniano episodi gravi taciuti al mondo ma che si sono verificati in un passato appena dimenticato, raccontati oggi attraverso il lavoro di Ai Wei wei e del suo staff di collaboratori, tutti suoi connazionali. Per questa grande occasione di esposizione, gli sono stati commissionati alcuni nuovi lavori, tra cui un’installazione dal titolo Letgo Room, che è stata oggetto di grandi discussioni. In ottobre infatti, alcuni giornali hanno reso noto come la famosa azienda Lego si fosse rifiutata di vendere il materiale all’artista, accusato di farne un uso politico. Si tratta in effetti di un’installazione composta da due milioni di mattoncini di plastica assemblati per ritrarre i volti di venti attivisti australiani, personaggi impegnati della difesa dei diritti umani, della libertà di parola e di informazione, tra cui spiccano Julian Assange, Geoffrey Robertson QC, Peter Greste, Gillian Triggs, solo per citarne alcuni.
Una mostra epocale che dà voce a due artisti che, a distanza di decenni, incarnano la medesima forza rivoluzionaria, portata avanti non solo con le rispettive opere, cui fama e valore sono cresciute con i rispettivi autori, ma anche tramite azioni incancellabili, potenti e in qualche modo definitive non solo per il mondo dell’arte, ma per la storia ed il bagaglio culturale della collettività.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/contemporary-pop-art-quando-warhol-incontro-ai-weiwei-alla-national-gallery-of-victoria-in-australia

Studio ++. Il Giardino Cancellato

Architettura, Arshake, Arte contemporanea, Public art
Dieci anni fa tre giovani architetti hanno fondato a Firenze un progetto collettivo dal titolo Studio ++, messo in piedi per dare forma ad un percorso condiviso di ricerca artistica. La messa in opera, il contesto, il contatto con il pubblico, l’evoluzione, l’imprevisto sono gli elementi chiave del lavoro del trio, impegnato ad affrontare la realtà con l’occhio critico di chi conosce e sa impostare il rapporto tra spazio e materia, e vuole approfondire – in relazione a queste ultime – il valore del tempo e dell’impiego di nuove risorse prodotte dall’uomo, come le moderne tecnologie.
Fabio Ciaravella (1982), Umberto Daina (1979) e Vincenzo Fiore (1981) sono dunque affascinati dalla quotidianità e dal prodotto di relazioni multidisciplinari, di cui l’opera pubblica intitolata Il Giardino Cancellato, presentata all’interno delle seconda edizione del laboratorio Nel chiostro delle geometrie, si fa esempio calzante. Infatti, scelto uno spazio attivo e non convenzionale di Firenze, largo Annigoni, è stato impostato un progetto che affronti il rapporto tra architettura, vuoto e tempo. Il collettivo ha quindi realizzato sulla pavimentazione dello slargo una serie di geometrie che ricordano motivi e giardini arabeggianti. La particolarità? Il disegno è stato ricavato grazie all’impiego di un’idro-pulitrice ad alta pressione, che ha rimosso una patina di sporco ben delimitata – lasciata dal passaggio del tempo sulla superficie – rendendo possibile creare le composizioni volute. Si tratta di una sorta di opera pubblica in negativo, ottenuta dall’unione di più elementi che riguardano la città e il suo vissuto, sia quello evidente, sia quello di cui è permeata ma invisibile ad occhio nudo. L’eleganza delle forme, la delicatezza dell’approccio e contemporaneamente la potenza del contrasto de Il Giardino Cancellato spingono ad una riflessione che si estende oltre i confini del momento attuale, fino ad immaginare il futuro di questo spazio, abbandonato e non curato, e a meditare sull’importanza del tempo costruito e protetto dello spazio coltivato.
Si tratta di temi cari al collettivo: il vuoto, affrontato tramite la sottrazione e proposizione sotto nuove spoglie, è stato tradotto anche in altre installazioni come la serie Rosoni, ispirata alle vetrate delle chiese. Una riflessione su geometrie che da secoli abbelliscono spazi imponenti attraverso aperture studiate ad hoc, in questo caso riproposte in dimensioni ridotte ed attraverso la composizione di celle fotovoltaiche, una sorta di moderna restituzione della luce simbolica che ha filtrato attraverso di esse, letteralmente, nel tempo e nello spazio.
Breathing as a revolutionary message invece si è concentrata fisicamente sulla percezione dello spazio pubblico e la condivisione, lavorando nuovamente sull’idea di intervenire con decisa delicatezza all’interno di uno spazio urbano. Una persona, con un megafono vicino alla bocca nel bel mezzo di uno spazio pubblico, ha creato un’azione destabilizzante per coloro che si trovavano ad attraversare lo spazio del Cortile della Dogana a Palazzo Vecchio, Firenze, semplicemente amplificando il proprio respiro.
In sintesi, l’arte pubblica e l’arte contemporanea vissute da Studio ++ come perfetti terreni di indagine, di analisi del dubbio, di osservazione del contrasto tra presente e passato, di espressione di una tensione quotidianamente percepita e condivisa.
http://www.arshake.com/studio-il-giardino-cancellato/

The Silence of Ani. Francis Alÿs in mostra alla 14° Bienniale di Istanbul

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Dopo aver riportato, qualche settimana fa, le notizie base relative la quattordicesima edizione della Biennale di Istanbul, e dopo avere messo insieme un collage di informazioni date da immagini, impressioni, mappe e lamentele, mi sono resa conto che l’essenza del lavoro di Carolyn Cristov-Bakargiev mi aveva oltremodo incuriosita e al tempo stesso mi sfuggiva. La soluzione per placare il tarlo della curiosità è stata organizzare un week end con un’amica ancora più insonne di me, il cui giudizio su tematiche artistiche è sempre illuminante.
Ne è risultato un due giorni di occhi al cielo, letterali e non, continui ma previsti sali e scendi, meno prevedibili ormeggi mollati, in una vera caccia al tesoro resa ancor più eccitante e snervante da mappe prive di odomastica e turchi privi degli elementari di inglese, e come premio ottanta artisti da omaggiare. Tra questi, l’unico che non abbiamo cercato in alcun modo, per cui non abbiamo chiesto ostinatamente indicazioni, ma in cui ci siamo imbattute per caso e per destino, è stato Francis Alÿs, artista belga trapiantato in Messico. Lo abbiamo trovato in una rimessa di in un vicolo secondario, grazie ad occhi ormai allenati ad individuare, tra i mille colori della quotidianità cittadina, quello acquamarina – omaggio al tema comune Saltwater – della cartellonistica della Biennale. Praticamente un miracolo.
Francis Alÿs, classe 1959, è un artista viaggiatore con una predilezione per i percorsi, tanto fisici quanto mentali, riconoscendosi in questi ultimi soprattutto quando conducono più lontano delle destinazioni prefissate. Belga naturalizzato americano, ha studiato architettura a Venezia e, dopo averne sperimentato l’apertura mentale durante un soggiorno per la definizione di un progetto, ha scelto di vivere e lavorare a Città del Messico, da dove ha intrecciato innumerevoli collaborazioni internazionali, specie in zone critiche come l’Afghanistan. Francis è spesso protagonista dei suoi lavori, soprattutto attraverso video e performance, perché mettersi in gioco gli permette di esplorare concretamente lo spazio intorno a sé, inteso come paesaggio e territorio ma anche come politico e sociale. La sua forza espressiva sta proprio nell’affidare il suo sentire e le sue indagini a media di diverso genere, dal video alle fotografie, dalla scultura ai testi, dai dipinti alle animazioni, in un processo narrativo e documentaristico che rivisita completamente il tema che vuole approfondire.   I percorsi di Alÿs sono concreti – nelle sue opere lo vediamo camminare, attraversare e vivere gli spazi in cui lavora – ma allo stesso tempo portano con loro una poetica altra, basata sulla volontà di scoprire e quindi mantenere vivi i valori culturali e la sensibilità dei popoli, nonostante la precarietà e le difficoltà del nostro tempo. Nel caso dell’invito a partecipare alla Biennale, egli ha scelto di parlare di confini, in particolare di quelli tra Turchia e Armenia, presentando il video inedito The Silence of Ani. Ha scelto di far parlare il silenzio, rotto solo dal vento che soffia tra l’erba e tra le rovine di una città armena un tempo splendida, Ani, e il canto degli uccelli, in realtà prodotto da lui stesso e da un gruppo di bambini grazie a diversi tipi di richiami. Una panoramica poetica e struggente dove il canto degli uccelli ha una potenza evocativa commovente, poiché piange uno spazio e un tempo che non esistono più, spazzati via dalla furia dell’uomo, celebrando allo stesso tempo la forza della vita.
L’allestimento, semplice ed efficace, ha offerto un momento di raccoglimento surreale, permettendo di lasciare all’esterno tutta la caotica vitalità della città turca. Le foto dei ragazzi coinvolti nella performance, i piccoli richiami per uccelli illuminati nella vetrina dell’ambiente oscurato, la voce di Francis che racconta la storia di Ani, e poi il vento e le melodie sono stati una risposta importante a parte delle domande che mi sono fatta rispetto a questa edizione della Biennale. Alcune restano senza riscontro, ma per quanto mi riguardaSaltwater. Una teoria delle forme pensiero ha raggiunto il suo scopo, quello di essere una mostra stimolante e densa di spunti di riflessione, non esclusivamente artistici.
Per vedere il video, http://francisalys.com/
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/the-silence-of-ani-francis-alys-in-mostra-alla-14-bienniale-di-istanbul

L’arte della galleria. Damien Hirst apre le porte della Newport Street Gallery di Londra a John Hoyland

Architettura, Arte contemporanea, East magazine
Ogni spazio espositivo degno di nota ha un’anima, una personalità che si contraddistingue per le scelte artistiche, per lo stile degli allestimenti e si fa conoscere attraverso gli artisti supportati. Non succede spesso che, nel momento dell’apertura di un nuovo spazio, a richiamare l’attenzione del pubblico non sia tanto il nome del pur celebre artista esposto – in questo caso il britannico John Hoyland – quanto la mente ed il corpo dietro al progetto. Capita quando l’anima delle quattro mura in questione – quelle ben più numerose della neonata Newport Street Gallery – è conosciuta all’anagrafe con il nome di Damien Hirst, uno degli artisti viventi più famosi e potenti non solo nel suo paese natale, il Regno Unito, ma in tutto il mondo.
Ed è proprio a Londra, la sua capitale, che Hirst ha deciso di mettersi alla prova non più “solamente” come artista e collezionista, ma come promotore di arte contemporanea più o meno emergente, inaugurando la sua Newport Street Gallery nel quartiere di Lambeth, a sud del Tamigi ed in linea d’aria proprio sulla direttrice che conduce alla Tate Modern. Alla Newport Street Gallery il pubblico avrà l’occasione di ammirare sia mostre temporanee sia una grandiosa permanente, la Murderme Collection, espressione del genio imprenditoriale ed artistico di Hirst tanto quanto lo sono le sue stesse opere. Si tratta infatti di una collezione che egli ha costituito in circa 25 anni, scambiando le sue opere con quelle di artisti che – come lui – facevano parte del gruppo dei Young British Artists. Ad oggi, grazie al suo lungimirante baratto, la collezione conta oltre tremila pezzi di prestigio, firmati Bacon, Banksy, Tracey Emin, Richard Hamilton, Sarah Lucas, senza contare le opere acquisite da Hirst, realizzate da giovani emergenti come da grandi maestri del calibro di Picasso e Jeff Koons. Il tutto è coronato da una raccolta di oggetti cari all’artista, quali modelli di anatomia, animali imbalsamati, manufatti indigeni etc, attraverso cui Hirst ha sviluppato ormai storici capolavori e progetta nuove opere d’arte. Il suo ultimo lavoro, la Newport Street Gallery, si suddivide in cinque edifici progettati dagli architetti Caruso St John, dei quali tre sono di età vittoriana, restaurati ed adattati per ospitare grandi installazioni, e due totalmente inediti.
Ad inaugurare questi ampi spazi è la mostra John Hoyland: Power Stations (Paintings 1964–1982), una grande retrospettiva dedicata ad uno dei principali pittori inglesi della sua generazione, conosciuto soprattutto per la pittura astratta. Nato nel 1934, a cominciare dagli anni Sessanta Hoyland iniziò ad imporre sulla scena artistica nazionale ed internazionale il suo utilizzo istintivo ma calibrato di colore, spazio e forma. L’energia delle sue grandi tele – in questa occasione è possibile ammirarne una trentina, provenienti dalla collezione di Hirst – venne ispirata dal suo “periodo americano”, un decennio durante il quale l’artista scoprì e rimase folgorato dall’esordiente pittura astratta, diventandone un fervido sostenitore. Le potenzialità di una pittura non più legata agli obblighi e limiti del figurativo lo conquistarono, poiché gli offrirono la possibilità di fondere sentimento, istinto e significato in un’unica, essenziale, pennellata. Hoyland era famoso anche per la decisione con cui rifuggiva le etichette, compresa quella di astrattista. Uno dei motivi per cui amava questa forma di espressione artistica risiede proprio nella mancanza di una definizione assoluta, dunque nella libertà da parte sua di esprimere un pensiero, un sentimento, tanto quanto in quella del pubblico di leggerci qualcosa di totalmente diverso, ma non meno intenso.
Una celebre affermazione di Hoyland spiega che secondo l’artista “I dipinti devono essere percepiti, sentiti…non devono essere spiegati, non devono essere capiti, dobbiamo riconoscerci in loro”. Un concetto attorno a cui spesso ruota l’arte del nostro tempo, nel quale è probabile che in parte si sia riconosciuto lo stesso Damien Hirst.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/l-arte-della-galleria-damien-hirst-apre-le-porte-della-newport-street-gallery-di-londra-a-john-hoyland

Turbolence.org. L’arte digitale si fa patrimonio culturale

Arshake, Arte contemporanea
Oltre trent’anni fa vide la luce il New Radio and Performing Arts, Inc. (NRPA), un progetto sperimentale che puntava a conquistare nuovi livelli di trasmissione artistica non convenzionale, dando spazio a progetti legati alle componenti sonore. La NRPA è cresciuta velocemente, e da anni è considerata la stazione radio più influente a livello mondiale in campo artistico, vista anche la distribuzione prima in America e poi in Europa di centinaia di pezzi ormai storici. Un ulteriore sviluppo nel tempo di questa piattaforma ha coinciso con l’apertura globale al mondo telematico e dunque a nuovi canali espressivi e di comunicazione, fino a che, nel 1996, la NRPA non ha inaugurato il sito internet Turbulence.org, attraverso il quale ha commissionato oltre 230 opere e decine di performance, promuovendo il lavoro di molti giovani artisti emergenti.
Alcune delle opere commissionate o sostenute da Turbulence.org oggi sono state esposte in occasione delle  Biennali del Whitney Museum of American Art (edizioni 2000, 2002, 2004), e dell’International Festival of New Cinema and New Media di Montreal, altre sono divenute parte delle collezioni del Total Museum of Contemporary Art, Korea e dell’Ars Electronica, Austria.
Nel luglio 2004, in collaborazione con Michelle Riel, allora presidente della Teledramatic Art and Technology dell’Universita di Monterey Bay (CSUMB) è stato messo a punto un blog conosciuto con il nome di Networked_Performance, pensato per comunicare con il mondo esterno, captarne interessi e suggerimenti, sperimentazioni e temi da affrontare, in una parola intercettare i flussi culturali all’avanguardia.
I numeri hanno dato ancora una volta ragione a questo tipo di interconnessione: oltre 8.900 voci, più di 3.000 visitatori al giorno sono i contatti di Networked_Performance, attraverso cui Turbolence.org – e quindi l’ NRPA – implementano le proprie conoscenze rispetto le nuove frontiere musicali – e non solo – dell’arte, raccogliendo dati sui progetti, artisti, spettacoli, compositori, musicisti, software e hardware.
Ufficializzando tale impegno nei confronti della neonata arte digitale e di tutti gli sviluppi legati al mondo virtuale e telematico, in particolare Turbolence.org è diventato in poco tempo un caposaldo ed un punto di riferimento per tutti gli artisti specializzati in questo ambito, per i curatori e per le gallerie d’arte focalizzate sulle tecnologie di rete. Contemporaneamente al sostegno, la commissione e la valorizzazione dell’arte digitale, Turbolence.org ha attivato un programma di tutela della stessa, dandole connotati ancor più specifici e consacrandola come una forma d’arte non più strettamente sperimentale, ma ufficiale.
Nello specifico, si è concentrato sulle problematiche relative l’archiviazione delle nuove forme d’arte che sono emerse in rete, in collaborazione con il Rose Goldsen Archive of New Media Art, gestito dalla Cornell University di Ithaca, New York.
Il progetto e le sue evoluzioni pratiche sono state argomentate nel trattato Virtueel Platform Research: Archiving the Digital redatto tra il 2010 ed il 2011 da Annet Dekker e Rachel Somers-Miles, che offre uno spaccato di come sia diventato attuale cercare un modello unitario e in continua evoluzione per trattare i materiali digitali, ovvero quei prodotti che non sono destinati ad avere un equivalente analogico, e come tali vanno rispettati. Turbolence.org fa parte di una delle tre piattaforme prese a modello dalle ricercatrici per l’organizzazione, gli intenti e i contenuti verso i quali convergono attenzioni e nuove iniziative per lo sviluppo e l’implementazione di tecnologie sfruttabili in campo artistico.
In una parola, il successo di Turbolence.org e affini sta nella capacità di condividere. La partecipazione attiva a progetti, scambi di idee, di informazioni e di contatti, il finanziamento di attività che sostengano l’arte digitale e in generale la cultura o la loro tutela, il lavoro in comune con professionisti specializzati in settori attinenti hanno fatto sì che NRPA e Turbolence.org fossero sempre in prima linea, fin dagli esordi e ancora oggi, più di trent’anni dopo.
http://www.arshake.com/turbulence-org-commissionare-arte-sul-web/

Giochi di luce e realtà simulate. Olafur Eliasson al Moderna Museet di Stoccolma

Architettura, Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Olafur Eliasson, artista danese classe 1967, vanta uno dei primati più sorprendenti dell’arte contemporanea: l’opera che lo ha consacrato come artista tra i più noti al grande pubblico – la sua famosa installazione, The Weather Project, un tramonto tra le pareti della Turbine Hall di Londra – ha richiamato nel 2003 oltre due milioni di visitatori in meno di 6 mesi, facendone la mostra di artista vivente più partecipata nella storia. Al momento non vi sono dati che attestino che Eliasson sia stato scalzato dal primo gradino del podio, in compenso nell’ultimo decennio ha sicuramente continuato a far parlare di sè per le sperimentazioni congiunte di arti visive, architettura, design e paesaggio, unite in un’ottica soggettiva di riscoperta in cui apparenza, realtà e verosimile si combinano con grazia e poesia. Non è un caso quindi che il Moderna Museet di Stoccolma abbia organizzato una grande personale dedicata a Olafur in collaborazione con ArkDes, Centro Svedese per l’Architettura ed il Design, concentrando l’attenzione sulla ricerca dell’artista più espressamente dedita alla comunicazione tra l’ambiente, l’arte e il visitatore, ricerca che Eliasson traduce in sorprendenti installazioni site-specific, videoarte, fotografia e progetti di design. Matilda Olof-Ors, curatrice dell’evento, presenta quindi Reality Machines, un ventaglio di installazioni che, come sempre, stravolgono lo spazio espositivo combinando luci, colori e sensazioni.
Olafur Eliasson da circa vent’anni è conosciuto proprio per l’alto tasso di coinvolgimento emotivo con cui il pubblico risponde alla visione delle sue opere, il cui segreto sembra l’equilibrio perfetto tra scienza e natura, tra artificiale e surreale, istinto e cultura. La parola chiave di ogni lavoro è la Percezione. Sfruttando moderne tecnologie e scenografie complesse, Eliasson mette in evidenza il fascino genuino degli elementi naturali, come la luce, l’acqua o il calore, ponendo il pubblico al centro dello scenario che ha costruito, perché reagisca agli stimoli cui lo sottopone. L’intenzione ultima, il filo conduttore di tutte le sue opere? Fare in modo che l’uomo ritrovi se stesso in questi ambienti che esaltano la natura attraverso l’artifizio, creando sapienti giochi di luce e di prospettiva, muovendo la scienza a favore dell’ecologia. L’uomo al centro dell’ambiente dunque, per quanto ipertecnologico possa essere diventato nella realtà odierna, nella speranza che riscopra la natura e la vita.
Si capisce quindi come gli spazi espositivi siano alla base della scelta dell’artista, poiché è appositamente in questi luoghi che Eliasson realizza le sue installazioni e ambienta le sue sculture. Il Moderna è un simbolo sia in quanto istituzione nota per i tratti sperimentali del suo programma, sia per la sua collocazione, una sorta di santuario distaccato dalla città, situato su un’isola e collegato alla capitale da un lungo ponte. Il feeling con questi spazi per Olafur è stato immediato, e non poteva esistere scenario migliore per ambientare una ventina di opere che ripercorrano parte dei suoi esordi, dai primi anni Novanta, fino ai lavori dei giorni nostri, compresa Model Room, una delle opere chiave dell’artista danese, acquisita in quest’occasione dal Moderna. Si tratta di un archivio tridimensionale realizzato con uno dei suoi storici collaboratori, l’architetto Einar Thorsteinn, un contenitore unico che l’artista ha continuato ad aggiornare nel tempo, raccogliendovi i modelli realizzati per tutti i suoi lavori. Una perfetta sintesi dell’essenza di Olafur, riassunta altrettanto bene nelle parole di Paul Virilio, urbanista e filosofo “Il lavoro di Olafur Eliasson si colloca oltre la land art, come tentativo di irrompere nella profondità ottica delle apparenze […] I suoi lavori silenziosamente ci reintroducono nel mistero dell’apparizione che condiziona tutto ciò che è verosimile.”
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/giochi-di-luce-e-realta-simulate-olafur-eliasson-al-moderna-museet-di-stoccolma

Il mondo negli occhi, con passione e coraggio. Da Diane Arbus a Letizia Battaglia, in mostra a La Casa dei Tre Oci, Venezia

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Ancora un grande evento collettivo al femminile, presentato l’11 settembre da La Casa dei Tre Oci, in una cornice tutta italiana e altamente suggestiva, poiché si tratta di uno spazio espositivo arroccato sull’isola della Giudecca a Venezia, nel bel mezzo del bacino di San Marco. Un luogo protetto e strategico, un approdo sicuro a cui giunge la mostra Sguardo di Donna, curata dalla critica d’arte, scrittrice e saggista italiana Francesca Alfano Miglietti. Una curatela che vede l’allestimento simbiotico di opere fotografiche appartenenti a ben venticinque autrici molto diverse tra loro, accomunate però da un certo tipo di sguardo, un taglio documentaristico delicato ma invasivo, disturbante ma efficace, grazie al quale toccano argomenti scomodi ma quotidiani, rilevanti e vitali. Si parla di diversità come di compassione e giustizia, e lo si fa mostrando più facce di venticinque diversi percorsi, per un totale di oltre 250 lavori ad opera di mostri sacri della fotografia come Diane Arbus, Shirin Neshat, Yoko Ono, Catherine Opie e Tacita Dean, ma anche nomi meno noti ai profani come le connazionali Martina Bacigalupo, Chiara Samugheo e Giorgia Fiorio.
Le storie di alcune di loro, come nel caso di Yael Bartana, sono profondamente legate al loro vissuto sociale. Bartana è fortemente legata al suo paese natale, Israele, ed il suo lavoro è legato a doppia mandata alla volontà di mantenere viva la memoria, l’identità della sua nazione ed il senso di appartenenza, attraverso la riproduzione di cerimonie e rituali pubblici, testimonianze preziose per non dimenticare. “Ciò che davvero m’interessa è stimolare una riflessione sostanziale, anche a costo di uscire dal territorio dell’arte”. Anche nel caso di Letizia Battaglia, la fotografia diventa uno strumento per documentare – con un’accezione specifica di denuncia – il periodo storico che si trovò a vivere. Del proprio lavoro disse “La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e tanto altro ancora. L’ho vissuta come acqua dentro la quale mi sono immersa, mi sono lavata e purificata. L’ho vissuta come salvezza e verità” Nel 1974 Battaglia visse gli anni di piombo nella sua Palermo, scattando foto dei delitti di mafia. Le immagini, in bianco e nero, restituiscono tutta la vita di quel periodo, scivolato a poco a poco nella violenza di chi uccide e nel dolore di chi resta, fotografato negli sguardi di bambini e donne, nei quartieri, nelle strade, nelle feste e nei lutti. Lisetta Carmi è nota in particolare per le sue fotografie all’anziano poeta Ezra Pound, scattate nel febbraio del 1966, durante una visita per un’intervista. Il poeta si presentò alla porta in tutta la sua decadenza, dovuta alla lunga reclusione in manicomio, alla malattia, alla vecchiaia, ma con gli occhi accesi, incredibili magneti per chi osserva le immagini della Carmi. “Una fotografia non è mai esistita nella mia testa prima dello scatto: io vedo ciò che c’è, vibro con ciò che c’è, amo ciò che c’è, mi emoziono vedendo ciò che c’è”. Donna Ferrato invece scelse di fare della fotografia uno strumento di offesa e di difesa “Sono in grado di scattare una straordinaria quantità d’immagini del dolore privato delle persone perché questo è l’unico modo per educare le masse. Non c’è niente di più potente di una fotografia documentaria che diventa una storia dentro una storia, raccontata senza trucchi o abbellimenti”. Ferrato iniziò la sua carriera fotografando la liberazione sessuale delle donne all’inizio degli anni Ottanta, il che coincise con una presa di coscienza mondiale della piaga nascosta della violenza domestica. Il peso portato dalle donne e dai bambini abusati diventò un vero e proprio manifesto contro l’omertà e la violenza quotidiana, che a loro volta divennero finalmente materia di discussione e denuncia pubbliche. A proposito di vittime e di minoranze, a Nan Goldin si deve la grande naturalezza con cui immortalò lo stile di vita dissoluto della New York degli anni Ottanta, fatta di droghe e alcool, di travestiti e drag queen, di prostitute e omosessuali. Una comunità che Goldin scelse di rappresentare come l’altra faccia della medaglia dei valori di famiglia e borghesia, una facciata colorata e fragile, vitale e coraggiosa nelle proprie scelte, anche le più autodistruttive. Invece Alessandra Sanguinetti ritrae bambini “Sono affascinanti. Lo siamo stati tutti, e gran parte della nostra identità si è formata durante la nostra infanzia. In quanto società, proiettiamo molte delle nostre speranze, frustrazioni, tabù e aspirazioni sui bambini. E loro sono estremamente puri nel trasmettere come tutte queste cose li influenzino. Come potevo non fotografarli?” I suoi possono essere documentari in zone di guerra come progetti a lungo termine, che ritraggono la crescita di bambini di ogni parte del mondo – sempre in bianco e nero – messi in pose che li fanno sembrare adulti, creando un contrasto potente tra il momento dello scatto e il futuro a cui alludono gli abiti che indossano.
In un’ottica tipicamente femminile, i temi affrontati riguardano quindi la cura delle relazioni e del prossimo, l’attenzione verso chi e cosa ci circonda, il senso di responsabilità verso noi stessi e gli altri, i modelli da seguire e da interpretare. Un dialogo impegnativo, reso possibile dall’umanità delle artiste selezionate, ognuna dotata di sensibilità e senso critico, di forza d’animo e rispetto per quello che le differenzia dal resto del mondo e permette loro, allo stesso tempo, di empatizzare con il prossimo e di comprendere i suoi punti di vista.
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Liberi confini. Ai Weiwei in mostra alla Royal Academy of Arts di Londra

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
All’indomani della sua liberazione (lo scorso 22 luglio) dopo anni di aperto conflitto con il governo del suo paese, il polemico, struggente e ruggente artista cinese Ai Weiwei è approdato a Londra, più precisamente alla Royal Academy of Arts, per l’inaugurazione di una grande personale che sembrava destinata a raccontarne il vissuto ed il pensiero in differita, senza la possibilità di avere la sua diretta interpretazione. Non solo perché Ai Weiwei dal 2011 non poteva lasciare la Cina, a seguito di ripetuti scontri fatti di censura del suo blog, di stato di arresto per 81 giorni e di revoca dei documenti e dunque del permesso di espatriare. Ma anche perché al momento della liberazione la Gran Bretagna ha fatto difficoltà prima di concedergli l’ingresso nel paese, preoccupata per i delicati rapporti con Pechino dopo una visita del Dalai Lama nel 2012 che ai cinesi proprio non è andata giù.
Una vita avventurosa ed in salita quella del coraggioso figlio del poeta Ai Qing, nato nella Cina di quasi sessant’anni fa ma trasferitosi in America a poco più di vent’anni per perseguire il proprio credo artistico, cresciuto negli anni fino a farne oggi uno tra i pilastri del patrimonio culturale contemporaneo. Quando fece ritorno in Cina fu per la malattia di suo padre, ma in seguito si stabilì definitivamente nel paese per rafforzare i tramiti tra il modernismo occidentale e la cultura e la storia cinese, andando incontro al suo destino di dissidente.
Le opere in mostra alla Royal Academy sono state riunite per la prima volta nella capitale dal curatore Tim Marlow, il quale ha voluto dare l’opportunità ai visitatori di conoscere l’evoluzione artistica e l’impegno politico e sociale di Ai a cominciare dal suo ritorno in Cina, nel 1993, fino ad oggi, con alcune opere inedite.
Si tratta di un universo affascinante, uno spazio ibrido basato sulla manipolazione di oggetti della tradizione cinese e la modernità nazionale ed internazionale, un sottile equilibrio creato da Ai con l’aiuto di diversi artigiani scelti – che lavorano per lui alcuni dei materiali più complessi, quali la giada, la porcellana e il marmo -, equilibrio su cui giocano per ottenere ogni volta un contrasto evocativo ed educativo. Ne sono un esempio le serie Furniture, che spaziano da assemblaggi di biciclette destinate all’immobilità, alle porcellane cinesi snaturate da marchi di fabbrica americani, ai mobili in ebano ripiegati su loro stessi.
A fianco di questi lavori, alcune delle opere più controverse ed esplicitamente critiche nei confronti del governo del suo paese, alle quali Ai deve il conflitto con le sue origini. La famosa Straight, realizzata tra il 2008-2012 con una distesa di barre in acciaio recuperate dalle macerie di un terribile terremoto che nel 2008 colpì la provincia di Sichuan, una denuncia alla condanna a morte di oltre 5mila studenti, rimasti imprigionati all’interno di edifici scolastici pericolanti. Oppure l’inedita Remains, una riproduzione in porcellana, fedele e dettagliata, delle ossa di un detenuto morto in un campo di lavoro cinese nel 1950, sotto il regime del dittatore Mao Tse-tung.
L’esposizione ha inaugurato sotto l’entusiasmo palpabile di Ai e sotto i riflettori della stampa, accesi anche per il nuovo impegno politico dell’artista, il quale lo stesso giorno dell’apertura della mostra si è unito allo scultore indo-britannico Anish Kapoor alla testa di un corteo che ha sfilato nel centro di Londra per chiedere risposte “umane piuttosto che politiche” alla crisi dei migranti. La marcia di Ai e Kapoor si è snodata per 11 chilometri nel centro di Londra, e non vi è dubbio che il cammino dell’artista coraggioso proseguirà per nuove strade e attraverso nuove opere ancora per molti altri chilometri a venire.
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