L’Arte è di tutti. Gilbert & George al Museum of Old and New Art di Hobart, Tasmania

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
C’è una prima volta per tutto, a volte più eccezionale di quanto si possa immaginare. Nel caso di una delle coppie più famose dell’arte contemporanea, i leggendari Gilbert & George, l’ultima “prima volta” è stata in Australia, dove è stata organizzata una delle loro più grandi e complete retrospettive. Infatti, i curatori della mostra –  Olivier Varenne e Nicole Durling, affiancati dagli stessi Gilbert & George – hanno pianificato una personale che ha previsto l’esposizione di oltre cento opere di varie dimensioni, selezionate partendo da una produzione che conta ormai cinque decenni di attività, dai primi lavori degli anni Settanta ai più recenti datati 2014.
Gilbert & George, all’anagrafe Gilbert Prousch (1943) e George Passmore (1942), si incontrarono alla Saint Martin’s School of Art di Londra nel 1967, e dall’anno seguente la loro collaborazione professionale si fuse in una condivisione dello spazio privato, culminata nel trasferimento di casa e studio nell’allora malfamato quartiere di Spitalfields. Non fu una scelta dettata dal caso o dalla necessità, ma dalla volontà di opporsi fin da subito alle tradizioni legate alla produzione artistica in senso lato, da quella convenzionale alle correnti più recenti, motivo per cui scelsero di vivere la propria vita, i propri ambienti e le proprie persone come una sorta di grande e prolungata performance. Cominciarono così nei panni di “sculture cantanti”, quando, dipingendosi con una vernice metallica e vestendosi con completi grigi da impiegati middle class – una sorta di divisa che ancora li contraddistingue – salivano su un piedistallo e cantavano una canzone popolare inglese.  In seguito, consolidarono la propria fama attraverso la produzione di composizioni fotografiche su larga scala, caratterizzate da colori psicadelici e montate in modo da ricordare una vetrata gotica. I protagonisti della scena sono sempre Gilbert & George, attorniati da elementi simbolici vagamente riconoscibili, dissacranti e provocatori. Benchè siano sempre rappresentati o presenti all’interno delle loro creazioni, è importante notare che il duo non ha mai firmato un’opera individualmente, ma sempre e solo come Gilbert & George, a sottolineare non solo un rifiuto della distinzione dei ruoli ma anche una profonda attenzione nei confronti della definizione di identità. La scelta di utilizzare da subito una firma comune fu particolarmente significativa all’inizio della loro carriera, perché sancì l’intenzione comune in un percorso artistico che rifiutava l’individualizzazione e rafforzava al contempo il loro motto “l’Arte è di tutti“.
Appare chiaro dunque come l’obiettivo ultimo nel loro lavoro sia sempre stato quello di unificare arte e vita di tutti i giorni, producendo qualcosa che richiamasse ogni volta l’attenzione del maggior numero di persone possibile, analizzando le numerose sfaccettature dell’essere umano. Per questo l’allestimento delle mostre è un elemento fondamentale della loro visione, spesso sovradimensionato, scomodo ma attraente, come nel caso di questa prima esposizione australiana, prima e forse ultima volta in cui verranno presentate un centinaio delle loro fotografie tutte in un’unica location. Un’occasione unica per osservare come ogni tipo di tematica affrontata dal duo – comprendente ossessioni quali sesso, razza, religione, politica, soldi, morte –  enfatizzi il rapporto tra arte e vita come asse portante della loro ricerca artistica. “Essere sculture viventi è la nostra linfa, il nostro destino, la nostra avventura, il nostro disastro, nostra vita e nostra luce“.
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I luoghi della cultura e della memoria. Piero Pizzi Cannella alla Fondazione Pastificio Cerere, Roma

Architettura, Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Tutti i luoghi hanno una propria memoria, sono custodi di avvenimenti che insieme raccontano una storia e contribuiscono a delineare personaggi e situazioni che a loro volta hanno influenzato il corso di altri eventi. Nel caso del Pastificio Cerere di Roma – dedicato alla dea delle messi, costruito nell’Italia dei primi del Novecento per ospitare una delle prime semolerie-pastifici industrializzati del Paese – si tratta di una storia lunga un secolo, condita di tanti ingredienti apparentemente slegati tra loro, il cui sapore è eccezionale.
D’altronde, chi poteva immaginare che un luogo così isolato dal centro culturale della capitale, con un progetto iniziale così lontano dall’essere una fabbrica di cultura, potesse oggi essere conosciuto per la più alta concentrazione di esponenti delle arti visive dell’Europa Meridionale? Infatti, dimessa la produzione di pasta nel 1960, la fabbrica è stata trasformata e ripopolata in pochi anni dagli artisti del Gruppo di San Lorenzo, pittori e scultori che hanno installato i propri atelier nei locali dell’ex Pastificio Cerere. Il momento cruciale di transizione da industria a luogo di produzione e diffusione dell’arte contemporanea fu sancito da Achille Bonito Oliva nell’estate del 1984, quando il critico aprì le porte del Pastificio alla mostra Ateliers, che altro non fu se non l’apertura fisica degli spazi dove abitavano e lavoravano principalmente gli artisti Nunzio, Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Marco Tirelli e Piero Pizzi Cannella.
Proprio quest’ultimo, chiamato ad omaggiare i dieci anni di attività della Fondazione Pastificio Cerere con gli altri cinque colleghi fondatori del Gruppo di San Lorenzo, ha risposto all’invito organizzandovi la propria personale da titolo Interno via degli Ausoni. Un riconoscimento nei confronti del luogo e del suo ruolo di fucina per la formazione di nuove generazioni di artisti, ma anche delle solide fondamenta gettate dai precursori del progetto artistico, i quali hanno risposto come Pizzi all’invito ad esporre, progettando ognuno una mostra che tracciasse i rispettivi percorsi e sottolineasse il proprio ruolo all’interno della storia del Pastificio. Piero Pizzi Cannella ad esempio, è nato nel 1955 nei pressi della capitale e fin da bambino si confronta con la pittura, proseguendo, all’Accademia di Roma, con la manipolazione dei materiali. Risale agli anni Settanta il suo trasferimento all’ex Pastificio ed è nel 1978 che presenta la prima personale ed anche la sua prima scultura, benchè sia solito dire “Non nasco come scultore. La scultura è un mio amore segreto, che non merito.” Attraverso la mostra Interno via degli Ausoni l’artista sceglie di ripercorrere momenti cardine della sua vita e della sua carriera, trentacinque anni di percorsi intrecciati a questi luoghi che egli condivide con affetto con il pubblico. Una mostra intima, giocata sulla memoria e la sospensione, scandita da opere che paiono affiorare da un ricordo, dalle profondità della mente.
La mostra si compone di una tela di grandi dimensioni, un’anfora in bronzo della serie La Fontana Ferma, installazione fortemente legata all’ex Pastificio, e da una serie di disegni su carta, presentati insieme per la prima volta. Dice Pizzi Cannella dell’ex Pastificio “Un esempio di come sia possibile trasformare l’idea di arte, un’idea legata al canone estetico, al bello, e unirla ad una vita in armonia con gli amici, che per un certo momento qui è stata possibile. C’era l’atmosfera giusta per stare insieme, c’erano non solo artisti ma anche scenografi, compagnie teatrali. È stata una crescita fortunosa.”
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Fotografando con la tavolozza. Georgia O’Keeffe in mostra al Museo di Grenoble

Arte moderna, East magazine, Mostre
La prima mostra personale in Francia dell’artista americana Georgia O’Keeffe è stata organizzata a Grenoble grazie alla partecipazione del Museo a lei dedicato a Santa Fe, Nuovo Messico, seconda patria dell’artista dopo la morte del marito. Terra di spazi immensi e deserti, fatta di colori intensi e di natura selvaggia, Il Nuovo Messico ha sovrapposto il suo profilo a quello della prateria nordamericana dove l’artista visse da giovane, plasmando la seconda vita non solo di Georgia, ma anche delle sue opere.
Una vita, quella della O’Keeffe, vissuta a cavallo del Novecento, secolo innovatore che ha forgiato molti artisti, offrendo loro nuove possibilità a livello di sperimentazione e di stile. Nel caso di Georgia, nata nel 1887 in una fattoria nel Wisconsin e vent’anni dopo militante nell’Art Students League a New York, la possibilità colta fu quella di permettersi di sentirsi ugualmente attratta dagli acquarelli di Rodin e dalla fotografia contemporanea di Alfred Stieglitz. La sua capacità di artista moderna fu quella di trovare punti di contatto unici tra i due estremi del suo interesse, e tale capacità ne ha fatto un’icona americana al pari di Jackson Pollock, benchè in Europa sia meno famosa che in patria. Dopo aver conosciuto Stieglitz, gallerista oltre che fotografo ed in seguito suo marito, Georgia espose molte sue opere negli ambienti dell’avanguardia newyorkese, conquistando tutti con l’unicità della sua pittura, principalmente fiori e architetture, linee nette a carboncino e armonie di acquarelli, inquadrature ravvicinate inconfondibili e profondamente innovatrici. L’evoluzione della sua arte la portò nel suo primo decennio di produzione ad abbandonare a poco a poco il piccolo formato, a realizzare pitture ad olio su tela di grandi dimensioni, ad oscillare tra arte figurativa e astrattismo, a scegliere colori sgargianti e combinazioni quasi oniriche.
A metà degli anni Venti era considerata una delle pittrici più importanti d’America, ma si trovò anche inscindibilmente legata al marito, di cui era non solo compagna ma musa e modella, ruolo che mal si adattava al suo bisogno di emancipazione come artista. All’inizio degli anni Trenta, grazie ad un casuale isolamento estivo nei paesaggi del Nuovo Messico, riscoprì la forza della propria creatività, non più assoggettata alla critica newyorkese o del marito, ma libera di definirsi. La seconda vita della propria arte ricominciò quindi dalla sintesi di colline desertiche e canyon disseminati di rocce, fiumi e cieli, conchiglie e teschi di animali, soggetti di alcune delle sue creazioni più famose. Quando il marito morì, Georgia si trasferì definitivamente in questa porzione di mondo, a stretto contatto con la natura, godendo della solitudine dei grandi spazi aperti e della ricerca della propria identità artistica.
Il percorso espositivo proposto dal Museo di Grenoble si compone di ottanta opere provenienti da prestigiose istituzioni internazionali oltre che dal Museo di Santa Fe, intervallate da immagini scelte di otto fotografi legati all’artista da profondi rapporti di amicizia e stima. A partire da Stieglitz, gli amici Paul Strand, Edward Weston, Imogen Cunningham, Ansel Adams, Eliot Porter e Todd Webb, i quali certamente influenzarono la prospettiva e l’impostazione delle sue pitture, com’è possibile constatare in mostra. Con loro Georgia condivise non solo l’occhio fotografico e la passione per la tecnica, ma la vita stessa e la costruzione della sua identità, a prescindere che si trovasse a New York o in New Mexico. “Dove io sia nata e come abbia vissuto non conta. È ciò che ho fatto nei luoghi in cui ho vissuto che dovrebbe interessare.”
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Uomini che fotografano lo sguardo delle donne. Steve McCurry in mostra al Museo di San Domenico, Forlì

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
“Passo un sacco di tempo a guardare facce e facce e le facce sembrano raccontarmi una storia. Quando su un volto è scavata qualcosa dell’esperienza di vita, so che la foto che sto scattando rappresenta molto di più del semplice momento. So che qui c’è una storia.”  Steve McCurry spiega con semplici parole quella che è la ricerca di una vita, parte della quale è allestita negli spazi carichi di storia del San Domenico di Forlì, un complesso risalente al XIII secolo che comprende una chiesa e due chiostri, uno spazio protetto e isolato dal mondo. Un’esposizione realizzata da Biba Giacchetti insieme al fotografo, con cui ha scelto oltre 180 scatti sviluppati in diversi formati per raccontare com’è cambiato il suo sguardo osservando– in oltre trent’anni di carriera – il feminino in ogni angolo della Terra, da sempre e per sempre culla della vita ed universo a sé stante.
Steve McCurry, nato nel 1950 a Philadelphia, è un fotoreporter americano tra i più famosi al mondo, più o meno da quando catturò lo sguardo acceso e accigliato di una ragazza afgana in uno scatto poco dopo pubblicato in copertina sul National Geographic Magazine del giugno 1985. Si tratta della più nota uscita della rivista, di una fotografia che una volta vista non si dimentica, di un ritratto che per questi motivi è passato alla storia e ha consacrato Steve come una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea. McCurry ha l’indiscutibile pregio di saper combinare il fascino della luce e l’uso del colore – sempre accesi ed intensi, mai vinti dalla tragicità del contesto – alla percezione della tensione e dell’asprezza di una vita vissuta ai confini di tutti e sei i continenti, fondendo il proprio sguardo con quello di chi abita un tempo uguale al nostro ma in uno spazio totalmente differente. Le sue immagini sono immortali per la sua capacità di entrare in contatto con i soggetti ritratti, che siano Mujahidin oppure ragazzine vietnamite, che siano tribù sconosciute a noi occidentali oppure grandi nomi del nostro tempo, come il leader politico birmano Aung San Suu Kyi. I suoi lavori raccontano – attraverso singoli ed epici individui – lo strazio di popoli in guerra, tradiscono la malinconia per le culture che stanno scomparendo, la fierezza di tradizioni antiche e monitorano la novità e la vivacità del progresso contemporaneo, in tutte le sue sfaccettature.
La mostra vuole offrire la possibilità di un viaggio attraverso questo nostro tempo, avanzando tra donne di razze, culture, religioni ed età differenti, simboli e culla di ogni civiltà terrena, dispensatrici di pace e protezione, testimoni di vette ed abissi come le guerre, spesso ritratte a margine delle fotografie di McCurry. Mai il soggetto principale, ma spesso inevitabile sfondo e contesto. Una mostra che ripercorre per immagini la condizione della donna nel mondo, dai burqa dell’Afganistan alle spose bambine dell’India, fino all’incontro finale con Sharbat Gula, la giovane afgana da cui questo viaggio è iniziato.
Come dice la curatrice della mostra, Biba Giacchetti “Icons and Women è una retrospettiva che asserisce i principi della dignità e del rispetto verso qualunque esponente del genere umano e più in particolare nei confronti dell’universo femminile qualunque sia la latitudine, la razza e la condizione sociale. Valori non negoziabili, da affermare con determinazione, come ci insegnano gli sguardi colti dall’inconfondibile genio di Steve McCurry.”
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Storie in movimento. Rachel Rose al Whitney Museum di New York

Arte contemporanea, East magazine
Così giovane, così esposta. Non solo alle valutazioni di curatori e galleristi, oltre che dei critici che recentemente l’hanno insignita del prestigioso Frieze Artist Award, ma proprio nel senso letterale del termine. Al momento infatti, una selezione di suoi video è di casa non solo al Whitney Museum of American Art di New York, che le ha dedicato un piano del museo in cui è proiettata l’installazione che dà il titolo all’esposizione, Everything and More, ma anche alla Serpentine Gallery di Londra con la mostra Palisades, al Castello di Rivoli conInteriors (Interni) – un’inedita video installazione che pone al suo interno il lavoro A Minute Ago (Un minuto fa) con cui vinse l’anno scorso il premio Illy Present Future – e prossimamente all’Aspen Art Museum dell’omonima cittadina. Ma cosa fa di questa videoartista venticinquenne una delle più stimolanti della sua generazione, riconosciuta a livello internazionale e desiderata al punto da avere un’agenda di appuntamenti così fitta da competere con quella di Obama?
Rachel Rose è nata nel 1986 a New York, dove vive, lavora e dove si è costruita le basi per un futuro artistico radioso inanellando iscrizioni a corsi di alto livello: dopo aver studiato pittura a Yale e storia dell’arte al London’s Courtauld Institute of Art, ha infatti conseguito un master in Belle Arti alla Columbia University. La determinazione con cui affronta diverse tematiche e lavora alle sue produzioni è resa ancor più evidente da una grande padronanza della tecnica video, attraverso cui Rachel ha conquistato il pubblico. Così potente ma anche così fragile, sempre così esposta. In effetti, il lavoro dell’artista si concentra prevalentemente sulla percezione che l’essere umano ha del concetto di mortalità e di precarietà, esteso non solo al singolo individuo ma anche al mondo che lo circonda, con le sue creazioni e la sua storia. Rachel unisce la volontà di osservare nel dettaglio quello che ci rende vulnerabili alla decisione di farlo attraverso le immagini in movimento, su cui lavora per lunghi periodi unendo informazioni analogiche e digitali a quelle che rileva lei stessa sul campo. L’interazione e l’esperienza reale sono infatti fondamentali tanto quanto la libertà di ricerca virtuale, due bacini a cui Rachel attinge in egual misura per combinare un unico repertorio di immagini. Le sue sono riflessioni libere che prendono corpo attraverso fotografie e video, inizialmente archiviate per poi essere riprese, arricchite e rimaneggiate. Questo processo – che Rachel definisce di editing – è alla base del significato che permeerà l’opera, e la fluidità del video finale è frutto proprio di questo percorso personale, durante il quale le immagini in qualche modo acquisiscono un connotato differente dal contesto originale e come tali si collegano le une con le altre con grande naturalezza.
La video installazione che dà il titolo a questa particolare esposizione, Everything and More, è stata prodotta sulla base di una serie di interviste portate avanti con l’astronauta David Wolf, incentrate sia sulla sua avventura in orbita e sui suoi racconti percettivi in termini di consapevolezza dell’immensità dello spazio al di là dell’abitacolo, sia sul periodo di adattamento che ha seguito il suo ritorno sulla Terra. L’artista ha reso palpabile l’emozione che le interessava comunicare attraverso una voce che canta brevemente durante le interviste, ma collegamenti e i riferimenti letterari e storici non finiscono qui, molti si percepiscono solo attraverso l’osservazione l’installazione. In particolare, Rachel ha voluto riflettere sul significato della NASA per il suo Paese e approfondire alcuni interessanti aspetti del programma spaziale americano, il tutto giocando con l’architettura dello spazio e con la luce della sala al quinto piano del Whitney, sfruttando le trasparenze create dalle vetrate – volutamente non del tutto oscurate – in modo che lo spazio al di là dell’abitacolo sia sempre percepibile.
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In Infinity we trust. Yayoi Kusama in mostra al Louisiana Museum di Copenaghen

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Il Louisiana Museum, situato sulla costa a largo di Copenaghen, si è coperto di pois per la prima volta dalla sua apertura, nel non lontano 1958, anno astrale che – combinazione – vide il felice approdo di Yayoi Kusama in terra americana, anzi, newyorkese. Da allora, il tempo e gli spazi hanno costruito il mito di quest’artista giapponese cresciuta nel rigore formale della pittura Nihonga – per sua natura influenzata dall’arte occidentale, con cui si fonde in un’unione di tradizione e innovazione culturale – e sbocciata nel colore e nelle forme, soprattutto vegetali, esposte nei musei di tutto il mondo, dal Museum of Modern Art di New York, al Walker Art Center nel Minneapolis, alla Tate Modern a Londra e al National Museum of Modern Art di Tokyo.
Il marchio di fabbrica di Kusama? Senza dubbio i pois, che la suggestionarono fin dagli esordi come disegnatrice a soli dieci anni e che continuano oggi ad affascinare i visitatori di ogni sua esposizione. Eppure, sono diversi i temi trattati da Kusama lungo la sua carriera decennale, un universo visivo in quest’occasione raccolto e suddiviso in un percorso cronologico e tematico suggestivo e incantato. “L’opera di Kusama, nonostante la sua vita interiore paradossalmente disturbata, per l’osservatore è pura delizia. La sua carriera, come appare qui in un’incantevole progressione di opere, è una concreta testimonianza del potenziale alchemico dell’arte.”
La prima sezione è intitolata Germogli ed è dedicata alle opere della sua giovinezza, costellate di puntini e caratterizzate da un pudore quasi stridente con lo stile effervescente che verrà in seguito. I soggetti preferiti dei suoi primi disegni ad inchiostro sono i suoi familiari ed i paesaggi della prefettura di Nagano, non lontano da Tokyo. La decisione di partire per New York cambiò tutto, rivoluzionando il suo approccio con l’arte anche grazie alle sue amicizie con i grandi dell’epoca, da Georgia O’Keeffe a Donald Judd, passando per stilisti e musicisti come Peter Gabriel, con cui realizzò il videotape Love town, che la rese una star. Non poteva mancare una sala dedicata alle Soft sculptures come Accumulation, filone dei primi anni Sessanta in cui Kusama era solita ammucchiare gli uni sugli altri in un groviglio tentacolare centinaia di tubi di stoffa, spesso decorate con puntini. A questo proposito non mancano sezioni della mostra dedicate alla pittura ossessiva di piccoli punti, conosciuti come un’unica serie dal titolo Infinity Net, riprodotta su tele enormi ma anche su oggetti e pareti, sul corpo e sui vestiti – tante le testimonianze fotografiche delle performance messe in atto negli anni Sessanta – oppure nelle famose installazioni tridimensionali a immersione totale. Infatti, in mostra vi è la possibilità di immergersi in Cosmos (1980) e in Mirror Room (Pumpkin) (1991), entrambe entrate a ragione nel libro d’oro delle produzioni dell’artista per la loro incredibile capacità di coinvolgimento dello spettatore.
I pois persistono nell’essere il filo conduttore che lega Kusama ad altre realtà come i grandi marchi di moda con cui ha creato capi ed accessori divenuti un fenomeno di costume, come nel caso della collaborazione con Vuitton nel 2012. Inoltre, risaltano come ornamento di altri soggetti cari all’artista come le zucche, vegetali la cui forma in qualunque dimensione diverte l’artista come una bambina.
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Proprio per via dell’allegra leggerezza delle forme astratte e dei colori accesi di questa eccentrica e sgargiante piccola nipponica, arancione fino alla punta dei capelli, è difficile immaginare quanto il suo percorso artistico sia dettato dal bisogno di mantenere un equilibrio interiore, di trovare pace e la serenità attraverso il suo lavoro. Dal 1977, pochi anni dopo aver lasciato una New York troppo violenta per fare ritorno in Giappone, Kusama si ricoverò volontariamente in una clinica psichiatrica di Tokyo dove vive e lavora tuttora. Afflitta da attacchi di panico e da allucinazioni, l’artista ultraottantenne si è ormai rassegnata all’idea di vivere in un secolo afflitto da guerre nucleari e atti terroristici, ma attraverso l’essere artista proclama e sostiene a gran voce la forza dell’amore.
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CONTEMPORARY POP ART. QUANDO WARHOL INCONTRO’ AI WEIWEI ALLA NATIONAL GALLERY OF VICTORIA, AUSTRALIA

Arte contemporanea, Arte moderna, East magazine, Mostre
Una mostra epocale, ecco come si preannuncia l’ultima esposizione dell’annata 2015 inaugurata pochi giorni fa a Melbourne negli spazi della National Gallery of Victoria, il più antico e prestigioso museo australiano. Una mostra che mette a confronto molte opere inedite di una delle icone dell’arte del XX secolo e di un artista dei giorni nostri, famoso per i suoi trascorsi politici burrascosi almeno quanto le sue grandiose installazioni. Epocale si prefigura anche il confronto culturale – tra pop art americana, arte contemporanea cinese e paesaggi australiani – e tecnico-linguistico – Polaroid e tele, video e musica versus installazioni inedite e assemblaggi di oggetti simbolo del fare artistico e patriottico dell’artista, ad esempio le biciclette.
Stiamo parlando della mostra intitolata semplicemente ed evocativamente Andy Warhol | Ai Weiwei, dedicata a due grandi portavoce dell’arte moderna e contemporanea, organizzata in modo tale da far dialogare 220 immagini di Andy Warhol – senza contare le circa 500 Polaroid allestite per mostrare in contemporanea la vita e i contesti in cui Warhol era solito lavorare – con 120 opere di Ai Wei wei (http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/liberi-confini-ai-weiwei-in-mostra-alla-royal-academy-of-arts-di-londra).
Andy Warhol, nato quasi un secolo fa, non è stato solo un artista ma anche un imprenditore dell’avanguardia creativa di massa e fondatore della celeberrima Factory, un predicatore che ha vestito i panni di regista, produttore cinematografico, direttore della fotografia, attore, sceneggiatore e montatore. In una parola, una figura eclettica. Fortemente ispirato dal contesto americano degli anni Cinquanta e Sessanta, supportò lo scambio e l’interazione tra artisti e tra i più disparati ambiti socio-culturali, restando sempre in prima linea fino alla sua morte, avvenuta nel 1987. Ha reinventato il significato di arte attraversi le sue opere più famose, realizzate in una sorta di catena di montaggio reinventata (serigrafia). Esse rappresentano in serie uguali e sempre diverse attori e cantanti, marchi famosi e fumetti, documentando la società dell’immagine dagli anni ’60 agli anni ’80 e proponendosi sul mercato alla stregua dei prodotti commercializzati dalla televisione e dalla pubblicità.
Dal canto suo Ai Wei wei, artista classe 1957, è noto per gli anni di confinamento nel suo paese natale, la Cina, a causa del suo impegno politico e delle sue opere di denuncia, malviste dal governo cinese. Egli è reduce da una grande personale londinese dove ha potuto presenziare per la prima volta dopo 4 anni di reclusione. Nonostante le pesanti misure restrittive che sono state prese nei suoi confronti, Ai Wei wei ha ribadito in più occasioni che la forza della sua arte, la fonte della sua ispirazione, è data dalla volontà di combattere un sistema ingiusto e di far conoscere la situazione del proprio paese nel mondo, per rivendicare i diritti del popolo cinese. Per questo motivo, è in prima linea soprattutto dall’interno della sua nazione, dove vive e lavora ma dove non può esporre le proprie opere, che in compenso vengono fatte viaggiare da un museo all’altro, attraverso i continenti. Opere come bandiere che sventolando testimoniano episodi gravi taciuti al mondo ma che si sono verificati in un passato appena dimenticato, raccontati oggi attraverso il lavoro di Ai Wei wei e del suo staff di collaboratori, tutti suoi connazionali. Per questa grande occasione di esposizione, gli sono stati commissionati alcuni nuovi lavori, tra cui un’installazione dal titolo Letgo Room, che è stata oggetto di grandi discussioni. In ottobre infatti, alcuni giornali hanno reso noto come la famosa azienda Lego si fosse rifiutata di vendere il materiale all’artista, accusato di farne un uso politico. Si tratta in effetti di un’installazione composta da due milioni di mattoncini di plastica assemblati per ritrarre i volti di venti attivisti australiani, personaggi impegnati della difesa dei diritti umani, della libertà di parola e di informazione, tra cui spiccano Julian Assange, Geoffrey Robertson QC, Peter Greste, Gillian Triggs, solo per citarne alcuni.
Una mostra epocale che dà voce a due artisti che, a distanza di decenni, incarnano la medesima forza rivoluzionaria, portata avanti non solo con le rispettive opere, cui fama e valore sono cresciute con i rispettivi autori, ma anche tramite azioni incancellabili, potenti e in qualche modo definitive non solo per il mondo dell’arte, ma per la storia ed il bagaglio culturale della collettività.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/contemporary-pop-art-quando-warhol-incontro-ai-weiwei-alla-national-gallery-of-victoria-in-australia

DALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE A VILLA MEDICI, TUTTA LA LUCE DI ROMA NELLE ATMOSFERE DI BALTHUS.

Arte moderna, East magazine, Mostre
Era il 1926 quando, appena ventiduenne, Balthasar Klossowski de Rola – in arte Balthus – spalancò i propri occhi in un’epifania legata ai capolavori rinascimentali italiani, grazie ad un viaggio intrapreso con il suo mentore, il poeta austriaco Rainer Maria Rilke. Da quel momento, fondamentale per la formazione dell’artista, Balthus decise di concentrare la propria ricerca sull’esplorazione di quel periodo della vita, un momento magico in cui tutto era in divenire e tutto era scoperta, contestualizzato nella luce e nelle pose dei maestri italiani. In seguito esprimerà il desiderio di tornare in Italia, fino a che nel 1961 non venne nominato direttore dell’Accademia di Francia nella città eterna e dunque si stabilì per ben sedici anni a Roma, più precisamente nella maestosa Villa Medici, sede dell’istituzione di cui era a capo. Non è un caso che oggi, a quindici anni dalla sua scomparsa, negli stessi luoghi che egli viveva come una fortezza dorata, la sua figura venga omaggiata da una grande mostra monografica, talmente consistente da essere stata divisa in due sedi, la prima appunto a Villa Medici, la seconda nella cornice delle Scuderie del Quirinale, da anni scrigno di grandi allestimenti dal respiro nazionale ed internazionale.
Questa mostra non vuole essere da meno, tanto da offrire una panoramica di circa duecento capolavori tra tele, illustrazioni di libri, disegni e fotografie dell’artista e dei suoi studi compositivi, riunite grazie alla collaborazione di importanti collezioni private e dei più famosi musei europei ed americani. Avendo a disposizione due spazi di questa portata, l’allestimento è stato opportunamente separato ragionando su due aspetti emblematici della produzione di Balthus. Alle Scuderie del Quirinale si rende omaggio ai suoi lavori più famosi, seguendo un ordine cronologico che racconta anche ai visitatori meno preparati una storia ricca di dettagli e particolari, in linea con i dipinti del suo protagonista. Vi sono infatti tutti i passaggi salienti della formazione di Balthus, dagli albori come giovane promessa cresciuta nell’ambiente colto e raffinato dell’alta borghesia polacca, alla sua sperimentazione dei principi di composizione e stilizzazione legati all’amore per il Quattrocento italiano, fino alla consacrazione attraverso la riproduzione di scene di interni e di soggetti  ricorrenti, soprattutto bambini con i loro giochi, nelle loro pose concentrate ed improbabili. Visitando Villa Medici si coglie invece la possibilità di ammirare una selezione delle opere realizzate dall’artista nel periodo romano proprio in questi luoghi, grazie alle quali si ha la possibilità di approfondire il metodo ed il processo creativo alla base delle opere di Balthus. Si passa attraverso la pratica del lavoro in atelier, l’uso dei modelli – spesso ragazzine -, le ricerche fotografiche alla base della costruzione spaziale di molte tele, gli studi anatomici ed in generale la riproduzione di un mondo fuori tempo, volutamente antimoderno.
Al termine di questo secondo percorso si dispone davvero di tutte le informazioni necessarie a riconoscere  e  ammirare lo stile di Balthus, da troppo tempo sottovalutato, come ribadito chiaramente dallo storico dell’arte e curatore Jean Clair “Se la storia dell’arte non fosse scritta da imbecilli Balthus avrebbe un posto d’onore nei sussidiari”. Il doppio allestimento permette di avere la nostra epifania, di spalancare i nostri occhi su dipinti sospesi nel tempo, caratterizzati da una disciplina pittorica affascinante per la sua precisione figurativa e allo stesso tempo pervasi da un’enigmaticità legata ai connotati intimi, onirici e domestici dei momenti proposti da Balthus.
“Nutro per l’Italia una tenerezza originaria, fondamentale, innocente. Ma al di là dell’Italia, ciò che amo in essa è la sua capacità di conservare qualcosa dell’unità primitiva, della freschezza delle origini. Sicché posso ritrovare l’Italia anche in un paesaggio cinese, come in esso posso ritrovare le leggi dell’armonia universale che un primitivo senese, per esempio, cercava di rappresentare.”
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Henri de Toulouse-Lautrec, pittore manifesto della Modernità. In mostra al Palazzo Blu, Pisa

Arte moderna, East magazine, Mostre
Se vi chiedessero di chiudere gli occhi e visualizzare Montmartre e la Parigi di fine Ottocento, quali sono le prime immagini che vi verrebbero in mente? Sono certa che almeno una includerebbe il Moulin Rouge, i cabaret, le ballerine di can can, e che probabilmente avrebbe le sembianze di una vecchia locandina. Tutta colpa – o merito – di Henri de Toulouse-Lautrec, pittore famoso oggi ed allora per il suo talento come pubblicitario almeno quanto lo fu per i suoi scandali e le sue sventure, spesso indissolubilmente legati.
Dal 16 ottobre le immagini di cui abbiamo evocato il ricordo sono state riunite ed arricchite con altre opere, forse meno riconoscibili ma altrettanto penetranti, presso il Palazzo Blu di Pisa, in occasione di una grande mostra autunnale dedicata a Lautrec visitabile fino al 14 Febbraio 2016. Due sono le facce conosciute di Henri, tormentato talento del XIX secolo, ed entrambe sono indagabili nelle quasi duecento opere in mostra tra tele, manifesti, litografie e disegni.
La prima riguarda il suo vissuto personale, le origini aristocratiche a cui è riconducibile anche la sua fragilità ossea congenita, una malattia ereditaria legata alla stretta parentela tra i suoi genitori che gli impedì di condurre la vita di agi e divertimenti a cui avrebbe avuto accesso. Malattia alla quale però dobbiamo l’avvicinamento all’arte e al disegno, attività che divennero il vero motivo della sua vita, la molla che lo catapulterà negli stimoli di Parigi. La sua ricerca di un equilibrio sul margine del contesto – prima a causa della malattia, in seguito come forestiero nella capitale – lo porterà a sviluppare uno sguardo unico sul mondo e i suoi abitanti, soprattutto verso chi come lui tendeva all’emarginazione. I suoi dipinti sono famosi per le molteplici sfumature, date sia dalle pennellate veloci e dalle scelte cromatiche sia dagli sguardi, le pose, la psicologia dei personaggi ritratti, sofferenti e smarriti, a tratti assorti e persi nel loro mondo, resi più intensi anche dalla mancanza di fondali. La seconda faccia di Lautrec sta nella sua padronanza della tecnica e nella capacità di cogliere cosa serviva nel momento in cui avvertiva una mancanza: è lui il primo vero pubblicitario della storia, se guardiamo alle locandine e alla nascita dei manifesti così come li intendiamo oggi. Realizzò delle vere e proprie campagne pubblicitarie per i café ed i locali notturni di Parigi come il Moulin Rouge, di cui era cliente abituale, ed ebbero un grande successo, al punto che Henri fu uno dei pochi artisti di quel periodo a guadagnare grazie la propria arte.
Contemporaneamente al momento di massimo successo, lo stile di vita dissoluto a cui si abbandonò Lautrec – non dissimile da quello di molti colleghi bohémien, come lui tormentati dalla sifilide e dall’alcolismo – gli costò lunghi periodi di malattia ed infine la vita stessa, benché non fosse ancora trentenne. Ciò non toglie che, in una manciata di anni e con una produzione notevole, egli sia riuscito a trasformare profondamente il mondo dell’arte, inaugurando quella che possiamo definire Modernità attraverso un modo trasparente di pensare e di vedere le cose, riassunto in un pensiero molto diretto dell’artista “Dipingo le cose come stanno. Io non commento. Io registro.”
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/henri-de-toulouse-lautrec-pittore-manifesto-della-modernita-al-palazzo-blu-di-pisa

The Silence of Ani. Francis Alÿs in mostra alla 14° Bienniale di Istanbul

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Dopo aver riportato, qualche settimana fa, le notizie base relative la quattordicesima edizione della Biennale di Istanbul, e dopo avere messo insieme un collage di informazioni date da immagini, impressioni, mappe e lamentele, mi sono resa conto che l’essenza del lavoro di Carolyn Cristov-Bakargiev mi aveva oltremodo incuriosita e al tempo stesso mi sfuggiva. La soluzione per placare il tarlo della curiosità è stata organizzare un week end con un’amica ancora più insonne di me, il cui giudizio su tematiche artistiche è sempre illuminante.
Ne è risultato un due giorni di occhi al cielo, letterali e non, continui ma previsti sali e scendi, meno prevedibili ormeggi mollati, in una vera caccia al tesoro resa ancor più eccitante e snervante da mappe prive di odomastica e turchi privi degli elementari di inglese, e come premio ottanta artisti da omaggiare. Tra questi, l’unico che non abbiamo cercato in alcun modo, per cui non abbiamo chiesto ostinatamente indicazioni, ma in cui ci siamo imbattute per caso e per destino, è stato Francis Alÿs, artista belga trapiantato in Messico. Lo abbiamo trovato in una rimessa di in un vicolo secondario, grazie ad occhi ormai allenati ad individuare, tra i mille colori della quotidianità cittadina, quello acquamarina – omaggio al tema comune Saltwater – della cartellonistica della Biennale. Praticamente un miracolo.
Francis Alÿs, classe 1959, è un artista viaggiatore con una predilezione per i percorsi, tanto fisici quanto mentali, riconoscendosi in questi ultimi soprattutto quando conducono più lontano delle destinazioni prefissate. Belga naturalizzato americano, ha studiato architettura a Venezia e, dopo averne sperimentato l’apertura mentale durante un soggiorno per la definizione di un progetto, ha scelto di vivere e lavorare a Città del Messico, da dove ha intrecciato innumerevoli collaborazioni internazionali, specie in zone critiche come l’Afghanistan. Francis è spesso protagonista dei suoi lavori, soprattutto attraverso video e performance, perché mettersi in gioco gli permette di esplorare concretamente lo spazio intorno a sé, inteso come paesaggio e territorio ma anche come politico e sociale. La sua forza espressiva sta proprio nell’affidare il suo sentire e le sue indagini a media di diverso genere, dal video alle fotografie, dalla scultura ai testi, dai dipinti alle animazioni, in un processo narrativo e documentaristico che rivisita completamente il tema che vuole approfondire.   I percorsi di Alÿs sono concreti – nelle sue opere lo vediamo camminare, attraversare e vivere gli spazi in cui lavora – ma allo stesso tempo portano con loro una poetica altra, basata sulla volontà di scoprire e quindi mantenere vivi i valori culturali e la sensibilità dei popoli, nonostante la precarietà e le difficoltà del nostro tempo. Nel caso dell’invito a partecipare alla Biennale, egli ha scelto di parlare di confini, in particolare di quelli tra Turchia e Armenia, presentando il video inedito The Silence of Ani. Ha scelto di far parlare il silenzio, rotto solo dal vento che soffia tra l’erba e tra le rovine di una città armena un tempo splendida, Ani, e il canto degli uccelli, in realtà prodotto da lui stesso e da un gruppo di bambini grazie a diversi tipi di richiami. Una panoramica poetica e struggente dove il canto degli uccelli ha una potenza evocativa commovente, poiché piange uno spazio e un tempo che non esistono più, spazzati via dalla furia dell’uomo, celebrando allo stesso tempo la forza della vita.
L’allestimento, semplice ed efficace, ha offerto un momento di raccoglimento surreale, permettendo di lasciare all’esterno tutta la caotica vitalità della città turca. Le foto dei ragazzi coinvolti nella performance, i piccoli richiami per uccelli illuminati nella vetrina dell’ambiente oscurato, la voce di Francis che racconta la storia di Ani, e poi il vento e le melodie sono stati una risposta importante a parte delle domande che mi sono fatta rispetto a questa edizione della Biennale. Alcune restano senza riscontro, ma per quanto mi riguardaSaltwater. Una teoria delle forme pensiero ha raggiunto il suo scopo, quello di essere una mostra stimolante e densa di spunti di riflessione, non esclusivamente artistici.
Per vedere il video, http://francisalys.com/
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/the-silence-of-ani-francis-alys-in-mostra-alla-14-bienniale-di-istanbul