L’arte della galleria. Damien Hirst apre le porte della Newport Street Gallery di Londra a John Hoyland

Architettura, Arte contemporanea, East magazine
Ogni spazio espositivo degno di nota ha un’anima, una personalità che si contraddistingue per le scelte artistiche, per lo stile degli allestimenti e si fa conoscere attraverso gli artisti supportati. Non succede spesso che, nel momento dell’apertura di un nuovo spazio, a richiamare l’attenzione del pubblico non sia tanto il nome del pur celebre artista esposto – in questo caso il britannico John Hoyland – quanto la mente ed il corpo dietro al progetto. Capita quando l’anima delle quattro mura in questione – quelle ben più numerose della neonata Newport Street Gallery – è conosciuta all’anagrafe con il nome di Damien Hirst, uno degli artisti viventi più famosi e potenti non solo nel suo paese natale, il Regno Unito, ma in tutto il mondo.
Ed è proprio a Londra, la sua capitale, che Hirst ha deciso di mettersi alla prova non più “solamente” come artista e collezionista, ma come promotore di arte contemporanea più o meno emergente, inaugurando la sua Newport Street Gallery nel quartiere di Lambeth, a sud del Tamigi ed in linea d’aria proprio sulla direttrice che conduce alla Tate Modern. Alla Newport Street Gallery il pubblico avrà l’occasione di ammirare sia mostre temporanee sia una grandiosa permanente, la Murderme Collection, espressione del genio imprenditoriale ed artistico di Hirst tanto quanto lo sono le sue stesse opere. Si tratta infatti di una collezione che egli ha costituito in circa 25 anni, scambiando le sue opere con quelle di artisti che – come lui – facevano parte del gruppo dei Young British Artists. Ad oggi, grazie al suo lungimirante baratto, la collezione conta oltre tremila pezzi di prestigio, firmati Bacon, Banksy, Tracey Emin, Richard Hamilton, Sarah Lucas, senza contare le opere acquisite da Hirst, realizzate da giovani emergenti come da grandi maestri del calibro di Picasso e Jeff Koons. Il tutto è coronato da una raccolta di oggetti cari all’artista, quali modelli di anatomia, animali imbalsamati, manufatti indigeni etc, attraverso cui Hirst ha sviluppato ormai storici capolavori e progetta nuove opere d’arte. Il suo ultimo lavoro, la Newport Street Gallery, si suddivide in cinque edifici progettati dagli architetti Caruso St John, dei quali tre sono di età vittoriana, restaurati ed adattati per ospitare grandi installazioni, e due totalmente inediti.
Ad inaugurare questi ampi spazi è la mostra John Hoyland: Power Stations (Paintings 1964–1982), una grande retrospettiva dedicata ad uno dei principali pittori inglesi della sua generazione, conosciuto soprattutto per la pittura astratta. Nato nel 1934, a cominciare dagli anni Sessanta Hoyland iniziò ad imporre sulla scena artistica nazionale ed internazionale il suo utilizzo istintivo ma calibrato di colore, spazio e forma. L’energia delle sue grandi tele – in questa occasione è possibile ammirarne una trentina, provenienti dalla collezione di Hirst – venne ispirata dal suo “periodo americano”, un decennio durante il quale l’artista scoprì e rimase folgorato dall’esordiente pittura astratta, diventandone un fervido sostenitore. Le potenzialità di una pittura non più legata agli obblighi e limiti del figurativo lo conquistarono, poiché gli offrirono la possibilità di fondere sentimento, istinto e significato in un’unica, essenziale, pennellata. Hoyland era famoso anche per la decisione con cui rifuggiva le etichette, compresa quella di astrattista. Uno dei motivi per cui amava questa forma di espressione artistica risiede proprio nella mancanza di una definizione assoluta, dunque nella libertà da parte sua di esprimere un pensiero, un sentimento, tanto quanto in quella del pubblico di leggerci qualcosa di totalmente diverso, ma non meno intenso.
Una celebre affermazione di Hoyland spiega che secondo l’artista “I dipinti devono essere percepiti, sentiti…non devono essere spiegati, non devono essere capiti, dobbiamo riconoscerci in loro”. Un concetto attorno a cui spesso ruota l’arte del nostro tempo, nel quale è probabile che in parte si sia riconosciuto lo stesso Damien Hirst.
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Burri e la memoria dei materiali. Ricordi secolari in mostra al Guggenheim di New York

Arte moderna, East magazine, Mostre
È difficile non aver notato, nel corso di quest’anno, il fatto che il mondo dell’arte ha voluto celebrare a livello mondiale il centenario della nascita di un grande artista italiano, conosciuto per le sue sperimentazioni all’insegna dell’uso et abuso materico, oggi famose per la loro potenza innovatrice. Nel caso non abbiate idea di chi o cosa stia parlando, vi basterà seguire la direzione verso cui puntano i fasci dei riflettori, questo week end interamente dedicati al più importante evento in questo fitto carnet di appuntamenti, ovvero la monumentale retrospettiva allestita in onore di Alberto Burri, presentata al Guggenheim di New York con il titolo The Trauma of painting.
È passato un secolo da quando Burri ha visto la luce a Città di Castello (Perugia), nel marzo 1915, e poco di meno da quando il destino – sotto forma di Secondo conflitto mondiale – non lo ha instradato verso orizzonti totalmente differenti da quelli che si era immaginato al termine dei suoi studi di Medicina. La prigionia cui venne costretto nel 1943, più precisamente nel campo di Hereford in Texas, gli diede modo e tempo di cominciare a dipingere, stravolgendo la sua vita al punto che, solamente tre anni dopo, a Roma verrà presentata la sua prima personale. Da quel momento i ferri del mestiere divennero altri, anche se non esattamente pennello e tavolozza: a partire dagli anni ’50 il suo lavoro è infatti caratterizzato da un susseguirsi di serie conosciute come i Sacchi, cui seguiranno i Legni, le Plastiche, i Ferri, i Cretti, i Catrami, i Cellotex… Prima che pratici riferimenti ai materiali oppure ad una specifica fisicità, questi titoli descrivono le derive artistiche di Burri, definiscono le sue creature, figlie dell’esistenza e della sofferenza dell’uomo in quanto essere mortale, prodotti della sua naturale spinta evolutiva. Vita ed afflizioni evocate dalle bruciature, dagli strappi, dalle spaccature, dalle toppe e dalle cuciture che plasmano di volta in volta il supporto, rendendolo unico, irripetibile. Un lavoro di interazione con i materiali quello di Burri, una manipolazione che sfocia evidentemente in una terza dimensione oltre i limiti fisici della tela o della tavola, facendosi metafora rispetto ai confini della vita reale. Una dimensione sconosciuta, in cui l’artista è consapevole di non avere il controllo assoluto della situazione, perché la risposta alle sollecitazioni – fuoco, tagli, abrasioni – che infligge ai supporti scelti – tessuti, plastica, legno, cellotex – è sempre diversa ed imprevedibile. Il risultato? Opere che possono portare con sé stratificazioni impegnative perché evidenti come toppe, oppure supporti dilaniati, altrettanto grandiosi anche se di loro non resta che un semplice brandello tra una lacerazione e l’altra, vere protagoniste del lavoro.
A conti fatti, non stupisce il fatto che Burri sia considerato “l’anello di transizione tra collage e assemblaggio”, ed il percorso forzatamente ascendente del Museo di Frank Lloyd Wright tende a sottolineare il vortice di innovazione creata dal maestro italiano. Procedendo tra le quasi cento opere esposte – alcune in America per la prima volta, altre ritornate dopo l’ultima esposizione dedicata a Burri, risalente ai primi anni Ottanta – ci vuole molto poco a rendersi conto che fu uno dei precursori che più influenzò gli artisti moderni per quanto riguarda correnti come il Neodadaismo, l’Arte Processuale e l’Arte Povera. Ciononostante, le sue parole – tratte da un’intervista pubblicata da Allemandi nel 1995, anno in cui l’artista si spense – risultano preziose per interpretare al meglio il suo lavoro “Io vedo la bellezza e basta. E la bellezza è bellezza, sia che sia un bellissimo sacco, sia che sia un bellissimo cellotex, o un bellissimo legno, o ferro, o altro… È uguale. Ugualissimo. Purché sia “bello”, purché sia fatto come io posso riuscire a farlo. E il giorno che non mi riesce più di farlo così, smetto e cambio. Ogni quadro che faccio, con qualunque materiale, sta sicuro che per me è perfetto. Perfetto come forma e come spazio. Forma e spazio: queste le qualità essenziali, che contano davvero. È evidente che la mia liberà creativa si manifestava nella ricerca del momento in cui trovavo l’equilibrio. L’equilibrio! Tutti questi analogismi tra combustioni e “cretti” non c’entrano proprio niente. Una cosa sono i cretti, un’altra le combustioni, ma tutte tendevano verso l’equilibrio, il “mio” equilibrio.”
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Giochi di luce e realtà simulate. Olafur Eliasson al Moderna Museet di Stoccolma

Architettura, Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Olafur Eliasson, artista danese classe 1967, vanta uno dei primati più sorprendenti dell’arte contemporanea: l’opera che lo ha consacrato come artista tra i più noti al grande pubblico – la sua famosa installazione, The Weather Project, un tramonto tra le pareti della Turbine Hall di Londra – ha richiamato nel 2003 oltre due milioni di visitatori in meno di 6 mesi, facendone la mostra di artista vivente più partecipata nella storia. Al momento non vi sono dati che attestino che Eliasson sia stato scalzato dal primo gradino del podio, in compenso nell’ultimo decennio ha sicuramente continuato a far parlare di sè per le sperimentazioni congiunte di arti visive, architettura, design e paesaggio, unite in un’ottica soggettiva di riscoperta in cui apparenza, realtà e verosimile si combinano con grazia e poesia. Non è un caso quindi che il Moderna Museet di Stoccolma abbia organizzato una grande personale dedicata a Olafur in collaborazione con ArkDes, Centro Svedese per l’Architettura ed il Design, concentrando l’attenzione sulla ricerca dell’artista più espressamente dedita alla comunicazione tra l’ambiente, l’arte e il visitatore, ricerca che Eliasson traduce in sorprendenti installazioni site-specific, videoarte, fotografia e progetti di design. Matilda Olof-Ors, curatrice dell’evento, presenta quindi Reality Machines, un ventaglio di installazioni che, come sempre, stravolgono lo spazio espositivo combinando luci, colori e sensazioni.
Olafur Eliasson da circa vent’anni è conosciuto proprio per l’alto tasso di coinvolgimento emotivo con cui il pubblico risponde alla visione delle sue opere, il cui segreto sembra l’equilibrio perfetto tra scienza e natura, tra artificiale e surreale, istinto e cultura. La parola chiave di ogni lavoro è la Percezione. Sfruttando moderne tecnologie e scenografie complesse, Eliasson mette in evidenza il fascino genuino degli elementi naturali, come la luce, l’acqua o il calore, ponendo il pubblico al centro dello scenario che ha costruito, perché reagisca agli stimoli cui lo sottopone. L’intenzione ultima, il filo conduttore di tutte le sue opere? Fare in modo che l’uomo ritrovi se stesso in questi ambienti che esaltano la natura attraverso l’artifizio, creando sapienti giochi di luce e di prospettiva, muovendo la scienza a favore dell’ecologia. L’uomo al centro dell’ambiente dunque, per quanto ipertecnologico possa essere diventato nella realtà odierna, nella speranza che riscopra la natura e la vita.
Si capisce quindi come gli spazi espositivi siano alla base della scelta dell’artista, poiché è appositamente in questi luoghi che Eliasson realizza le sue installazioni e ambienta le sue sculture. Il Moderna è un simbolo sia in quanto istituzione nota per i tratti sperimentali del suo programma, sia per la sua collocazione, una sorta di santuario distaccato dalla città, situato su un’isola e collegato alla capitale da un lungo ponte. Il feeling con questi spazi per Olafur è stato immediato, e non poteva esistere scenario migliore per ambientare una ventina di opere che ripercorrano parte dei suoi esordi, dai primi anni Novanta, fino ai lavori dei giorni nostri, compresa Model Room, una delle opere chiave dell’artista danese, acquisita in quest’occasione dal Moderna. Si tratta di un archivio tridimensionale realizzato con uno dei suoi storici collaboratori, l’architetto Einar Thorsteinn, un contenitore unico che l’artista ha continuato ad aggiornare nel tempo, raccogliendovi i modelli realizzati per tutti i suoi lavori. Una perfetta sintesi dell’essenza di Olafur, riassunta altrettanto bene nelle parole di Paul Virilio, urbanista e filosofo “Il lavoro di Olafur Eliasson si colloca oltre la land art, come tentativo di irrompere nella profondità ottica delle apparenze […] I suoi lavori silenziosamente ci reintroducono nel mistero dell’apparizione che condiziona tutto ciò che è verosimile.”
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Il mondo negli occhi, con passione e coraggio. Da Diane Arbus a Letizia Battaglia, in mostra a La Casa dei Tre Oci, Venezia

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Ancora un grande evento collettivo al femminile, presentato l’11 settembre da La Casa dei Tre Oci, in una cornice tutta italiana e altamente suggestiva, poiché si tratta di uno spazio espositivo arroccato sull’isola della Giudecca a Venezia, nel bel mezzo del bacino di San Marco. Un luogo protetto e strategico, un approdo sicuro a cui giunge la mostra Sguardo di Donna, curata dalla critica d’arte, scrittrice e saggista italiana Francesca Alfano Miglietti. Una curatela che vede l’allestimento simbiotico di opere fotografiche appartenenti a ben venticinque autrici molto diverse tra loro, accomunate però da un certo tipo di sguardo, un taglio documentaristico delicato ma invasivo, disturbante ma efficace, grazie al quale toccano argomenti scomodi ma quotidiani, rilevanti e vitali. Si parla di diversità come di compassione e giustizia, e lo si fa mostrando più facce di venticinque diversi percorsi, per un totale di oltre 250 lavori ad opera di mostri sacri della fotografia come Diane Arbus, Shirin Neshat, Yoko Ono, Catherine Opie e Tacita Dean, ma anche nomi meno noti ai profani come le connazionali Martina Bacigalupo, Chiara Samugheo e Giorgia Fiorio.
Le storie di alcune di loro, come nel caso di Yael Bartana, sono profondamente legate al loro vissuto sociale. Bartana è fortemente legata al suo paese natale, Israele, ed il suo lavoro è legato a doppia mandata alla volontà di mantenere viva la memoria, l’identità della sua nazione ed il senso di appartenenza, attraverso la riproduzione di cerimonie e rituali pubblici, testimonianze preziose per non dimenticare. “Ciò che davvero m’interessa è stimolare una riflessione sostanziale, anche a costo di uscire dal territorio dell’arte”. Anche nel caso di Letizia Battaglia, la fotografia diventa uno strumento per documentare – con un’accezione specifica di denuncia – il periodo storico che si trovò a vivere. Del proprio lavoro disse “La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e tanto altro ancora. L’ho vissuta come acqua dentro la quale mi sono immersa, mi sono lavata e purificata. L’ho vissuta come salvezza e verità” Nel 1974 Battaglia visse gli anni di piombo nella sua Palermo, scattando foto dei delitti di mafia. Le immagini, in bianco e nero, restituiscono tutta la vita di quel periodo, scivolato a poco a poco nella violenza di chi uccide e nel dolore di chi resta, fotografato negli sguardi di bambini e donne, nei quartieri, nelle strade, nelle feste e nei lutti. Lisetta Carmi è nota in particolare per le sue fotografie all’anziano poeta Ezra Pound, scattate nel febbraio del 1966, durante una visita per un’intervista. Il poeta si presentò alla porta in tutta la sua decadenza, dovuta alla lunga reclusione in manicomio, alla malattia, alla vecchiaia, ma con gli occhi accesi, incredibili magneti per chi osserva le immagini della Carmi. “Una fotografia non è mai esistita nella mia testa prima dello scatto: io vedo ciò che c’è, vibro con ciò che c’è, amo ciò che c’è, mi emoziono vedendo ciò che c’è”. Donna Ferrato invece scelse di fare della fotografia uno strumento di offesa e di difesa “Sono in grado di scattare una straordinaria quantità d’immagini del dolore privato delle persone perché questo è l’unico modo per educare le masse. Non c’è niente di più potente di una fotografia documentaria che diventa una storia dentro una storia, raccontata senza trucchi o abbellimenti”. Ferrato iniziò la sua carriera fotografando la liberazione sessuale delle donne all’inizio degli anni Ottanta, il che coincise con una presa di coscienza mondiale della piaga nascosta della violenza domestica. Il peso portato dalle donne e dai bambini abusati diventò un vero e proprio manifesto contro l’omertà e la violenza quotidiana, che a loro volta divennero finalmente materia di discussione e denuncia pubbliche. A proposito di vittime e di minoranze, a Nan Goldin si deve la grande naturalezza con cui immortalò lo stile di vita dissoluto della New York degli anni Ottanta, fatta di droghe e alcool, di travestiti e drag queen, di prostitute e omosessuali. Una comunità che Goldin scelse di rappresentare come l’altra faccia della medaglia dei valori di famiglia e borghesia, una facciata colorata e fragile, vitale e coraggiosa nelle proprie scelte, anche le più autodistruttive. Invece Alessandra Sanguinetti ritrae bambini “Sono affascinanti. Lo siamo stati tutti, e gran parte della nostra identità si è formata durante la nostra infanzia. In quanto società, proiettiamo molte delle nostre speranze, frustrazioni, tabù e aspirazioni sui bambini. E loro sono estremamente puri nel trasmettere come tutte queste cose li influenzino. Come potevo non fotografarli?” I suoi possono essere documentari in zone di guerra come progetti a lungo termine, che ritraggono la crescita di bambini di ogni parte del mondo – sempre in bianco e nero – messi in pose che li fanno sembrare adulti, creando un contrasto potente tra il momento dello scatto e il futuro a cui alludono gli abiti che indossano.
In un’ottica tipicamente femminile, i temi affrontati riguardano quindi la cura delle relazioni e del prossimo, l’attenzione verso chi e cosa ci circonda, il senso di responsabilità verso noi stessi e gli altri, i modelli da seguire e da interpretare. Un dialogo impegnativo, reso possibile dall’umanità delle artiste selezionate, ognuna dotata di sensibilità e senso critico, di forza d’animo e rispetto per quello che le differenzia dal resto del mondo e permette loro, allo stesso tempo, di empatizzare con il prossimo e di comprendere i suoi punti di vista.
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Liberi confini. Ai Weiwei in mostra alla Royal Academy of Arts di Londra

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
All’indomani della sua liberazione (lo scorso 22 luglio) dopo anni di aperto conflitto con il governo del suo paese, il polemico, struggente e ruggente artista cinese Ai Weiwei è approdato a Londra, più precisamente alla Royal Academy of Arts, per l’inaugurazione di una grande personale che sembrava destinata a raccontarne il vissuto ed il pensiero in differita, senza la possibilità di avere la sua diretta interpretazione. Non solo perché Ai Weiwei dal 2011 non poteva lasciare la Cina, a seguito di ripetuti scontri fatti di censura del suo blog, di stato di arresto per 81 giorni e di revoca dei documenti e dunque del permesso di espatriare. Ma anche perché al momento della liberazione la Gran Bretagna ha fatto difficoltà prima di concedergli l’ingresso nel paese, preoccupata per i delicati rapporti con Pechino dopo una visita del Dalai Lama nel 2012 che ai cinesi proprio non è andata giù.
Una vita avventurosa ed in salita quella del coraggioso figlio del poeta Ai Qing, nato nella Cina di quasi sessant’anni fa ma trasferitosi in America a poco più di vent’anni per perseguire il proprio credo artistico, cresciuto negli anni fino a farne oggi uno tra i pilastri del patrimonio culturale contemporaneo. Quando fece ritorno in Cina fu per la malattia di suo padre, ma in seguito si stabilì definitivamente nel paese per rafforzare i tramiti tra il modernismo occidentale e la cultura e la storia cinese, andando incontro al suo destino di dissidente.
Le opere in mostra alla Royal Academy sono state riunite per la prima volta nella capitale dal curatore Tim Marlow, il quale ha voluto dare l’opportunità ai visitatori di conoscere l’evoluzione artistica e l’impegno politico e sociale di Ai a cominciare dal suo ritorno in Cina, nel 1993, fino ad oggi, con alcune opere inedite.
Si tratta di un universo affascinante, uno spazio ibrido basato sulla manipolazione di oggetti della tradizione cinese e la modernità nazionale ed internazionale, un sottile equilibrio creato da Ai con l’aiuto di diversi artigiani scelti – che lavorano per lui alcuni dei materiali più complessi, quali la giada, la porcellana e il marmo -, equilibrio su cui giocano per ottenere ogni volta un contrasto evocativo ed educativo. Ne sono un esempio le serie Furniture, che spaziano da assemblaggi di biciclette destinate all’immobilità, alle porcellane cinesi snaturate da marchi di fabbrica americani, ai mobili in ebano ripiegati su loro stessi.
A fianco di questi lavori, alcune delle opere più controverse ed esplicitamente critiche nei confronti del governo del suo paese, alle quali Ai deve il conflitto con le sue origini. La famosa Straight, realizzata tra il 2008-2012 con una distesa di barre in acciaio recuperate dalle macerie di un terribile terremoto che nel 2008 colpì la provincia di Sichuan, una denuncia alla condanna a morte di oltre 5mila studenti, rimasti imprigionati all’interno di edifici scolastici pericolanti. Oppure l’inedita Remains, una riproduzione in porcellana, fedele e dettagliata, delle ossa di un detenuto morto in un campo di lavoro cinese nel 1950, sotto il regime del dittatore Mao Tse-tung.
L’esposizione ha inaugurato sotto l’entusiasmo palpabile di Ai e sotto i riflettori della stampa, accesi anche per il nuovo impegno politico dell’artista, il quale lo stesso giorno dell’apertura della mostra si è unito allo scultore indo-britannico Anish Kapoor alla testa di un corteo che ha sfilato nel centro di Londra per chiedere risposte “umane piuttosto che politiche” alla crisi dei migranti. La marcia di Ai e Kapoor si è snodata per 11 chilometri nel centro di Londra, e non vi è dubbio che il cammino dell’artista coraggioso proseguirà per nuove strade e attraverso nuove opere ancora per molti altri chilometri a venire.
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14 Biennale Istanbul – Saltwater: A Theory of Thought Forms, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Osservare un’opera d’arte è un’opera d’arte”. La filosofia della curatrice Carolyn Christov-Bakargiev emerge senza possibilità di fraintendimento dal fitto programma messo a punto per la Biennale di Istanbul, arrivata al suo 14° appuntamento carica di iniziative e spunti di riflessione sorprendenti, grazie allo sguardo unico di una delle direttrici artistiche più apprezzate del panorama contemporaneo.
Carolyn Christov-Bakargiev, nata il 2 dicembre del 1957 nel New Jersey da padre bulgaro e madre piemontese, è cresciuta tra gli Stati Uniti e l’Italia, studiando al liceo francese a Washington e prediligendo in seguito le materie umanistiche all’Università a Pisa. Un’educazione poliglotta e policentrica che l’ha portata a sviluppare un metodo analitico inconfondibile, fatto di ricerche a 360° gradi e di basi solide, date dalla collaborazione con specialisti di ogni ambito, artistico e non. In questo contesto, l’arte diventa un supporto visivo per mostrare, coinvolgere, porre domande, rendere accessibile tutto quello che di interessante ci circonda, e fare della vita “un’esperienza più bella dell’arte”.
Qualcuno ha ironizzato sul suo lavoro a Istanbul, definendolo più che “art work” un “hard work”, di certo pensando non solo alle tematiche trattate ma anche alla culla dell’evento: una capitale impregnata dell’essenza, dei gesti e suoni dei suoi 22 milioni di abitanti, arroccata su dislivelli percepiti come infiniti, anche a causa della temperatura africana al momento dell’inaugurazione. Tutt’intorno il Bosforo, elegante protagonista a cui in parte si deve il tema cardine della Biennale, riassunto nella parola Saltwater acqua salata. Infatti, oltre alla distesa d’acqua a perdita d’occhio – che pure ospita alcune tra le installazioni più amate di questa edizione, una su tutte lo zoo che emerge dal mare di Adrian Villar Rojas, un serraglio fatto di stoffa, ceramica, ferro, legno e terracotta dal titolo “The most beautiful of all mothers” -, la Bakargiev invita ad una riflessione che sia fluida come l’acqua, capace di spaziare e cambiare direzione come le correnti marine. Ognuno dei trentasei poli della Biennale si occupa di un tema al tempo stesso diverso ed affine, che si tratti di parlare dell’energia cinetica, della conducibilità chimica o del collegamento neuronale, del fenomeno della corrosione e dello iodio come toccasana per gli acciacchi umani, del valore storico del sale come dell’odierno salario, della condivisione sulla tavola e dell’abbandono nei migranti inghiottiti dagli abissi. Ottanta gli artisti in dialogo tra loro attraverso 1500 opere, sparpagliate in una sorta di caccia al tesoro tra edifici storici, palazzine moderne, case private, cantine e ruderi abbandonati, intervallate a tratti da lembi di acqua salata.
Per fare mente locale sui luoghi e gli intenti della Biennale viene in aiuto la mostra allestita nel centro nevralgico della fiera, ovvero l’Istanbul Modern Museum, affacciato direttamente sul Bosforo. La Bakargiev ed il comitato che ne ha supportato il lavoro hanno condensato in questa sede le tracce e le corrispondenze di intenti sopra elencate, con il proposito di fornire allo spettatore la maggior quantità possibile di materiale utile a porsi delle domande durante il proprio percorso, per poi lasciare che siano le opere in cui si imbatterà a suggerirgli una risposta.
Perché per la Bakargiev un’esperienza artistica “È una lente, un punto di vista, anzi una moltitudine di punti di vista. In una mostra ci sono opere e luoghi. E sia le opere che i luoghi sono stimoli. Li metto sullo stesso piano perché nell’inseguimento ci rendono più attivi emozionalmente e intellettualmente, per poi aiutarci ad affrontare il quotidiano. In questo c’è un potere sciamanico proprio dell’arte e della cultura in generale”.
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La Grande Madre. “L’Energia per la Vita” dall’Expo a Palazzo Reale, Milano

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La fine dell’estate ha saputo premiare l’attesa e la crescente curiosità di molti appassionati di arte moderna e contemporanea, una curiosità alimentata dalle tante anticipazioni che per mesi hanno accompagnato l’allestimento di una mostra che ha molto da raccontare sulla figura femminile, sul concetto di nascita e evoluzione, sull’arte e la vita odierne.
Parliamo della Grande Madre, titolo efficace e trasparente per un’esposizione imponente, curata da Massimiliano Gioni per la Fondazione Nicola Trussardi, inaugurata da una settimana con la benedizione del Comune di Milano e presentata a Palazzo Reale in occasione di Expo 2015.
La mostra affronta il tema cardine di Expo “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” attraverso la celebrazione della maternità, chiamata in causa come emblema assoluto dell’idea di Vita, ed analizzata in tutte le sue forme. Il corpo femminile viene quindi mostrato come una roccaforte, simbolo di accoglienza e dolcezza, ma anche come veicolo di gestualità nuove, di anticonformismo e di ribellione, di crescita individuale e come categoria. Al centro di questa tavola rotonda le donne, sempre e per sempre legate alle nuove generazioni a cui danno la luce, per questo parte importante del combustibile che ha fatto muovere il XX secolo ad una velocità impressionante.
Il percorso espositivo invita esplicitamente ad osservare le espressioni artistiche di questi ultimi decenni, chiamando a raccolta più di un centinaio di artiste ed artisti che hanno fatto la storia dell’arte del nostro tempo, dando vita a nuove forme, sguardi, manifestazioni del loro essere parte sensibile di questa epoca, proprio come lo è ogni madre. Parliamo di colossi come Carla Accardi e Yoko Ono, Barbara Kruger e Cindy Sherman, ed anche Umberto Boccioni, Man Ray e Duchamp, Max Ernst e Salvador Dalì.
Le opere sono state scelte per raccontare, con tutti i mezzi, i materiali e le tecnologie disponibili, il susseguirsi cronologico di avanguardie e sperimentazioni influenzate dal genere femminile – come il Futurismo o il Dadaismo, per non parlare del Surrealismo – oppure che hanno avuto nelle donne i loro portavoce, a cominciare da Frida Kahlo per arrivare a Louise Bourgeois, passando per Rosemarie Trockel, Marlene Dumas e Carol Rama.
Gli argomenti trattati? Tutti quelli che possono venirvi in mente. Si parla di rapporti familiari e trasformazioni culturali, di politica, di guerra e di emancipazione femminile, di carriera e pubblicità, passando per la moda ed la religione, non dimenticando di affrontare la sessualità e le icone gay, per tornare nuovamente al tema principe della gravidanza e maternità.
Indubbiamente un’occasione unica per ripercorrere molte tappe fondamentali del fare artistico contemporaneo, per assistere al dialogo tra opere differenti ma ispirate da un pensiero comune, per osservare il risultato ottenibile dalla collaborazione tra le istituzioni pubbliche e private in Italia, e godere dei frutti dell’unione di artisti, istituzioni, città e paesi diversi, che ha dato vita alla stessa armoniosa diversità percepibile nelle vie del Decumano.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/la-grande-madre-l-energia-per-la-vita-dall-expo-a-palazzo-reale-milano

QUANDO L’ARTE SOVIETICA E’ RIVOLUZIONE. DA CHAGALL A MALEVITCH, AL GRIMALDI FORUM DI MONACO

Arte moderna, East magazine, Mostre
Da 15 anni il Grimaldi Forum Monaco troneggia nel calendario degli appuntamenti artistici da non perdere nel periodo estivo, ed anche quest’anno non delude, complice l’allestimento altamente scenografico nei 4000 m2 di questo spazio eccezionale, non a caso palcoscenico di importanti eventi culturali e mondani durante tutto l’anno monegasco. Il titolo dell’evento dell’estate 2015 Da Chagall a Malevitch, la rivoluzione delle avanguardie, richiama ad altre esposizioni di grande successo alternatesi tra il 2014 e l’anno in corso, dedicate in generale all’arte e alla cultura Russa, celebrate con particolare entusiasmo dal Grimaldi Forum per via del gemellaggio culturale in corso per l’anno della Russia a Monaco.
In effetti, si tratta di una mostra imponente, che conta 150 opere di circa 40 artisti, da seguire come direttrici per ripercorrere un periodo lungo venticinque anni, un vero e proprio viaggio attraverso l’arte russa dal 1905 fino al 1930. Un’arte fatta di confronto, scambio e rivoluzioni estetiche che videro consolidarsi i rapporti tra Mosca e Parigi, tra artisti ugualmente coinvolti in un periodo storico incerto da una parte e dall’altra nelle incredibili innovazioni in campo tecnologico: l’elettricità, la ferrovia, l’automobile e i nuovi mezzi di comunicazione, novità che inevitabilmente diedero motore ad una società in evoluzione.
Nuovi linguaggi, espressioni, rappresentazioni della realtà in campo artistico, letterario e della cultura in generale stravolsero i canoni del passato, creando rotture profonde e insanabili fatte di colori e geometrie ardite, versi e passi di danza mai visti, che crearono le basi per la modernità così come la conosciamo oggi.
Sono Marc Chagall e Kazimir Malevich i due artisti chiamati a rappresentare gli antipodi – e dunque i limiti – di questo allestimento, colleghi nella sperimentazione e capisaldi di differenti correnti artistiche, due delle tante approcciabili in mostra. Chagall, di famiglia ebraica ed origini russe, in seguito divenuto cittadino francese, venne associato a diverse avanguardie contemporanee, anche se in prima persona egli fuggiva le definizioni e le categorie in generale. La sua è un’arte fatta di molti riferimenti all’infanzia e ai ricordi, incentrata soprattutto sul colore e caratterizzata da componenti oniriche e simboli religiosi, spesso tradotti in figure a mezz’aria sullo sfondo di cieli arcobaleno. Malevich dal canto suo, ucraino trapiantato a Mosca, è noto per essere il pioniere dell’astrattismo geometrico, fondatore del Suprematismo – con il quale auspicava la supremazia della sensibilità pura nell’arte – e sostenitore di un’arte superiore proprio perché non figurativa. Ispirati dai due maestri, molti colleghi e connazionali intrapresero strade parallele alle loro, cariche di significati e simbologie che siamo invitati a scoprire lungo questo percorso, certamente condizionato dalla geometria rigorosa del fare artistico malevichiano. Infatti, il curatore Jean-Louis Prat ha scelto di affrontare lo spazio espositivo con la stessa disciplina del pittore, in modo da circoscrivere con precisione i periodi storico-artistici, definendo un percorso espositivo che non lascia niente all’improvvisazione. “Il quadrato, il cerchio e la croce su fondo bianco dell’artista compendiano lo choc visivo ed estetico dell’esposizione”, spiega a proposito della visita, che inizia in una sala quadrata e di colore rosso – connotati fortemente sovietici – con vista sulla croce centrale che ospita i movimenti artistici più rivoluzionari, dal Suprematismo – la cui opera principe è Quadrato Nero di Malevich (1913) – al Costruttivismo – cavallo di battaglia di Rodchenko e Tatlin. Il tutto contenuto all’interno di un circolo dato da esempi delle altre correnti dell’epoca, dal Raggismo al Cubofuturismo, su cui dominano opere del calibro dell’enorme Teatro Ebraico di Chagall, ma anche lavori di artisti quali Kandinsky, Rozanova, Popova.
Un viaggio attraverso l’espressività di un’epoca totalmente nuova vista con gli occhi di un paese lontano, una mostra dai prestiti straordinari – Museo Puškin e Galleria Nazionale Tretyakov di Mosca, Centre Pompidou di Parigi, Museo Thyssen di Madrid – ma soprattutto un’occasione per osservare la potenza del cambiamento e le sue infinite possibilità.
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Candida Höfer. Memory of Museo Hermitage, San Pietroburgo

Architettura, Arte contemporanea, East magazine, Mostre
“Volevo catturare il comportamento delle persone all’interno di edifici pubblici, così ho iniziato a scattare fotografie di teatri, palazzi, teatri, biblioteche e simili. Dopo qualche tempo, è diventato chiaro per me che quello che fanno le persone all’interno di questi spazi – e quale traccia questi spazi lasciano in loro – è più evidente quando nessuno è presente, proprio come un ospite assente è spesso oggetto di una conversazione”.  Lineare, pulita, precisa al millimetro, come una delle sue tante, celebri fotografie, a proposito delle quali l’Hermitage è fiero di presentare un’inedita selezione di venticinque immagini legate ad una visita ufficiale della fotografa risalente all’anno scorso.
Così Candida Höfer commenta il suo lavoro, cominciato nel 1976 tra i banchi dell’Accademia tedesca di belle arti di Düsseldorf, un percorso scoperto e incoraggiato da Bernd e Hilla Becher, che furono non solo suoi insegnanti nella Classe di fotografia, ma veri e propri fautori di un nuovo approccio tecnico alla fotografia, basato sulla consapevolezza dell’operatore e sull’idea che deve guidarlo dietro l’obiettivo. Grazie all’alto livello di istruzione e di formazione tecnica e artistica ricevuta, Candida Höfer è oggi considerata una maestra della fotografia contemporanea, al pari dei colleghi Andreas Gursky, Thomas Ruff e Thomas Struth. Ciò che differenzia le sue immagini da quelle di questi ultimi coetanei altrettanto celebri, è la cura che dedica a rivelare tutto il possibile di ogni spazio inanimato su cui si sofferma, consacrandone la personalità unica, potenziandone il carisma a prescindere dal fatto che siano edifici più o meno famosi, contenitori di storie e accadimenti degni o meno di nota. Candida Höfer ha ritratto architetture di ogni epoca come se stesse fotografando grandi personaggi – intesi come soggetti parlanti -, dando voce alla luce, permettendole di invadere ogni angolo e rivelare ogni curva, ogni dettaglio. Infatti, altra caratteristica immediatamente riconoscibile nelle opere della Höfer è la luminosa trasparenza della fotografia, ripresa sempre e rigorosamente in condizioni di luce naturale, quando i luoghi prescelti risplendono al massimo della loro potenza espressiva. Inoltre, per essere certa che non venga perso alcun particolare, è sua abitudine mostrarli al pubblico in formati generosi, spesso di due metri per due.
Non stupisce quindi come davanti al suo obiettivo molti capolavori architettonici quali musei, biblioteche, palazzi reali abbiano incantato il pubblico e la critica, e come contemporaneamente abbiano raccontato storie che celebrano il passato, fatte di stile e conoscenza, eleganza e precisione. Non a caso la sua ultima personale, allestita presso gli spazi dell’Hermitage di San Pietroburgo, è stata intitolata Memory. Essa rende omaggio ai tesori dell’architettura imperiale del tempo degli zar attraverso venticinque scatti, una panoramica esaustiva realizzata dall’artista durante l’estate dello scorso anno, quando in due settimane ha potuto ammirare il teatro Mariinsky e il Palazzo Yusupov, il Palazzo di Caterina a Pushkin e la Biblioteca Nazionale russa, e, naturalmente, le gallerie del Palazzo d’Inverno, oggi museo dell’Hermitage.  Il reportage oggi visibile nelle sale dello scrigno imperiale è un omaggio commovente all’amore russo per il rococò e per lo stile neoclassico, per lo sfarzo e il rigore, la storia e la leggenda.
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Energia e vibrazioni. David Haines e Joyce Hinterding al Museum of Contemporary Art di Sidney, Australia

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Esistono forze che allontanano ed altre che attraggono ed uniscono. Nel caso del duo composto da Joyce Hinterding – australiana per nascita – e David Haines – connazionale d’adozione, arrivato dall’Inghilterra decenni fa e mai più ripartito – diventano unioni indissolubili.
Il loro segreto? Quindici anni di condivisione di interessi, studi ed intenti. Addirittura di spazi – vivono nelle Blue Mountains – e di cattedra, entrambi insegnanti d’arte all’Università di Sidney. Ambedue sono affascinati dalle energie invisibili che ci condizionano quotidianamente, ad esempio la frequenza delle onde radio molto basse, i segnali televisivi, le trasmissioni satellitari, ed attraverso le loro performance ed installazioni cercano nuove strade per rendere percepibile con altri sensi quello che per natura è invisibile agli occhi. Lavorano soprattutto sul concetto di combinazione, unendo elementi differenti in maniera totalmente innovativa, realizzando ad esempio installazioni sperimentali basate sulle indagini relative le forze energetiche di cui sopra, che si concretizzano con dinamiche fisiche e virtuali in continua evoluzione.
Osservando più nel dettaglio il concetto di combinazione, nel duo è Joyce Hinterding a dedicarsi all’esplorazione dei fenomeni acustici ed elettromagnetici che sono alla base delle loro opere sonore e degli audio sperimentali. D’altro canto, David Haines ha una decennale dimestichezza con i più differenti materiali, avendo continuamente sperimentato tecniche e – appunto – combinazioni differenti tra video, scultura, fotografia e pittura, solo per citarne alcune. Le sue evoluzioni artistiche, abbinate alla ricerca di Hinterding, danno vita a veri e propri ambienti futuristici, il loro marchio di fabbrica.
Il percorso espositivo allestito presso l’MCA con l’aiuto della curatrice Anna Davis, visitabile fino al 6 settembre 2015, è la prima panoramica completa riguardante il loro lavoro mai aperta e fruibile dal grande pubblico, che verrà incoraggiato a partecipare attivamente alla mostra, ad esempio mediante la piattaforma di realtà virtuale Oculus Rift, dotata di auricolari e cuffie all’avanguardia che permettono di esplorare alcune videoinstallazioni di Haines & Hinterding, collocate all’interno di uno spazio virtuale. Inoltre, è prevista una programmazione in parallelo alla mostra ricca di eventi, che prevede non solo un intrattenimento a tema per bambini e ragazzi, ma anche incontri con gli artisti, workshop, l’apertura di una conferenza internazionale di tre giorni in collaborazione con l’Università del New South Wales Art & Design – che si sta svolgendo proprio nell’arco di questo week end, dal 13 al 15 agosto –, oltre ad una serie di laboratori basati sull’utilizzo di telescopi solari e perfino un workshop sulla composizione aromatica. Ma l’anteprima più attesa offerta dall’MCA è l’installazione ambientale intitolata Geologia Hinterding (2015), commissionata per l’occasione a Haines & Hinterding. Si tratta di un’opera basata sull’impiego delle più moderne tecnologie tra cui, ad esempio, un sensore di movimento che supporta lo sviluppo di spazi simulati. Geologia è un’esperienza interattiva amplificata ispirata a un viaggio di ricerca che Haines & Hinterding organizzarono nel 2011 in seguito al disastroso – e da noi poco noto – terremoto che mise in ginocchio la città neozelandese di Christchurch, danneggiando gravemente gli edifici storici e i luoghi dell’arte. Il progetto di ricerca è nato dalla loro volontà di studiare “come la cultura interagisce con le forze caotiche” ed è stato tradotto in un’esperienza virtuale organizzata su più livelli interattivi, spazi che il pubblico può esplorare, immedesimandosi con luoghi ed energie altre, non per questo meno toccanti della realtà che conosciamo.
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