Labirinti e geometrie umane. François Morellet al MAC VAL di Vitry sur Seine, Parigi

Architettura, Arte moderna, Mostre
L’anno 2016 ha visto il Musée d’Art Contemporain du Val-de-Marne, più noto come MAC VAL, tagliare il traguardo dei dieci anni di attività nel campo della ricerca e della promozione dell’arte contemporanea. Progettato dall’architetto Jacques Ripault, il MAC VAL ha trovato casa – anzi, una reggia – nel sobborgo di Vitry sur Seine, ad una manciata di chilometri da Parigi. Infatti, l’edificio è stato pensato per accogliere le grandi installazioni di artisti contemporanei attivi dalla seconda metà degli anni ’50, per i quali si è voluto mettere a disposizione uno spazio di 13.000 mq, di cui 2600 sono destinati ad esposizioni permanenti e 1350 alle mostre temporanee, mentre i restanti sono stati pensati per collocarvi i magazzini, le officine ed un centro di ricerca. A celebrare degnamente il primo decennale del MAC VAL, è stato invitato François Morellet, maestro dell’astrazione geometrica che alla soglia dei novant’anni ha realizzato per questa occasione l’installazione Seven Corridors, pensando ai visitatori come al centro del progetto e dello spazio.
Considerato il più grande precursore del minimalismo in Europa, il percorso artistico di Morellet (classe 1926) è iniziato grazie a suo padre, tra le altre cose anche scrittore di libri per bambini, la maggior parte illustrati proprio da suo figlio. Quando la famiglia si trasferì a Parigi, François ebbe la possibilità di studiare e di esercitarsi nella tecnica pittorica tradizionale fino ad esporre al Salon della Société Nationale des Beaux-Arts, ed innamorandosi contemporaneamente delle opere di Raoul Dufy, di Modigliani e di Mondrian. Grazie a loro, Morellet scelse a poco a poco un linguaggio semplice e rigoroso, fatto di geometrie e colori lineari, spesso condizionati da architetture antiche e moderne. Attenzione però, perché l’opera di Morellet e l’artista stesso non sono mai stati austeri, anzi, come dice egli stesso “Evito trascendenza e serietà. Mi sembra che l’umorismo, l’ironia, la derisione e leggerezza siano il sale necessario per rendere piazze, sistemi e tutto il resto digeribili.” Nel decennio 1960-70 Morellet iniziò ad introdurre nelle sue opere sistemi di forme sovrapposte e frammentate, creando disposizioni con un ordine ricercato e definito, basato sullo studio della percezione visiva. Il passo successivo fu quello di fare della sua sperimentazione una vera e propria corrente artistica sperimentale, che coinvolse un gruppo di artisti conosciuti come i GRAV (Groupe de recerche d’Art Visuelle) uniti nella determinazione di nuove forme di espressione. Fu proprio in questo contesto creativo che Morellet iniziò ad utilizzare i tubi al neon e ad interagire con lo spazio a sua disposizione, che si trattasse di interni o di spazi aperti, per finire inserendo nelle sue composizioni perfettamente bilanciate un elemento solo parzialmente controllabile, ma che dà senso alle opere stesse: il visitatore.
L’espressione della potenza visiva, dell’acume e dell’ironia di Morellet si gioca in questo caso in uno spazio di oltre 20 metri quadrati, dove i visitatori interagiscono con quello che appare come un grande labirinto di forme geometriche, giocando dunque un ruolo fondamentale per il senso dell’installazione. Non a caso Morellet è famoso per aver detto che“… le arti visive devono consentire agli spettatori di trovare quello che vogliono in esso, vale a dire ciò che essi portano con sé. Le opere sono come aree picnic, in cui si mangia ciò che si è portato con sé”.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/labirinti-e-geometrie-umane-francois-morellet-al-mac-val-di-vitry-sur-seine-parigi

La distruzione creativa di Arman. Accumulazioni e Collere al Mamac di Nizza

Arte moderna, Mostre
Il Musée d’Art Moderne et d’Art Contemporaine di Nizza, per gli amici Mamac, in collaborazione con l’Espace Ferrero, suo vicino di casa, ha scelto di inaugurare il proprio anno espositivo dedicando la prima mostra della stagione ad un rinomato cittadino nizzardo scomparso dieci anni fa. Si parla di Armand Pierre Fernandez, famoso a tutti semplicemente come Arman, pittore e scultore di strumenti musicali frantumati e di cataste di oggetti – scarpe, monete, posate, orologi, tubetti di colore.
Nato a Nizza alla fine degli anni Venti, fu il padre – nobile spagnolo appassionato di antichità – ad iniziare il figlio alla pittura, insegnandogli a maneggiare i colori ad olio a soli dieci anni. Arman perfezionò negli anni la sua tecnica prima all’Ecole des Arts Decoratifs e, in seguito, all’Ecole du Louvre, trovandosi però così spesso in disaccordo con la visione conservatrice delle istituzioni da abbandonarle entrambe anzitempo. Fu l’incontro con Yves Klein, artista, e Claude Pascal, cantante e attore, a plasmare la sua visione d’artista e uomo moderno, cominciando dalla scelta di essere conosciuto solo come Arman, in segno di ammirazione nei confronti di Van Gogh, che firmava solo con il proprio nome di battesimo. Le vicende storiche e personali – la guerra, il matrimonio, i figli – lo portarono a concentrarsi sull’arte solamente nel tempo libero fino alla metà degli anni ’50, quando prese definitivamente le distanze dalla pittura tradizionale con la serie dei Cachets. Replicò ossessivamente la stessa forma sulla tela e su carta mediante timbri di gomma, fino a che questo filone creativo non culminò nella serie delle Allures. Gli anni ’60 si aprirono con Arman e l’amico Klein a capo del Nouveau Realisme, corrente artistica che vedeva l’uomo come sintesi e prodotto di oggetti simbolo del consumismo moderno. L’idea di appropriarsi di tali oggetti e di sconvolgerne la natura accese una nuova passione in Arman, dando origine ad una fase produttiva che lo rese famoso in tutto il mondo. Infatti il suo lavoro prese due direzioni specifiche: quella delle Accumulations, raccolte di oggetti identici disposti sulla tela con ordine ed eleganza, oppure quella delleColères, armoniche distruzioni di oggetti nobili, quali strumenti musicali e statue bronzee. Come disse lo stesso Arman “Credo che nell’azione della distruzione ci sia una volontà d’arrestare il tempo, di sospendere gli avvenimenti incollandoli, bloccandoli insieme nel poliestere. Quanto rompo un oggetto faccio in modo che i pezzi cadano in uno spazio dato, precedentemente delimitato. Quando brucio qualcosa arresto la combustione prima del suo consumarsi. Non é mai un atto di distruzione totale ma ciò che mi permette di conservarla, là dove mostro la catastrofe. ”
Settanta le opere chiamate a raccontare per immagini ciò che fin qui è stato riassunto a parole: tele e teche che ripercorrono la vita dell’artista, opere che sottolineano non solo i successi ma anche i modelli ed i sostegni di sempre, come l’amico Yves Klein, con cui Arman condivise non solo l’avventura del Nouveau Réalisme – il cui Manifesto firmato in data 27 ottobre 1960 è in mostra nella sala che il Mamac ha dedicato a Klein – ma anche, ad esempio, l’amore per le arti marziali. Un percorso in parallelo quello dell’Hommage nizzardo a Arman, voluto da due importanti istituzioni locali per omaggiare il loro illustre cittadino: tra le opere in mostra al Mamac, alcune donate dall’artista alla sua città, come Allure aux bretelles (1959) e Sans titre (coupe de violoncelle) 1962, e molte acquisite nel corso degli anni, mentre all’Espace Ferrero è possibile farsi una visione altra dell’artista, attraverso quaranta ritratti realizzati personalmente dall’amico e fotografo John Ferrero.

Fotografando con la tavolozza. Georgia O’Keeffe in mostra al Museo di Grenoble

Arte moderna, East magazine, Mostre
La prima mostra personale in Francia dell’artista americana Georgia O’Keeffe è stata organizzata a Grenoble grazie alla partecipazione del Museo a lei dedicato a Santa Fe, Nuovo Messico, seconda patria dell’artista dopo la morte del marito. Terra di spazi immensi e deserti, fatta di colori intensi e di natura selvaggia, Il Nuovo Messico ha sovrapposto il suo profilo a quello della prateria nordamericana dove l’artista visse da giovane, plasmando la seconda vita non solo di Georgia, ma anche delle sue opere.
Una vita, quella della O’Keeffe, vissuta a cavallo del Novecento, secolo innovatore che ha forgiato molti artisti, offrendo loro nuove possibilità a livello di sperimentazione e di stile. Nel caso di Georgia, nata nel 1887 in una fattoria nel Wisconsin e vent’anni dopo militante nell’Art Students League a New York, la possibilità colta fu quella di permettersi di sentirsi ugualmente attratta dagli acquarelli di Rodin e dalla fotografia contemporanea di Alfred Stieglitz. La sua capacità di artista moderna fu quella di trovare punti di contatto unici tra i due estremi del suo interesse, e tale capacità ne ha fatto un’icona americana al pari di Jackson Pollock, benchè in Europa sia meno famosa che in patria. Dopo aver conosciuto Stieglitz, gallerista oltre che fotografo ed in seguito suo marito, Georgia espose molte sue opere negli ambienti dell’avanguardia newyorkese, conquistando tutti con l’unicità della sua pittura, principalmente fiori e architetture, linee nette a carboncino e armonie di acquarelli, inquadrature ravvicinate inconfondibili e profondamente innovatrici. L’evoluzione della sua arte la portò nel suo primo decennio di produzione ad abbandonare a poco a poco il piccolo formato, a realizzare pitture ad olio su tela di grandi dimensioni, ad oscillare tra arte figurativa e astrattismo, a scegliere colori sgargianti e combinazioni quasi oniriche.
A metà degli anni Venti era considerata una delle pittrici più importanti d’America, ma si trovò anche inscindibilmente legata al marito, di cui era non solo compagna ma musa e modella, ruolo che mal si adattava al suo bisogno di emancipazione come artista. All’inizio degli anni Trenta, grazie ad un casuale isolamento estivo nei paesaggi del Nuovo Messico, riscoprì la forza della propria creatività, non più assoggettata alla critica newyorkese o del marito, ma libera di definirsi. La seconda vita della propria arte ricominciò quindi dalla sintesi di colline desertiche e canyon disseminati di rocce, fiumi e cieli, conchiglie e teschi di animali, soggetti di alcune delle sue creazioni più famose. Quando il marito morì, Georgia si trasferì definitivamente in questa porzione di mondo, a stretto contatto con la natura, godendo della solitudine dei grandi spazi aperti e della ricerca della propria identità artistica.
Il percorso espositivo proposto dal Museo di Grenoble si compone di ottanta opere provenienti da prestigiose istituzioni internazionali oltre che dal Museo di Santa Fe, intervallate da immagini scelte di otto fotografi legati all’artista da profondi rapporti di amicizia e stima. A partire da Stieglitz, gli amici Paul Strand, Edward Weston, Imogen Cunningham, Ansel Adams, Eliot Porter e Todd Webb, i quali certamente influenzarono la prospettiva e l’impostazione delle sue pitture, com’è possibile constatare in mostra. Con loro Georgia condivise non solo l’occhio fotografico e la passione per la tecnica, ma la vita stessa e la costruzione della sua identità, a prescindere che si trovasse a New York o in New Mexico. “Dove io sia nata e come abbia vissuto non conta. È ciò che ho fatto nei luoghi in cui ho vissuto che dovrebbe interessare.”
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/fotografando-con-la-tavolozza-georgia-o-keeffe-al-museo-di-grenoble

CONTEMPORARY POP ART. QUANDO WARHOL INCONTRO’ AI WEIWEI ALLA NATIONAL GALLERY OF VICTORIA, AUSTRALIA

Arte contemporanea, Arte moderna, East magazine, Mostre
Una mostra epocale, ecco come si preannuncia l’ultima esposizione dell’annata 2015 inaugurata pochi giorni fa a Melbourne negli spazi della National Gallery of Victoria, il più antico e prestigioso museo australiano. Una mostra che mette a confronto molte opere inedite di una delle icone dell’arte del XX secolo e di un artista dei giorni nostri, famoso per i suoi trascorsi politici burrascosi almeno quanto le sue grandiose installazioni. Epocale si prefigura anche il confronto culturale – tra pop art americana, arte contemporanea cinese e paesaggi australiani – e tecnico-linguistico – Polaroid e tele, video e musica versus installazioni inedite e assemblaggi di oggetti simbolo del fare artistico e patriottico dell’artista, ad esempio le biciclette.
Stiamo parlando della mostra intitolata semplicemente ed evocativamente Andy Warhol | Ai Weiwei, dedicata a due grandi portavoce dell’arte moderna e contemporanea, organizzata in modo tale da far dialogare 220 immagini di Andy Warhol – senza contare le circa 500 Polaroid allestite per mostrare in contemporanea la vita e i contesti in cui Warhol era solito lavorare – con 120 opere di Ai Wei wei (http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/liberi-confini-ai-weiwei-in-mostra-alla-royal-academy-of-arts-di-londra).
Andy Warhol, nato quasi un secolo fa, non è stato solo un artista ma anche un imprenditore dell’avanguardia creativa di massa e fondatore della celeberrima Factory, un predicatore che ha vestito i panni di regista, produttore cinematografico, direttore della fotografia, attore, sceneggiatore e montatore. In una parola, una figura eclettica. Fortemente ispirato dal contesto americano degli anni Cinquanta e Sessanta, supportò lo scambio e l’interazione tra artisti e tra i più disparati ambiti socio-culturali, restando sempre in prima linea fino alla sua morte, avvenuta nel 1987. Ha reinventato il significato di arte attraversi le sue opere più famose, realizzate in una sorta di catena di montaggio reinventata (serigrafia). Esse rappresentano in serie uguali e sempre diverse attori e cantanti, marchi famosi e fumetti, documentando la società dell’immagine dagli anni ’60 agli anni ’80 e proponendosi sul mercato alla stregua dei prodotti commercializzati dalla televisione e dalla pubblicità.
Dal canto suo Ai Wei wei, artista classe 1957, è noto per gli anni di confinamento nel suo paese natale, la Cina, a causa del suo impegno politico e delle sue opere di denuncia, malviste dal governo cinese. Egli è reduce da una grande personale londinese dove ha potuto presenziare per la prima volta dopo 4 anni di reclusione. Nonostante le pesanti misure restrittive che sono state prese nei suoi confronti, Ai Wei wei ha ribadito in più occasioni che la forza della sua arte, la fonte della sua ispirazione, è data dalla volontà di combattere un sistema ingiusto e di far conoscere la situazione del proprio paese nel mondo, per rivendicare i diritti del popolo cinese. Per questo motivo, è in prima linea soprattutto dall’interno della sua nazione, dove vive e lavora ma dove non può esporre le proprie opere, che in compenso vengono fatte viaggiare da un museo all’altro, attraverso i continenti. Opere come bandiere che sventolando testimoniano episodi gravi taciuti al mondo ma che si sono verificati in un passato appena dimenticato, raccontati oggi attraverso il lavoro di Ai Wei wei e del suo staff di collaboratori, tutti suoi connazionali. Per questa grande occasione di esposizione, gli sono stati commissionati alcuni nuovi lavori, tra cui un’installazione dal titolo Letgo Room, che è stata oggetto di grandi discussioni. In ottobre infatti, alcuni giornali hanno reso noto come la famosa azienda Lego si fosse rifiutata di vendere il materiale all’artista, accusato di farne un uso politico. Si tratta in effetti di un’installazione composta da due milioni di mattoncini di plastica assemblati per ritrarre i volti di venti attivisti australiani, personaggi impegnati della difesa dei diritti umani, della libertà di parola e di informazione, tra cui spiccano Julian Assange, Geoffrey Robertson QC, Peter Greste, Gillian Triggs, solo per citarne alcuni.
Una mostra epocale che dà voce a due artisti che, a distanza di decenni, incarnano la medesima forza rivoluzionaria, portata avanti non solo con le rispettive opere, cui fama e valore sono cresciute con i rispettivi autori, ma anche tramite azioni incancellabili, potenti e in qualche modo definitive non solo per il mondo dell’arte, ma per la storia ed il bagaglio culturale della collettività.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/contemporary-pop-art-quando-warhol-incontro-ai-weiwei-alla-national-gallery-of-victoria-in-australia

EARTHRISE. Visioni pre-ecologiche nell’arte italiana

Arshake, Arte moderna, Mostre
Nel girotondo di eventi che hanno accompagnato l’inaugurazione della ventiduesima edizione di Artissima, come d’abitudine organizzata il primo week end novembrino, si vuole ricordare anche l’apertura della nuova mostra del PAV – Parco Arte Vivente di Torino, visitabile fino al 21 febbraio 2016. Si tratta del terzo appuntamento organizzato per il centro d’arte torinese da Marco Scotini, critico e direttore del Dipartimento Arti Visive al NABA di Milano, da tempo sensibile allo scambio tra pratiche artistiche, politiche ed ecologiche.
L’allestimento di questa collettiva, intitolata Earthrise, è un omaggio al lavoro del gruppo di architetti fiorentini 9999 e di Gianfranco Baruchello, Ugo La Pietra e Piero Gilardi, uniti nel richiamo al titolo di un’immagine storica, scattata il 24 dicembre 1968 dall’astronauta William Anders durante la missione Apollo 8, ritraente la Terra vista per la prima volta da un essere umano, per la prima volta nell’orbita lunare.Questa fotografia del nostro pianeta è considerata la prima prova materiale dei limiti fisici e quindi della fragilità del nostro mondo, ed ha creato una consapevolezza globale che ebbe una grande influenza sui primi ecologisti dell’epoca, così come ha sensibilizzato il mondo dell’arte contemporanea.
Earthrise fa quindi riferimento ad un periodo storico ricco di ricerche pionieristiche portate avanti su più livelli di conoscenza, che in campo artistico si sono spinti oltre il concetto ideale di natura incontaminata, e hanno coinvolto la realtà quotidiana.Una mostra che mette quindi la Terra al centro di una nuova responsabilità sociale attraverso le opere di questi artisti italiani, in qualche caso già riunite più di quarant’anni fa nella mostra ormai storica dal titolo Italy: The New Domestic Landscape ospitata nel 1972 dal MoMA di New York. Parliamo del Progetto Apollo (1971) dei 9999, in cui la Luna viene immaginata come una novella arca di Noè in cui conservare i modelli della vita terrestre, e del modello abitativo Vegetable Garden House (1971), che si focalizza invece sull’introduzione del principio delle risorse riciclabili all’interno delle moderne e tecnologiche abitazioni, tema quanto mai attuale.
Invece, il progetto di Gianfranco Baruchello, Agricola Cornelia S.p.A. (1973-1983), ha coinvolto in un’unica realtà i concetti di estetica, agricoltura, zootecnia e vita, poiché ha creato una vera società che ha svolto tutte le attività proprie dell’azienda agricola, dalla coltivazione di ortaggi e alberi da frutto all’allevamento di ovini. L’idea di ecoambiente sviluppata da Baruchello nacque come un happening artistico-politico, ma in un paio di anni è diventato uno stile di vita, una scelta, la stessa scelta di riscoperta e costruzione che si legge nei frammenti di mondo di Piero Gilardi. Egli ricostruisce con il poliuretano quanto l’inquinamento ambientale ha profanato, ridando forma e aspetto originali a pezzi di Terra, che noi vediamo puliti ma senza vita. Disse Gilardi: «Sentii allora l’impulso immaginifico a ricreare quel frammento di paesaggio inquinato nel mio studio, ma completamente ripulito e organico». Earthrise continua dunque la ricerca avviata dal PAV, incentrata sulla volontà di individuare una genealogia tra le pratiche artistiche ed il nostro ecosistema, un linguaggio da amplificare e rendere comprensibile al pubblico. Perché, come dice Scotini «A noi ci piace riportare la gente sulla Terra».
http://www.arshake.com/earthrise-visioni-pre-ecologiche-nellarte-italiana-1967-73/

DALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE A VILLA MEDICI, TUTTA LA LUCE DI ROMA NELLE ATMOSFERE DI BALTHUS.

Arte moderna, East magazine, Mostre
Era il 1926 quando, appena ventiduenne, Balthasar Klossowski de Rola – in arte Balthus – spalancò i propri occhi in un’epifania legata ai capolavori rinascimentali italiani, grazie ad un viaggio intrapreso con il suo mentore, il poeta austriaco Rainer Maria Rilke. Da quel momento, fondamentale per la formazione dell’artista, Balthus decise di concentrare la propria ricerca sull’esplorazione di quel periodo della vita, un momento magico in cui tutto era in divenire e tutto era scoperta, contestualizzato nella luce e nelle pose dei maestri italiani. In seguito esprimerà il desiderio di tornare in Italia, fino a che nel 1961 non venne nominato direttore dell’Accademia di Francia nella città eterna e dunque si stabilì per ben sedici anni a Roma, più precisamente nella maestosa Villa Medici, sede dell’istituzione di cui era a capo. Non è un caso che oggi, a quindici anni dalla sua scomparsa, negli stessi luoghi che egli viveva come una fortezza dorata, la sua figura venga omaggiata da una grande mostra monografica, talmente consistente da essere stata divisa in due sedi, la prima appunto a Villa Medici, la seconda nella cornice delle Scuderie del Quirinale, da anni scrigno di grandi allestimenti dal respiro nazionale ed internazionale.
Questa mostra non vuole essere da meno, tanto da offrire una panoramica di circa duecento capolavori tra tele, illustrazioni di libri, disegni e fotografie dell’artista e dei suoi studi compositivi, riunite grazie alla collaborazione di importanti collezioni private e dei più famosi musei europei ed americani. Avendo a disposizione due spazi di questa portata, l’allestimento è stato opportunamente separato ragionando su due aspetti emblematici della produzione di Balthus. Alle Scuderie del Quirinale si rende omaggio ai suoi lavori più famosi, seguendo un ordine cronologico che racconta anche ai visitatori meno preparati una storia ricca di dettagli e particolari, in linea con i dipinti del suo protagonista. Vi sono infatti tutti i passaggi salienti della formazione di Balthus, dagli albori come giovane promessa cresciuta nell’ambiente colto e raffinato dell’alta borghesia polacca, alla sua sperimentazione dei principi di composizione e stilizzazione legati all’amore per il Quattrocento italiano, fino alla consacrazione attraverso la riproduzione di scene di interni e di soggetti  ricorrenti, soprattutto bambini con i loro giochi, nelle loro pose concentrate ed improbabili. Visitando Villa Medici si coglie invece la possibilità di ammirare una selezione delle opere realizzate dall’artista nel periodo romano proprio in questi luoghi, grazie alle quali si ha la possibilità di approfondire il metodo ed il processo creativo alla base delle opere di Balthus. Si passa attraverso la pratica del lavoro in atelier, l’uso dei modelli – spesso ragazzine -, le ricerche fotografiche alla base della costruzione spaziale di molte tele, gli studi anatomici ed in generale la riproduzione di un mondo fuori tempo, volutamente antimoderno.
Al termine di questo secondo percorso si dispone davvero di tutte le informazioni necessarie a riconoscere  e  ammirare lo stile di Balthus, da troppo tempo sottovalutato, come ribadito chiaramente dallo storico dell’arte e curatore Jean Clair “Se la storia dell’arte non fosse scritta da imbecilli Balthus avrebbe un posto d’onore nei sussidiari”. Il doppio allestimento permette di avere la nostra epifania, di spalancare i nostri occhi su dipinti sospesi nel tempo, caratterizzati da una disciplina pittorica affascinante per la sua precisione figurativa e allo stesso tempo pervasi da un’enigmaticità legata ai connotati intimi, onirici e domestici dei momenti proposti da Balthus.
“Nutro per l’Italia una tenerezza originaria, fondamentale, innocente. Ma al di là dell’Italia, ciò che amo in essa è la sua capacità di conservare qualcosa dell’unità primitiva, della freschezza delle origini. Sicché posso ritrovare l’Italia anche in un paesaggio cinese, come in esso posso ritrovare le leggi dell’armonia universale che un primitivo senese, per esempio, cercava di rappresentare.”
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/dalle-scuderie-del-quirinale-a-villa-medici-tutta-la-luce-di-roma-nelle-atmosfere-di-balthus

Henri de Toulouse-Lautrec, pittore manifesto della Modernità. In mostra al Palazzo Blu, Pisa

Arte moderna, East magazine, Mostre
Se vi chiedessero di chiudere gli occhi e visualizzare Montmartre e la Parigi di fine Ottocento, quali sono le prime immagini che vi verrebbero in mente? Sono certa che almeno una includerebbe il Moulin Rouge, i cabaret, le ballerine di can can, e che probabilmente avrebbe le sembianze di una vecchia locandina. Tutta colpa – o merito – di Henri de Toulouse-Lautrec, pittore famoso oggi ed allora per il suo talento come pubblicitario almeno quanto lo fu per i suoi scandali e le sue sventure, spesso indissolubilmente legati.
Dal 16 ottobre le immagini di cui abbiamo evocato il ricordo sono state riunite ed arricchite con altre opere, forse meno riconoscibili ma altrettanto penetranti, presso il Palazzo Blu di Pisa, in occasione di una grande mostra autunnale dedicata a Lautrec visitabile fino al 14 Febbraio 2016. Due sono le facce conosciute di Henri, tormentato talento del XIX secolo, ed entrambe sono indagabili nelle quasi duecento opere in mostra tra tele, manifesti, litografie e disegni.
La prima riguarda il suo vissuto personale, le origini aristocratiche a cui è riconducibile anche la sua fragilità ossea congenita, una malattia ereditaria legata alla stretta parentela tra i suoi genitori che gli impedì di condurre la vita di agi e divertimenti a cui avrebbe avuto accesso. Malattia alla quale però dobbiamo l’avvicinamento all’arte e al disegno, attività che divennero il vero motivo della sua vita, la molla che lo catapulterà negli stimoli di Parigi. La sua ricerca di un equilibrio sul margine del contesto – prima a causa della malattia, in seguito come forestiero nella capitale – lo porterà a sviluppare uno sguardo unico sul mondo e i suoi abitanti, soprattutto verso chi come lui tendeva all’emarginazione. I suoi dipinti sono famosi per le molteplici sfumature, date sia dalle pennellate veloci e dalle scelte cromatiche sia dagli sguardi, le pose, la psicologia dei personaggi ritratti, sofferenti e smarriti, a tratti assorti e persi nel loro mondo, resi più intensi anche dalla mancanza di fondali. La seconda faccia di Lautrec sta nella sua padronanza della tecnica e nella capacità di cogliere cosa serviva nel momento in cui avvertiva una mancanza: è lui il primo vero pubblicitario della storia, se guardiamo alle locandine e alla nascita dei manifesti così come li intendiamo oggi. Realizzò delle vere e proprie campagne pubblicitarie per i café ed i locali notturni di Parigi come il Moulin Rouge, di cui era cliente abituale, ed ebbero un grande successo, al punto che Henri fu uno dei pochi artisti di quel periodo a guadagnare grazie la propria arte.
Contemporaneamente al momento di massimo successo, lo stile di vita dissoluto a cui si abbandonò Lautrec – non dissimile da quello di molti colleghi bohémien, come lui tormentati dalla sifilide e dall’alcolismo – gli costò lunghi periodi di malattia ed infine la vita stessa, benché non fosse ancora trentenne. Ciò non toglie che, in una manciata di anni e con una produzione notevole, egli sia riuscito a trasformare profondamente il mondo dell’arte, inaugurando quella che possiamo definire Modernità attraverso un modo trasparente di pensare e di vedere le cose, riassunto in un pensiero molto diretto dell’artista “Dipingo le cose come stanno. Io non commento. Io registro.”
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/henri-de-toulouse-lautrec-pittore-manifesto-della-modernita-al-palazzo-blu-di-pisa

Burri e la memoria dei materiali. Ricordi secolari in mostra al Guggenheim di New York

Arte moderna, East magazine, Mostre
È difficile non aver notato, nel corso di quest’anno, il fatto che il mondo dell’arte ha voluto celebrare a livello mondiale il centenario della nascita di un grande artista italiano, conosciuto per le sue sperimentazioni all’insegna dell’uso et abuso materico, oggi famose per la loro potenza innovatrice. Nel caso non abbiate idea di chi o cosa stia parlando, vi basterà seguire la direzione verso cui puntano i fasci dei riflettori, questo week end interamente dedicati al più importante evento in questo fitto carnet di appuntamenti, ovvero la monumentale retrospettiva allestita in onore di Alberto Burri, presentata al Guggenheim di New York con il titolo The Trauma of painting.
È passato un secolo da quando Burri ha visto la luce a Città di Castello (Perugia), nel marzo 1915, e poco di meno da quando il destino – sotto forma di Secondo conflitto mondiale – non lo ha instradato verso orizzonti totalmente differenti da quelli che si era immaginato al termine dei suoi studi di Medicina. La prigionia cui venne costretto nel 1943, più precisamente nel campo di Hereford in Texas, gli diede modo e tempo di cominciare a dipingere, stravolgendo la sua vita al punto che, solamente tre anni dopo, a Roma verrà presentata la sua prima personale. Da quel momento i ferri del mestiere divennero altri, anche se non esattamente pennello e tavolozza: a partire dagli anni ’50 il suo lavoro è infatti caratterizzato da un susseguirsi di serie conosciute come i Sacchi, cui seguiranno i Legni, le Plastiche, i Ferri, i Cretti, i Catrami, i Cellotex… Prima che pratici riferimenti ai materiali oppure ad una specifica fisicità, questi titoli descrivono le derive artistiche di Burri, definiscono le sue creature, figlie dell’esistenza e della sofferenza dell’uomo in quanto essere mortale, prodotti della sua naturale spinta evolutiva. Vita ed afflizioni evocate dalle bruciature, dagli strappi, dalle spaccature, dalle toppe e dalle cuciture che plasmano di volta in volta il supporto, rendendolo unico, irripetibile. Un lavoro di interazione con i materiali quello di Burri, una manipolazione che sfocia evidentemente in una terza dimensione oltre i limiti fisici della tela o della tavola, facendosi metafora rispetto ai confini della vita reale. Una dimensione sconosciuta, in cui l’artista è consapevole di non avere il controllo assoluto della situazione, perché la risposta alle sollecitazioni – fuoco, tagli, abrasioni – che infligge ai supporti scelti – tessuti, plastica, legno, cellotex – è sempre diversa ed imprevedibile. Il risultato? Opere che possono portare con sé stratificazioni impegnative perché evidenti come toppe, oppure supporti dilaniati, altrettanto grandiosi anche se di loro non resta che un semplice brandello tra una lacerazione e l’altra, vere protagoniste del lavoro.
A conti fatti, non stupisce il fatto che Burri sia considerato “l’anello di transizione tra collage e assemblaggio”, ed il percorso forzatamente ascendente del Museo di Frank Lloyd Wright tende a sottolineare il vortice di innovazione creata dal maestro italiano. Procedendo tra le quasi cento opere esposte – alcune in America per la prima volta, altre ritornate dopo l’ultima esposizione dedicata a Burri, risalente ai primi anni Ottanta – ci vuole molto poco a rendersi conto che fu uno dei precursori che più influenzò gli artisti moderni per quanto riguarda correnti come il Neodadaismo, l’Arte Processuale e l’Arte Povera. Ciononostante, le sue parole – tratte da un’intervista pubblicata da Allemandi nel 1995, anno in cui l’artista si spense – risultano preziose per interpretare al meglio il suo lavoro “Io vedo la bellezza e basta. E la bellezza è bellezza, sia che sia un bellissimo sacco, sia che sia un bellissimo cellotex, o un bellissimo legno, o ferro, o altro… È uguale. Ugualissimo. Purché sia “bello”, purché sia fatto come io posso riuscire a farlo. E il giorno che non mi riesce più di farlo così, smetto e cambio. Ogni quadro che faccio, con qualunque materiale, sta sicuro che per me è perfetto. Perfetto come forma e come spazio. Forma e spazio: queste le qualità essenziali, che contano davvero. È evidente che la mia liberà creativa si manifestava nella ricerca del momento in cui trovavo l’equilibrio. L’equilibrio! Tutti questi analogismi tra combustioni e “cretti” non c’entrano proprio niente. Una cosa sono i cretti, un’altra le combustioni, ma tutte tendevano verso l’equilibrio, il “mio” equilibrio.”
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/burri-e-la-memoria-dei-materiali-ricordi-secolari-in-mostra-al-guggenheim-di-new-york

La Grande Madre. “L’Energia per la Vita” dall’Expo a Palazzo Reale, Milano

Arte contemporanea, Arte moderna, East magazine, Mostre
La fine dell’estate ha saputo premiare l’attesa e la crescente curiosità di molti appassionati di arte moderna e contemporanea, una curiosità alimentata dalle tante anticipazioni che per mesi hanno accompagnato l’allestimento di una mostra che ha molto da raccontare sulla figura femminile, sul concetto di nascita e evoluzione, sull’arte e la vita odierne.
Parliamo della Grande Madre, titolo efficace e trasparente per un’esposizione imponente, curata da Massimiliano Gioni per la Fondazione Nicola Trussardi, inaugurata da una settimana con la benedizione del Comune di Milano e presentata a Palazzo Reale in occasione di Expo 2015.
La mostra affronta il tema cardine di Expo “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” attraverso la celebrazione della maternità, chiamata in causa come emblema assoluto dell’idea di Vita, ed analizzata in tutte le sue forme. Il corpo femminile viene quindi mostrato come una roccaforte, simbolo di accoglienza e dolcezza, ma anche come veicolo di gestualità nuove, di anticonformismo e di ribellione, di crescita individuale e come categoria. Al centro di questa tavola rotonda le donne, sempre e per sempre legate alle nuove generazioni a cui danno la luce, per questo parte importante del combustibile che ha fatto muovere il XX secolo ad una velocità impressionante.
Il percorso espositivo invita esplicitamente ad osservare le espressioni artistiche di questi ultimi decenni, chiamando a raccolta più di un centinaio di artiste ed artisti che hanno fatto la storia dell’arte del nostro tempo, dando vita a nuove forme, sguardi, manifestazioni del loro essere parte sensibile di questa epoca, proprio come lo è ogni madre. Parliamo di colossi come Carla Accardi e Yoko Ono, Barbara Kruger e Cindy Sherman, ed anche Umberto Boccioni, Man Ray e Duchamp, Max Ernst e Salvador Dalì.
Le opere sono state scelte per raccontare, con tutti i mezzi, i materiali e le tecnologie disponibili, il susseguirsi cronologico di avanguardie e sperimentazioni influenzate dal genere femminile – come il Futurismo o il Dadaismo, per non parlare del Surrealismo – oppure che hanno avuto nelle donne i loro portavoce, a cominciare da Frida Kahlo per arrivare a Louise Bourgeois, passando per Rosemarie Trockel, Marlene Dumas e Carol Rama.
Gli argomenti trattati? Tutti quelli che possono venirvi in mente. Si parla di rapporti familiari e trasformazioni culturali, di politica, di guerra e di emancipazione femminile, di carriera e pubblicità, passando per la moda ed la religione, non dimenticando di affrontare la sessualità e le icone gay, per tornare nuovamente al tema principe della gravidanza e maternità.
Indubbiamente un’occasione unica per ripercorrere molte tappe fondamentali del fare artistico contemporaneo, per assistere al dialogo tra opere differenti ma ispirate da un pensiero comune, per osservare il risultato ottenibile dalla collaborazione tra le istituzioni pubbliche e private in Italia, e godere dei frutti dell’unione di artisti, istituzioni, città e paesi diversi, che ha dato vita alla stessa armoniosa diversità percepibile nelle vie del Decumano.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/la-grande-madre-l-energia-per-la-vita-dall-expo-a-palazzo-reale-milano

QUANDO L’ARTE SOVIETICA E’ RIVOLUZIONE. DA CHAGALL A MALEVITCH, AL GRIMALDI FORUM DI MONACO

Arte moderna, East magazine, Mostre
Da 15 anni il Grimaldi Forum Monaco troneggia nel calendario degli appuntamenti artistici da non perdere nel periodo estivo, ed anche quest’anno non delude, complice l’allestimento altamente scenografico nei 4000 m2 di questo spazio eccezionale, non a caso palcoscenico di importanti eventi culturali e mondani durante tutto l’anno monegasco. Il titolo dell’evento dell’estate 2015 Da Chagall a Malevitch, la rivoluzione delle avanguardie, richiama ad altre esposizioni di grande successo alternatesi tra il 2014 e l’anno in corso, dedicate in generale all’arte e alla cultura Russa, celebrate con particolare entusiasmo dal Grimaldi Forum per via del gemellaggio culturale in corso per l’anno della Russia a Monaco.
In effetti, si tratta di una mostra imponente, che conta 150 opere di circa 40 artisti, da seguire come direttrici per ripercorrere un periodo lungo venticinque anni, un vero e proprio viaggio attraverso l’arte russa dal 1905 fino al 1930. Un’arte fatta di confronto, scambio e rivoluzioni estetiche che videro consolidarsi i rapporti tra Mosca e Parigi, tra artisti ugualmente coinvolti in un periodo storico incerto da una parte e dall’altra nelle incredibili innovazioni in campo tecnologico: l’elettricità, la ferrovia, l’automobile e i nuovi mezzi di comunicazione, novità che inevitabilmente diedero motore ad una società in evoluzione.
Nuovi linguaggi, espressioni, rappresentazioni della realtà in campo artistico, letterario e della cultura in generale stravolsero i canoni del passato, creando rotture profonde e insanabili fatte di colori e geometrie ardite, versi e passi di danza mai visti, che crearono le basi per la modernità così come la conosciamo oggi.
Sono Marc Chagall e Kazimir Malevich i due artisti chiamati a rappresentare gli antipodi – e dunque i limiti – di questo allestimento, colleghi nella sperimentazione e capisaldi di differenti correnti artistiche, due delle tante approcciabili in mostra. Chagall, di famiglia ebraica ed origini russe, in seguito divenuto cittadino francese, venne associato a diverse avanguardie contemporanee, anche se in prima persona egli fuggiva le definizioni e le categorie in generale. La sua è un’arte fatta di molti riferimenti all’infanzia e ai ricordi, incentrata soprattutto sul colore e caratterizzata da componenti oniriche e simboli religiosi, spesso tradotti in figure a mezz’aria sullo sfondo di cieli arcobaleno. Malevich dal canto suo, ucraino trapiantato a Mosca, è noto per essere il pioniere dell’astrattismo geometrico, fondatore del Suprematismo – con il quale auspicava la supremazia della sensibilità pura nell’arte – e sostenitore di un’arte superiore proprio perché non figurativa. Ispirati dai due maestri, molti colleghi e connazionali intrapresero strade parallele alle loro, cariche di significati e simbologie che siamo invitati a scoprire lungo questo percorso, certamente condizionato dalla geometria rigorosa del fare artistico malevichiano. Infatti, il curatore Jean-Louis Prat ha scelto di affrontare lo spazio espositivo con la stessa disciplina del pittore, in modo da circoscrivere con precisione i periodi storico-artistici, definendo un percorso espositivo che non lascia niente all’improvvisazione. “Il quadrato, il cerchio e la croce su fondo bianco dell’artista compendiano lo choc visivo ed estetico dell’esposizione”, spiega a proposito della visita, che inizia in una sala quadrata e di colore rosso – connotati fortemente sovietici – con vista sulla croce centrale che ospita i movimenti artistici più rivoluzionari, dal Suprematismo – la cui opera principe è Quadrato Nero di Malevich (1913) – al Costruttivismo – cavallo di battaglia di Rodchenko e Tatlin. Il tutto contenuto all’interno di un circolo dato da esempi delle altre correnti dell’epoca, dal Raggismo al Cubofuturismo, su cui dominano opere del calibro dell’enorme Teatro Ebraico di Chagall, ma anche lavori di artisti quali Kandinsky, Rozanova, Popova.
Un viaggio attraverso l’espressività di un’epoca totalmente nuova vista con gli occhi di un paese lontano, una mostra dai prestiti straordinari – Museo Puškin e Galleria Nazionale Tretyakov di Mosca, Centre Pompidou di Parigi, Museo Thyssen di Madrid – ma soprattutto un’occasione per osservare la potenza del cambiamento e le sue infinite possibilità.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/quando-l-arte-sovietica-e-rivoluzione-da-chagall-a-malevitch-al-grimaldi-forum-di-monaco