ASCOLTA IL TUO CUORE CITTÀ. RESTAURI AL CENTRO DI PERUGIA

Architettura, Arte contemporanea, Il Giornale delle Fondazioni, Interviste
Il 31 ottobre 2018 sono stati inaugurati ed aperti al pubblico il Terzo e il Quarto piano di Palazzo Baldeschi al Corso, edificio di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia situato nel centro storico della città, in passato residenza storica ed oggi moderno spazio museale. Un impegno per il recupero della tradizione architettonica ed artistica della città in funzione delle nuove iniziative culturali e di coinvolgimento del pubblico di cui parliamo con Giampiero Bianconi,presidente della Fondazione.
La Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, operativa ufficialmente sul territorio dal 1992, promuove da più di venticinque anni la cultura della Conservazione e del Restauro delle opere d’arte, acquisendo per la propria collezione opere d’arte profondamente legate alla storia del territorio e, contemporaneamente, lavorando per un recupero mirato del patrimonio architettonico locale, contenitore d’eccellenza per strutture operative di rappresentanza e nuovi spazi espositivo-museali.
E’ il caso di Palazzo Baldeschi al Corso, storico immobile risultato della fusione di vari edifici tra il centralissimo Corso Vannucci, Via Danzetta, Via Baldo, Via dello Struzzo e Via Baglioni, già destinato a sede espositiva al momento dell’acquisizione nel 2002, oggi completato nel suo progetto di restauro con il ripristino del Terzo e Quarto piano del Palazzo.
I due ambienti ed il nuovo allestimento sono stati curati dall’architetto Carlo Salucci e dal professor Francesco Federico Mancini, i quali hanno creato un percorso espositivo permanente che ospita circa duecento pezzi tra dipinti, sculture e disegni della collezione, uniti tra loro dal fil rouge della geolocalizzazione, poiché sono tutte opere di artisti umbri o che hanno lavorato sul territorio tra il 1400 e il 1900. In particolare, parte del Terzo e l’intero Quarto Piano appena inaugurati sono stati destinati all’arte contemporanea, permettendo così al pubblico di ammirare ad esempio il lascito dell’artista umbra Maria Pistone e le opere del pittore perugino Gerardo Dottori, tra i massimi interpreti del Futurismo e maestro dell’aeropittura, acquisite negli anni dalla Fondazione.
La nuova occasione espositiva è dunque un ottimo pretesto per godere del quadro completo degli interventi che nel tempo hanno restituito l’originaria geometria alle varie stanze del Palazzo, considerato un ponte tra passato e futuro, oggi pronto ad assumere il ruolo di polo museale attivo e propositivo, dove il variegato patrimonio artistico della Fondazione ha trovato perfetta collocazione.
Abbiamo parlato con Giampiero Bianconi, presidente della Fondazione del lungo progetto di restauro ed in generale delle iniziative improntate dalla Fondazione alla tutela dei beni culturali, per capire meglio le strategie in termini di investimenti e valorizzazione del patrimonio locale.

La Fondazione CRPG svolge da oltre venticinque anni un importante doppio lavoro di tutela e promozione del patrimonio artistico, in prima persona arricchendo la preziosa collezione di opere d’arte mobili ed investendo nelle grandi realtà storiche di Perugia, Assisi e Gubbio – rilevando dimore storiche come Palazzo Baldeschi e dando loro una nuova vita come contenitori e promotori di iniziative culturali -, in secondo luogo finanziando progetti di restauro ed attività didattiche attraverso bandi e contributi. Può darmi un quadro generale in merito alle strategie e l’impegno, anche economico, della Fondazione in termini di sostegno ed investimento in iniziative culturali? 
Come giustamente ha osservato, uno degli obiettivi della Fondazione è proprio quello di tutelare e promuovere il patrimonio artistico del suo territorio. L’Umbria è una regione estremamente ricca d’arte e di storia e la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia si è sempre mostrata particolarmente sensibile alla valorizzazione e alla conservazione dei beni artistici che ne testimoniano la considerevole tradizione culturale. Lo dimostra, in modo particolare, il suo impegno teso a creare un’ampia raccolta d’arte, frutto di acquisizioni mirate, il cui scopo è quello di non disperdere l’importante patrimonio artistico di questa regione. Oggi la collezione di opere d’arte della Fondazione, allestita a Perugia presso Palazzo Baldeschi al Corso, è tra le più prestigiose e rilevanti sul territorio. Da non dimenticare poi l’acquisizione di immobili storici di grande pregio a Perugia, Assisi e Gubbio, i quali, dopo accurati restauri, sono di nuovo fruibili dalla collettività, divenendo vitali centri culturali. Questo sforzo teso a favorire la salvaguardia e la promozione del patrimonio artistico-culturale umbro è stato motivato da una duplice ragione: da un lato, il valore simbolico-identitario e di memoria storica che tale patrimonio riveste; e dall’altro la grande capacità attrattiva sul piano del turismo che esso possiede e che merita di essere sostenuta per i benefici economici, diretti e indiretti, che ne possono derivare. La scelta di impegnarsi in modo così continuo sul versante dell’arte e della cultura risponde ad un preciso indirizzo strategico, che caratterizza la Fondazione sin dalla sua nascita nell’ormai lontano 1992. Uno dei settori d’intervento più importanti in questi anni è stato proprio quello dell’arte, delle attività e dei beni culturali. Ogni anno la Fondazione, attraverso lo strumento del bando, infatti, ha potuto erogare importanti somme di denaro per il restauro di opere d’arte e per la realizzazione di eventi culturali. In questi oltre venticinque anni di attività a questo particolare settore abbiamo dedicato risorse per un ammontare pari a 91 milioni di euro: il che corrisponde al 37,9% del complesso delle nostre erogazioni. Tuttavia attualmente, in un periodo di grande difficoltà economica, nel quale si è acuita la vulnerabilità di ampie fasce di popolazione portando all’impoverimento economico e di conseguenza sociale e culturale, la Fondazione ha ritenuto indispensabile concentrarsi sul settore del volontariato dando impulso a forme innovative di welfare.

La Fondazione CRPG ha acquisito l’antico Palazzo Baldeschi – dimora storica dalla forte valenza simbolica per la città ed i suoi abitanti collocata proprio nel cuore storico di Perugia – destinandolo ad una funzione di costante promozione culturale. Perseguire questo fine ha voluto dire programmare negli anni una serie di interventi mirati, finalizzati al ripristino dei vari piani del Palazzo, di cui il terzo e quarto completati ed inaugurati da pochi giorni. Mi può raccontare quante campagne di restauro si sono rese necessarie per il recupero del Palazzo e quanto tempo hanno richiesto? 
I lavori di restauro di Palazzo Baldeschi al Corso sono stati lunghi ed estremamente complessi. L’intento della Fondazione, data la collocazione dell’immobile nel centro storico cittadino, è stato quello di destinare l’edificio a contenitore museale. La storica dimora, già sede del Microcredito Regionale Umbro, è stata acquistata dalla Fondazione nel 2002. A partire dagli anni 2000 sono iniziati i primi interventi di natura conservativa suddivisi in stralci funzionali: nel 2007 è stata allestita la prestigiosa Collezione di Maioliche Rinascimentali; successivamente sono iniziati i lavori per accogliere la consistente Collezione Alessandro Marabottini (circa 700 opere) inaugurata nel 2015 ed infine sono stati recuperati gli spazi al terzo e quarto piano adeguatamente restaurati per ospitare la collezione di opere più importanti della Fondazione unitamente ad alcuni lasciti. Lo scorso 30 ottobre, dopo molti anni di lavoro, è stato possibile aprire nella sua interezza questo meraviglioso complesso, finalmente a disposizione dei visitatori.

Che tipo d’intervento si è reso necessario nelle sale del Palazzo? Il progetto di intervento è da considerarsi oggi completato? 
Nelle sale recentemente inaugurate, così come nel resto del Palazzo, è stato necessario eseguire tutta una serie di lavori relativi alle opere murarie, agli impianti elettrici, idraulici, di climatizzazione e di illuminazione, impianti di videosorveglianza, finiture e lavori per la sicurezza antincendio. Tale impresa ha visto la collaborazione di maestranze locali altamente specializzate in grado, con le loro competenze, di convertire un Palazzo che nel tempo ha subito varie destinazioni d’uso, in un funzionale centro espositivo-museale di grande richiamo per il pubblico locale e nazionale, aumentando così l’offerta culturale del territorio. Il progetto d’intervento può oggi considerarsi concluso, il Palazzo interamente accessibile al pubblico.

La tutela e salvaguardia del territorio sono temi molto sentiti dalla Fondazione, per cui immagino che siano state attivate collaborazioni con diversi professionisti e specialisti del settore. Iniziative analoghe su territorio nazionale hanno coinvolto anche Università, Centri di restauro e giovani restauratori, chiamati ad applicare sul campo le competenze acquisite, grazie a stage mirati e supervisionati. La Fondazione CRPG ha mai promosso attività di questo tipo? Pensa che possa essere un tema di interesse per il futuro? 
Nella gestione del suo patrimonio artistico la Fondazione si trova spesso a collaborare con professionisti e specialisti del settore. Personalmente ritengo che il coinvolgimento di altri Enti in imprese del genere possa essere estremamente proficuo e sia in grado di apportare un valore aggiunto agli obiettivi che ci prefissiamo. Occorrerebbe sempre creare un sistema di rete e di collaborazione tra diverse istituzioni, sia pubbliche che private, ognuno mettendo in campo le proprie competenze, creando delle sinergie che diano opportunità di crescita. Ad esempio dare la possibilità a giovani restauratori di applicare sul campo le proprie competenze è sicuramente un tema di grande interesse e proprio a questo proposito, recentemente, la Consulta delle Fondazioni delle Casse di Risparmio Umbre in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria hanno realizzato un bando per la selezione di una task force di restauratori per svolgere attività di messa in sicurezza e di restauro delle opere provenienti dall’area della Valnerina colpita dal sisma del 2016. La nostra Fondazione ha aderito con entusiasmo a questa iniziativa.

A proposito degli interventi promossi dopo le scosse degli ultimi anni, sono state portate avanti diverse iniziative a sostegno dei territori colpiti dal sisma. Un esempio concreto è dato dal protocollo d’intesa firmato dalle Fondazioni di origine bancaria del territorio, tra cui la Cassa di Risparmio di Perugia, che hanno messo a disposizione in totale 3 milioni di euro, grazie ai quali le piccole e medie imprese che operano nelle regioni colpite dai terremoti dello scorso anno possono disporre di un plafond di finanziamenti fino a 15 milioni di euro. «Crediamo che questa iniziativa sia un importante segnale per le imprese dei territori colpiti dal sisma – ha dichiarato Giampiero Bianconi – che testimonia l’impegno concreto delle Fondazioni a sostegno del tessuto socio-economico in cui operano. Il nostro sistema imprenditoriale è costituito prevalentemente da piccole e medie imprese che esprimono il senso delle tradizioni della cultura dei luoghi in cui sono nate e in cui si radicano. Sono le realtà che hanno subito i maggiori impatti della crisi e pertanto è fondamentale che vengano accompagnate sulla strada della ripresa, a maggior ragione in situazioni così critiche come quelle in cui si trovano ad operare le imprese dei territori colpiti dal terremoto.»

Quali sono gli obiettivi della Fondazione per il prossimo futuro? Vi sono nuove realtà nei confronti delle quali state pianificando interventi di recupero e valorizzazione? 
Come ogni anno, sicuramente anche nel 2019 saranno pubblicati bandi destinati alla conservazione e valorizzazione dei beni culturali. La Fondazione ha sempre creduto nell’importanza di questi interventi proprio perché ritiene i beni culturali umbri patrimonio della comunità. Relativamente alle collezioni della Fondazione invece verranno senz’altro valorizzate attraverso una serie di iniziative che prevedono incontri, attività didattiche e laboratoriali. Inoltre i nostri palazzi ospitano spesso mostre temporanee organizzate dal nostro ente strumentale, la Fondazione CariPerugia Arte, sempre impegnata nella promozione culturale.

http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/ascolta-il-tuo-cuore-citt%C3%A0-restauri-al-centro-di-perugia
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LA STRATEGIA DELL’AGA KHAN TRUST FOR CULTURE

Il Giornale delle Fondazioni, Interviste
LAga Khan Trust for Culture (AKTC), fondata nel 1988 a Ginevra, in Svizzera, nasce come istituzione filantropica privata ed è parte integrante dell’Aga Khan Development Network (AKDN), una realtà operativa a livello internazionale voluta da Sua Altezza l’Aga Khan che comprende anche una Fondazione. Composto da diversi dipartimenti con compiti specifici ma complementari, ognuno di questi è finalizzato a migliorare le prospettive di vita delle persone nei paesi in via di sviluppo, in particolare in Asia e Africa, attraverso canali economici, sanitari, piani didattici a sostegno dell’istruzione e della cultura. L’Ente è impegnato nel restauro del suq più antico di tutto il Medio oriente, il suq Al-Saqatiyya  costruito circa 1.100 anni fa: 12 chilometri interamente coperti che  ospitano  tutta l’attività economica artigianale di Aleppo. Ne abbiamo parlato con Luis Monreal, General Manager dell’Aga Khan Trust for Culture.
Per oltre trent’anni l’Aga Khan Trust for Culture ha dimostrato come la cultura possa essere un motore efficace per migliorare la qualità della vita a livello sociale ed economico anche nelle aree più povere e remote del globo. Al Cairo, Delhi e Kabul, solo per fare alcuni esempi, i progetti di restauro di monumenti, la riqualificazione dei parchi e la creazione di nuovi spazi comunitari hanno fornito a milioni di abitanti un’oasi di pace inimmaginabile ed hanno ridato speranza a comunità che sembravano destinate e rassegnate ad un declino progressivo ed inevitabile.

Il programma generale dell’AKDN è costantemente tarato in modo da rivestire nel tempo il ruolo di catalizzatore di idee e risorse improntate sulla volontà di garantire una migliore qualità della vita, in molti casi a cominciare dalla conservazione e la rivitalizzazione dei beni culturali. Questo obiettivo è stato raggiunto passo dopo passo – e vi si continua a lavorare costantemente – anche grazie al sostegno delle tradizioni culturali e la creazione di programmi educativi che favoriscano la comprensione e l’identificazione dell’eccellenza architettonica, fattori che influiscono positivamente sul modo in cui le persone vivono, lavorano e interagiscono sul territorio.

Sebbene le sfere di attività e competenze differiscano – concentrate su sviluppo sociale, economico ed infine culturale – le istituzioni AKDN condividono tre principi fondamentali: la dedizione ad uno sviluppo autosufficiente, che possa contribuire al progresso economico a lungo termine e all’armonia sociale; l’impegno perchè la partecipazione delle comunità locali a tutti gli sforzi di sviluppo sia cospicua e entusiasta; e infine, lo sforzo congiunto affinchè tutte le istituzioni della rete siano volte a creare una condizione di responsabilità condivisa che porti ad un cambiamento positivo, lavorando attivamente alla ricerca di potenziali partner – da università e governi, fondazioni e agenzie di sviluppo internazionale, a donatori o investitori individuali e aziendali – sulla base di collaborazioni, obiettivi condivisi e della complementarietà delle risorse.
Tutti i programmi della Fondazione hanno quindi le stesse finalità ultime, ma perseguono gli obiettivi sopra citati in modi distinti, con le proprie coperture geografiche e tenendo ben presente il proprio target di pubblico. Tutti organizzano ed utilizzano workshop, seminari, pubblicazioni e media per stimolare la riflessione e diffondere i risultati, anche se la forma e il contenuto variano in base alle esigenze di ciascun programma.

Ad esempio, Radwan Khawatmi, membro del board of directors dell’Aga Khan Museum, siriano di Aleppo ed imprenditore e cittadino italiano da oltre quarant’anni, è parte attiva nei progetti della Fondazione che da oltre 35 anni supportano il restauro dei beni culturali compromessi in Medio Oriente, ed in particolare, in tempi recenti, quelli distrutti dall’Isis, come la moschea di Aleppo. È appena iniziato il restauro del suq più antico di tutto il Medio oriente, il suq Al-Saqatiyya che, costruito circa 1.100 anni fa, è lungo 12 chilometri, è interamente coperto ed ospita tutta l’attività economica artigianale di Aleppo.

Abbiamo parlato con Luis Monreal, General Manager dell’Aga Khan Trust for Culture, delle altre iniziative legate al restauro e alla tutela dei beni culturali, per capire meglio le strategie dell’AKDN in termini di costruzione e valorizzazione del patrimonio.

L’Aga Khan Development Network si compone di una serie di agenzie tra cui troviamo l’Aga Khan Foundation, mentre l’Aga Khan Trust for Culture coordina le attività culturali del Network, comprese le iniziative legate alla conservazione e tutela del patrimonio artistico proposte dall’Aga Khan Museum e dall’Aga Khan Program for Islamic Architecture. Esiste un archivio dei progetti di conservazione e ricostruzione portati avanti o conclusi in questi anni dall’AKTC?
L’AKTC ha un duplice approccio rispetto alla diffusione dei suoi progetti, da un lato si rivolge al grande pubblico, raggiunto e coinvolto attraverso una serie di monografie che raccontano i progetti come casi di studio che ne tracciano storia, contesto, fasi di sviluppo, descrizione, obiettivi, impatto e risultati. Finora sono stati pubblicati quattro volumi ed altri andranno ad arricchire la serie e sono già in lavorazione. In secondo luogo l’AKTC, in collaborazione con il Massachusetts Institute of Technology, ha sviluppato, creato e gestisce Archnet.org, una risorsa intellettuale ad accesso libero incentrata sull’architettura, l’urbanistica, la progettazione ambientale e paesaggistica, la cultura visiva e le problematiche di conservazione relative il mondo musulmano. La missione di Archnet è fornire un accesso immediato ad un materiale visivo e testuale unico per facilitarne la divulgazione ed incentivare l’insegnamento e la promozione di un lavoro professionale di alta qualità. Per questo motivo la biblioteca digitale di Archnet raccoglie principalmente la documentazione relativa i progetti di AKTC prodotta attraverso il programma Aga Khan Award for Architecture and Historic Cities, nonchè le risorse legate al programma Aga Khan per l’architettura islamica di Harvard e del MIT.

L’archivio è dunque consultabile e permette di capire la complessità dei cantieri e dei progetti stessi, per approfondire il lavoro dei vostri tecnici e dei restauratori coinvolti?
Archnet è completamente aperto e accessibile e include anche tutte le pubblicazioni di AKTC, compresi gli atti dei seminari e la documentazione approfondita dell’Agha Khan Award for Architecture, che attua uno dei processi più rigorosi per la raccolta di informazioni, messo a punto attraverso interviste ai clienti, utenti, architetti e la raccolta di immagini e video. Inoltre, il nuovo programma educativo di AKTC mira a raccogliere queste risorse uniche per produrre curricula e risorse didattiche per gli studenti di architettura, rendendo consultabili e più facilmente disponibili le migliori pratiche messe in atto e le lezioni apprese. Questo viene fatto in collaborazione con istituti scolastici di tutto il mondo, e l’output risultante è condiviso su Archnet.

Per quanto riguarda la tutela del patrimonio architettonico, l’AKTC opera prevalentemente in Medio Oriente, è corretto? Può raccontarci se l’impegno in tal senso è nato proprio dall’esigenza di ricostruire i beni compromessi dall’Isis, o se ha radici più longeve?
L’AKTC ha lavorato principalmente in Asia, ma non specificamente con un focus sul Medio Oriente. Abbiamo lavorato – e tuttora operiamo – ad Al-Azhar Park al Cairo, ed abbiamo completato il restauro di tre cittadelle in Siria prima del conflitto. Attualmente il focus delle attività dell’AKTC è incentrato su Afghanistan, Pakistan e India, anche se abbiamo progetti anche in Mali e Malesia ed abbiamo recentemente aperto un giardino islamico per il XXI secolo a Edmonton, in Canada. L’impegno dell’AKTC per la rinascita del patrimonio culturale non è una risposta all’ISIS, ma mira a migliorare la qualità della vita di milioni di persone nelle città storiche del mondo musulmano. La conservazione non consiste semplicemente nel preservare il passato, il significato ed il motore di questi progetti nel mondo contemporaneo, con le sue numerose sfide, è quello di far rivivere la memoria storica e, così facendo, infondere un senso di orgoglio, rafforzare l’identità e migliorare la vita delle persone.

Come vengono proposti e selezionati i progetti da sostenere? Quanti cantieri vengono attivati contemporaneamente, è possibile che lavoriate a più di un progetto nello stesso momento? So che al momento siete impegnati sul suq Al-Saqatiyya, il minareto della moschea degli Omayyadi, ed avete in previsione per il 2019 il centro storico di Aleppo, che certamente durerà diverso tempo.
I progetti sono selezionati in base a criteri rigorosi stabiliti dal consiglio di amministrazione di Aga Khan Trust for Culture. A volte l’AKTC viene contattato da un partner governativo e invitato a supportare un progetto come partner tecnico, oppure si rivolgono a noi agenzie di finanziamento internazionali alla ricerca di un partner affidabile per implementare progetti complessi. Le attività sono strutturate perché, dopo un investimento iniziale di capitale da parte di AKTC, possano essere autosufficienti, ed abbiamo avuto la riprova che sia un approccio vincente grazie ai risultati ottenuti al Cairo ed a Kabul. Se impostati correttamente e attivati nelle giuste condizioni, questi progetti possono essere motori economici e trampolini importanti per lo sviluppo sociale, possono innescare cambiamenti positivi in termini di occupazione locale, attività imprenditoriale e sviluppo culturale anche laddove prima non esisteva nulla del genere. Si tratta di iniziative che possono avere un impatto positivo ben oltre la conservazione, possono promuovere il buon governo, rafforzare la società civile, produrre un aumento dei redditi e fornire opportunità economiche per promuovere una migliore gestione dell’ambiente.

L’AKDN prevede un investimento mirato per ogni progetto di restauro, ha una strategia in merito per sostenere il programma di ricostruzione di anno in anno?
I progetti AKTC nel campo del restauro, della conservazione e della rigenerazione urbana sono co-finanziati al 74% da governi e partner privati
. I nostri progetti sono a lungo termine ed in molti casi, attraverso partenariati pubblico-privato, gestiamo e monitoriamo le risorse che creiamo o riabilitiamo. Nel modello dell’AKTC, queste attività sono progettate per produrre un’eccedenza di entrate rispetto alle spese, in modo che il surplus venga reinvestito in attività di sviluppo sociale e iniziative a beneficio della popolazione che vive attorno ai beni storici oggetto di intervento.

http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/la-strategia-dell%E2%80%99aga-khan-trust-culture

STORIA DI UNA COLLEZIONE ROMANA E DI CONNESSIONI TRA ANTICO E CONTEMPORANEO

Arte contemporanea, Il Giornale delle Fondazioni, Interviste
La Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli  a Villa Lontana, Roma – da più di quindici anni attiva per la ricerca e la divulgazione della storia dell’arte antica, in particolare quella romana – ha recentemente ampliato il proprio raggio d’azione, attivando una collaborazione con curatori e artisti contemporanei impegnati nel recupero di Villa Lontana, alle porte della capitale. Ne parliamo con Daniela Ricci, curatrice scientifica della Fondazionee la curatrice degli eventi di Villa Lontana, Vittoria Bonifati.
La Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli è stata istituita il 19 marzo 2004 dai figli di Dino ed Ernesta Santarelli, imprenditori e grandi collezionisti d’arte antica, con l’intenzione di perseguire gli intenti dei defunti genitori, da sempre grati alla città di Roma e per questo attivi nel panorama culturale della città. Una riconoscenza espressa infatti attraverso opere di divulgazione e tutela delle sue ricchezze architettoniche ed artistiche, mediante la promozione in prima battuta di iniziative culturali, pubblicazioni, prestiti ad Enti e Istituti ed esposizioni temporanee delle opere collezionate negli anni.
Un’attenzione particolare che non ha però impedito alla Fondazione di ampliare orizzonti e terreni di azione e partecipazione, come dimostra la recente collaborazione con Villa Lontana, storico edificio romano di recente riportato agli antichi splendori dopo secoli di abbandono, attorno al quale è stato costruito un programma che prevede esposizioni temporanee di opere di artisti contemporanei, la prima da poco conclusa intitolata Sculptureless Sculpture, la seconda invece inaugurerà dopo la pausa estiva. Un’iniziativa eccezionale, se si considera che il cuore della collezione Santarelli è composto soprattutto da marmi colorati, sculture e gemme, legato ad un interesse particolare nei confronti della scultura lapidea e alla glittica, una passione che non ha impedito di trovare punti di contatto con il contemporaneo, di supportare i giovani artisti e farsi fonte di ispirazione oltre che voce con cui avviare un dialogo proficuo.
Come si incontrano e collaborano proficuamente due realtà incentrate su percorsi così differenti? Ne abbiamo parlato con Daniela Ricci, storica dell’arte della Fondazione, e la curatrice degli eventi di Villa Lontana- insieme alla collega Jo Melvin – Vittoria Bonifati per saperne di più sulle attività previste per quest’anno ed i risultati raggiunti in quasi due decenni di lavoro.
La Fondazione Santarelli è nata nel 1999 a Roma, per volere di Paola, Santa e Antonio Santarelli, in memoria dei genitori collezionisti. La vostra raccolta di opere d’arte è famosa per comprendere pezzi unici della statuaria romana, marmi colorati della Roma imperiale e pitture su pietra, opere che spaziano dal periodo tolemaico all’inizio del XIX secolo. Di recente si è parlato della collezione in relazione ai progetti in collaborazione con Villa Lontana, a Roma. Potrebbe fornirci qualche informazioni aggiuntiva in merito a questo particolare contesto? 
(Daniela Ricci) La campagna romana è ricca di dimore che associano il carattere residenziale a quello agricolo, caratterizzate da un casino al centro di campi di vaste estensioni con alcuni manufatti rustici a uso dei contadini. Lungo la via Cassia, nell’area già appartenente alla più ampia tenuta della Farnesina, detta anche di Tor Vergata, Villa Lontana ne è un esempio illustre: un fondo antico, sui resti di tombe e costruzioni romane lungo la via consolare, con un’estensione di terreni che giungeva fino a Ponte Milvio, un casino destinato ai soggiorni dei proprietari che nei secoli si è arricchito di arredi di pregio e di un giardino circostante. La tenuta di Tor Vergata è menzionata sin dal Medioevo, importante per la sua vicinanza allo snodo del traffico viario costituito da Ponte Milvio e al tracciato della Via Francigena. Tra le opere di scultura che fanno parte dell’arredo del casino di villa e che furono acquisite, molto probabilmente, dal principe Stanislao Poniatowski, rivestono un ruolo centrale i rilievi di pertinenza di Antonio Canova, copie in gesso da originali antichi di grande pregio conservati nei maggiori musei del mondo quali i Vaticani, il Nazionale di Napoli o il Louvre di Parigi. Al principe polacco sono attribuite consistenti migliorie della tenuta e, soprattutto, la decorazione del casino con uno splendido rilievo in marmo, opera di Berthel Thorvaldsen, raffigurante “Il Trionfo di Alessandro” a Babilonia. Tra i successivi proprietari della Villa il console inglese Giovanni Freeborn – a cui va attribuita la denominazione di Villa Lontana – che vi soggiornò dal 1832 al 1859 e che introdusse notevoli migliorie, tra le quali la creazione di uno splendido giardino organizzato secondo lo stile “all’inglese”, ricco di piante provenienti da paesi lontani. La storia successiva non riserva elementi degni di nota, ma è segnata da una progressiva perdita di importanza della tenuta e, a partire dal dopoguerra, dalla lottizzazione di gran parte del terreno, fino alla riduzione dell’estensione di pertinenza della Villa a poco più di un ettaro e mezzo.
Nel 2013 la Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli ha pubblicato un importante volume dedicato alla storia di Villa Lontana, per raccontarne le vicende storiche dalla costruzione fino al recente restauro conservativo che ha valorizzato la struttura. Potrebbe raccontarmi qualcosa di più in questo senso, in termini di tempistiche richieste sia dall’intervento di restauro, sia di approfondimento e studio di una realtà tanto amata dai cittadini della Capitale? 
(Ricci) Ripercorrere la storia della Villa Lontana ha permesso di analizzare le trasformazioni di un territorio che da campagna è diventata zona residenziale, di una tenuta che da vigna si è trasformata in giardino esotico, di un edificio che da casale rurale ha assunto l’aspetto di casino di delizie, seguendo le tracce di illustri personaggi che vi hanno lasciato i segni del loro passaggio, e fino all’ultimo intervento che ha dato nuovo lustro e decoro al luogo, arricchendolo di una collezione di pregevoli sculture di grandissimo interesse, sistemate in ambienti valorizzati da pavimenti di marmi romani che riprendono prestigiosi esempi di età imperiale. Il restauro del complesso, realizzato nel 2005-2006 con grande rigore filologico e rispetto dell’assetto storico, ha fornito l’occasione per ripercorrerne la storia, a partire dal ruolo dell’antica via Cassia e di Ponte Milvio. Gli scavi effettuati nell’area per la realizzazione di un parcheggio interrato hanno consentito la scoperta di una interessante necropoli con ben 160 tombe scavate e dotate di corredi funerari di grande importanza. Sono state ritrovate anche alcune epigrafi che testimoniano la presenza, lungo la via consolare, di tombe di soldati pretoriani romani per lo più provenienti dall’Etruria.
L’inizio del 2018 ha visto la presentazione di un nuovo progetto curatoriale con sede proprio a Villa Lontana, incentrato sulle produzioni artistiche contemporanee. L’idea e lo sviluppo del progetto sono opera di Vittoria Bonifati, curatrice specializzata nel contemporaneo, che lavora tra Londra, l’India e Roma, insieme alla curatrice inglese Jo Melvin. La prima mostra è stata inaugurata il 16 maggio 201 con il titolo Sculptureless Sculpture, un percorso espositivo studiato in collaborazione con la Fondazione e le sue collezioni. Mi può raccontare com’è nata la collaborazione con una realtà ed un progetto artistico legati in particolare alla contemporaneità? 
(Vittoria Bonifati) In realtà la prima collaborazione della Fondazione Santarelli con il contemporaneo è iniziata nel 2016 – e si è conclusa pochi giorni fa – acquistando Flat Time House, la casa studio dell’artista concettuale inglese John Latham. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2007, la famiglia di Latham ha deciso di trasformare il suo studio in uno spazio non-for-profit per sviluppare mostre, programmi di residenza e workshops basati sulla ricerca curatoriale e artistica. La famiglia Santarelli è venuta a conoscenza del lavoro di John Latham nel 2014 alla Triennale di Milano – prima mostra personale dell’artista in un’istituzione italiana – cogliendo molti parallelismi tra lo sviluppo della pratica artistica di Latham e l’arte italiana dagli anni ’60. Roma è stata una città di grande importanza per John Latham: nel 1944, durante la liberazione di Roma dagli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, Latham visitò Palazzo Venezia, dove erano esposti due dipinti di El Greco. L’artista racconta di aver avuto “un’istante visione” (“instant vision”) che lo ha segnato profondamente nella sua coscienza, tanto che il lavoro di El Greco è diventato molto importante per lo sviluppo artistico di Latham. La scoperta di questa vicenda ha avvicinato molto la famiglia Santarelli al lavoro di Latham e al programma artistico di Flat Time House, e quando nel 2016 quest’ultima ha rischiato di chiudere per mancanza di fondi, la Fondazione Santarelli è intervenuta mettendo al sicuro la proprietà, per creare un ponte tra l’antico e il contemporaneo e permettere a Flat Time House di continuare il programma di mostre residenze e workshops così centrale alla sua identità. Le due Fondazioni hanno diverse storie e obiettivi, ma per entrambi l’importanza di raccontare e condividere una storia con un pubblico più ampio – una l’amore per Roma e la sua storia, l’altra la pratica artistica di John Latham in conversazione con il lavoro di altri artisti contemporanei – è la chiave di tutto, una chiave comune.
Personalmente erano diversi anni che immaginavo un modo per aprire la collezione Santarelli alla contemporaneità, ma non avevo ancora trovato la giusta chiave di lettura per avviare un nuovo dialogo – così presente in una città come Roma –  tra l’antico e il contemporaneo. Ora si è presentata l’occasione. La direzione artistica del progetto è curata da me e Jo Melvin e prevede lo sviluppo di due mostre ogni anno a Villa Lontana, insieme a un programma di residenze per artisti. Immaginiamo di invitare un artista ogni anno a Villa Lontana che avrà accesso, per la sua ricerca e sviluppo artistico, agli archivi ed alla collezione della Fondazione Santarelli. La prima mostra è stata appunto “Sculptureless Sculpture” e si è sviluppata a seguito di una lunga conversazione con Jo Melvin e l’artista inglese Jeff Gibbons, avvenuta nel giardino di Villa Lontana nel gennaio del 2018. Avevamo visitato vari musei e gallerie di arte classica e, tornati a Villa Lontana, ci è venuto in mente il lavoro di John Baldessari “I Am Making Art” (1971) in cui l’artista americano posa davanti a una telecamera nel suo studio di LA e ad ogni movimento afferma di essere un’opera d’arte. Chiaramente Baldassarri aveva in mente la scultura classica, e questo lavoro ha aperto la conversazione sull’apparente staticità della scultura in relazione alla performatività del corpo, portando alla costruzione della mostra “Sculptureless Sculpture” con opere di John Baldessari, Elisabetta Benassi, Ketty La Rocca, Mario Merz ed Ad Reinhardt.
Come e perché sono state selezionate determinate opere della Fondazione Santarelli da far dialogare con i video di artisti contemporanei presenti in mostra? Quali sculture sono state selezionate?
(Bonifati) Per la costruzione del percorso e la scelta delle opere ci siamo ispirate a testi presenti in mostra, quali “The Shape of Time”, “Remarks on the History of Things” di George Kubler, “Atlas How to Carry the World on One’s Back?” di Georges Didi-Huberman, e il saggio di Susan Sontag “On Silence” e “The Death of the Author” di Roland Barthes entrambi presenti in Aspen 5 + 6 pubblicato nel 1967/68 sotto la supervisione di Bran O’Doherty. La scelta curatoriale è stata abbastanza intuitiva, si è sviluppata in modo organico con la scelta dei video e per questa prima mostra a Villa Lontana ha portato alla selezione di diversi lavori dalla Fondazione Santarelli in un arco temporale compreso dal VII a.C. al XVIII d.C.. L’idea era di mettere insieme una mostra di scultura senza sculture, in cui gli unici oggetti in mostra erano le opere della Fondazione Santarelli in conversazione con i lavori video, partendo dall’idea che la scultura è movimento. “Sculptureless Sculpture” ha sviluppato e dato voce a quest’idea, guardando al video come ad una serie di immagini in movimento con cui, in relazione alle sculture, si è voluta creare una dinamicità tra due pratiche artistiche apparentemente opposte.
“Son of Niobe” (2013) di Elisabetta Benassi è un lavoro sviluppato dall’artista romana venti anni dopo l’attacco terroristico alla Galleria degli Uffizi. Il lavoro raffigura uno dei figli di Niobe morto due volte, la prima nel mito greco e di nuovo nel 1993 a causa dell’esplosione agli Uffizi. “Appendice Per Una Supplica” (1972) di Ketty La Rocca è stato presentato per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 1972, si tratta di un lavoro che gioca con l’idea del frammento, la performatività del corpo e il linguaggio e, proiettato nel garage di Villa Lontana, ha creato un interessante gioco visivo e concettuale con alcuni dei lavori in mostra. “Lumaca” (1970) di Mario Merz era uno dei video parte del progetto di Gerry Schum TV Gallery, parte di un progetto formato da due mostre “Land Art” (1969) e “Identifications” (1970). “Lumaca” fa parte di “Identifications”, un lavoro che vede Mario Merz disegnare una spirale e accanto scrivere i numeri legati alla sequenza matematica di Fibonacci, una riflessione che rimanda alla proporzione, così centrale per lo sviluppo della scultura classica. “Travel Slides” (1952-1967) di Ad Reinhardt è composto invece da una serie di fotografie, tutte scattate dall’artista tra gli anni ’50 e l’anno della sua morte. Le fotografie sono state scattate in varie parti del mondo e raffigurano oggetti e architetture appartenenti alla storia dell’arte occidentale e orientale. Un viaggio attraverso le forme che, visto in relazione agli oggetti in mostra, credo abbia proposto diverse chiavi di lettura: cosi come le slides di Ad Reinhardt, anche le sculture in mostra provengono da varie parti del mondo. Alcune greche, altre romane, alcune etrusche ed altre siriane, si tratta di un viaggio spazio-temporale tra culture e secoli diversi.
Il progetto in collaborazione con Villa Lontana prevede nuovi appuntamenti, a cominciare dal prossimo autunno, ed il coinvolgimento di spazi della Villa sempre nuovi, esterni ed interni. La Fondazione parteciperà anche ai prossimi eventi? Qual è il calendario delle attività previste per quest’anno ed eventualmente il prossimo, avete in previsione un progetto particolare di cui vorrebbe parlarci?
(Bonifati) La prossima mostra sarà inaugurata ad Ottobre e si svolgerà nel giardino rinascimentale di Villa Lontana, usando la metafora dell’artista archeologo e trasformando il giardino in un sito archeologico del presente. La lista degli artisti non è ancora definita, ma ci saranno lavori dagli anni ’70 ad oggi sia di artisti stranieri che italiani. Credo sia molto importante quando si sviluppa un progetto come questo tenere presente la comunità artistica del luogo in cui ci si trova, aprendolo a un dialogo più ampio con opere classiche e lavori di artisti internazionali. Il progetto a Villa Lontana è un’occasione per riscoprire una collezione come quella di Dino ed Ernesta Santarelli in una chiave diversa, e la Fondazione sarà presente anche nelle future iterazioni.  Lo spazio del progetto è legato a Villa Lontana, la sua storia attraverso i secoli e la collezione che la inabita oggi. É come se fosse una casa museo ricostruita negli ultimi dieci anni con le opere della Collezione Santarelli. I luoghi scelti per questo primo progetto sono il garage ed il giardino rinascimentale, ma nel futuro non escludiamo di aprire una stanza della Villa per creare un dialogo più intimo tra antico e contemporaneo.
Può indicarmi le attività in cui la Fondazione si impegna annualmente – penso ad esempio al Premio Zeri ed al sostegno agli studenti tramite borse di studio – e gli investimenti sostenuti in progetti innovativi come la collaborazione con Villa Lontana? Come vengono selezionati i progetti che poi vengono supportati, qual è l’iter previsto per la presentazione dei suddetti?
(Ricci) La Fondazione ha promosso il Premio Federico Zeri, di concerto con la Fondazione Federico Zeri, e nel 2013 il premio è stato assegnato a una giovane studiosa, selezionata da una commissione scientifica tra numerosi candidati. Il premio le è stato conferito in riferimento ad una ricerca storico artistica sulla persistenza dell’Antico e la rappresentazione della scultura nella pittura di natura morta, condotta presso la fototeca Zeri. Inoltre, in seguito ai sismi che hanno colpito la cittadina di Amatrice nel 2016, la Fondazione si è impegnata per essere accanto alla popolazione e ha realizzato il libro “Amatrice, storia, arte e cultura”, curato da Alessandro Viscogliosi, pubblicato nel 2016, con l’intento di ancora poter contemplare la bellezza che ha caratterizzato Amatrice, tra i cento borghi più belli d’Italia. Sulla base degli studi per questo volume è stato condotto un ampio approfondimento scientifico e filologico, mappando dettagliatamente tutta la cittadina al fine di poter rappresentare Amatrice com’era all’inizio del Novecento ed è stato realizzato il plastico 6×4 metri, sostenuto insieme a Intesa Sanpaolo. Il plastico è stato realizzato dalla società Officina Materia e Forma sotto la direzione del professor Alessandro Viscogliosi del Dipartimento di Storia dell’Architettura, Restauro e Conservazione dei Beni Architettonici della Sapienza di Roma. A febbraio del 2018 è stata sottoscritta la collaborazione scientifica tra la Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli e il Dipartimento di Storia Disegno e Restauro dell’Architettura – Sapienza Università di Roma e successivamente il protocollo d’intesa con il Comune di Amatrice al fine di valorizzare e condividere il grande lavoro scientifico effettuato e proseguire insieme nelle fasi successive. Il plastico sarà la base per la ricostruzione della cittadina e verrà esposto permanentemente in un edificio in fase di realizzazione nel Parco don Minozzi di Amatrice.
Continuando gli studi siamo lieti di informare che entro l’autunno vedrà la luce il secondo volume su Amatrice, sempre a cura del professor Alessandro Viscogliosi. Tale volume svilupperà, tramite la ricerca storica, lo studio di tutti i prospetti antichi degli edifici rappresentati nel plastico, resi estremamente vicini all’originale novecentesco anche grazie alle campionature degli intonaci.
http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/storia-di-una-collezione-romana-e-di-connessioni-tra-antico-e-contemporaneo

APERTO PER RESTAURO. A CINQUANT’ANNI DALLA SCOMPARSA DI PINO PASCALI

Il Giornale delle Fondazioni, Interviste
La Fondazione Pino Pascali, insieme alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, ha presentato il progetto «Aperto per restauro», una delle iniziative pensate in occasione del cinquantenario dalla morte dell’artista. La Direttrice della Fondazione Rosalba Branà, il Coordinatore Generale Antonio Frugis e la Restauratrice Luciana Tozzi raccontano l’impegno particolare per quest’anno e gli obiettivi a breve e lungo termine.
La Fondazione Pino Pascali, Museo d’arte contemporane è stata istituita nel 2010 per iniziativa del Comune di Polignano a Mare e della Regione Puglia per promuovere l’arte contemporanea con mostre ed eventi.
La Fondazione opera attivamente sia in termini di impegni fissi – il Premio Pino Pascali, voluto dai genitori dell’artista dopo la sua prematura scomparsa ed attivo dal 1969 al 1976, in seguito re-istituito, nel 1997, dalla direttrice della Fondazione Rosalba Branà – sia di progettazioni e percorsi espositivi in continuo divenire.
Il risultato di questa impostazione strategica, che ruota attorno alla figura di Pascali, al suo lavoro, alla sua storia, è una Fondazione in costante crescita a livello nazionale ed internazionale, premiata nel 2013 con l’Espoarte Awards come Miglior Fondazione dell’anno e capace di coinvolgere istituzioni e professionisti appartenenti a diversi ambienti in progetti aperti a nuove realtà e sperimentazioni.
Abbiamo approfondito con Rosalba Branà e Antonio Frugis le attività previste per quest’anno, particolarmente ricco di iniziative e momenti di confronto, e con Luciana Tozzi siamo entrati nel vivo di «Aperto per restauro», per approfondire intenti ed obiettivi.
In occasione delle celebrazioni per i 50 anni dalla scomparsa prematura di Pino Pascali la Fondazione a lui dedicata sta vivendo un anno importante e ricco di eventi, come la mostra «Dialoghi 3.0. Pino Pascali e Claudio Cintoli», che ospita opere dell’artista realizzate nel 1968, ed il convegno del 24 e 25 maggio, dal titolo «Pascali. Intorno al 1968. Memorie e prospettive», cui hanno partecipato numerosi relatori e spettatori. Quali altre occasioni di incontro sono state pianificate o sono in corso d’opera da parte della Fondazione per questo 2018?
(R. Branà) La mostra «Dialoghi 3.0. Pino Pascali e Claudio Cintoli» si inserisce in un progetto tematico che vede l’opera del nostro artista in dialogo con colleghi della sua generazione. Di Pascali e Cintoli esponiamo opere del versante più «poverista», legate all’essenzialità dei materiali ed a concetti primari. Le opere di Pascali sono tutte del ’68, realizzate qualche mese prima della sua tragica scomparsa e provenienti dalla Galleria D’Arte Moderna di Roma, per la prima volta presenti a Polignano. Il ’68 è stato un anno cruciale, in cui sia Pascali che Cintoli hanno sperimentato più materiali, le loro esistenze si sono intercciate in anni in cui la velocità di pensiero e i cambiamenti, sia nel sociale che nei linguaggi dell’arte, battevano il tempo e gli artisti ne erano protagonisti consapevoli.
Una mostra così pregna di significato richiede anche un tempo molto ampio di esposizione al pubblico, come ben ha dimostrato la notevole affluenza in questi mesi. Abbiamo tenuto workshop e lezioni aperte con numerosi studenti di ogni ordine e grado, ed abbiamo voluto dare molto spazio alla didattica con laboratori mirati e condotti da esperti che continuano a riscuotere molto successo.
In occasione del convegno da poco concluso è stato fatto il punto sulle ricerche legate all’artista, ripercorrendo un anno cruciale per Pascali come per la storia italiana. Puoi raccontarci più approfonditamente i temi trattati durante il convegno dai tanti relatori, i punti nevralgici, le questioni sollevate ed affrontate? Hanno offerto spunti interessanti per le attività della Fondazione ed i prossimi momenti di incontro?
Pascali è stato un artista di così forte levatura che tutt’oggi risulta necessario approfondire il suo linguaggio. «Memorie e prospettive», il titolo del convegno, ha voluto indicare proprio questa volontà, un’attenta analisi storica sul percorso artistico di Pascali e uno sguardo alle strade da lui aperte. L’approccio più storico è stato affrontato da Pietro Marino, Achille Bonito Oliva, Anna d’Elia, Marco Giusti, Massimo Mininni, Roberto Lacarbonara, Francesco Stocchi e Marco Tonelli, gli aspetti legati al suo vissuto personale da Paola Pitagora, Fabio Sargentini, Vittorio Rubiu, Alessandra Mammì.
Gli spunti di riflessione sono stati tanti e complessi, specie nell’approfondire l’anno del ’68, come risulta nelle opere realizzate tra il 1967 e il 1968, in cui Pascali conferisce all’arte un carattere profondamente sovvertitore, introducendo nuove tecniche espressive ed ancora una volta cambiando completamente i paradigmi dell’espressione artistica, operando una rottura profonda con il concetto di «scultura» del passato. Al convegno abbiamo avuto un folto pubblico e una numerosa rappresentanza delle Accademie di Belle Arti e Licei Artistici della Puglia. Molte tematiche affrontate però necessitano di ulteriori approfondimenti, tanto che è prevista una seconda sessione a fine settembre che vedrà la partecipazione, tra gli altri, dei critici Valerie Da Costa – la prima studiosa a pubblicare un interessante saggio in Francia – e Ludovico Pratesi, per parlarci di Pascali e il suo tempo.
Durante il convegno i riflettori sono stati puntati sull’inaugurazione di «Aperto per restauro», un’iniziativa che permetterà al pubblico di assistere ai restauri di alcune opere di Pascali provenienti dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, in un laboratorio aperto a spettatori e studenti. La Fondazione è nuova al supporto della conservazione e del restauro dei beni culturali, oppure non si tratta di un evento eccezionale? Ritieni che questo avvicinamento possa contribuire ad incrementare le attività in tal senso anche negli anni a venire? 
Le opere di Pino Pascali furono realizzate con materiali fragili, pensiamo alla paglia, alla terra oppure alla lana d’acciaio, materiale facilmente ossidabile e deperibile. L’operazione «Aperto per restauro» propone il restauro a vista di due opere che erano nei depositi nella Galleria Nazionale di Roma in attesa di interventi conservativi, Dinosauro che riposa del 1966 e Tela di Penelope del 1968. Il restauro avviene sotto la direzione di Luciana Tozzi e Rodolfo Corrias, restauratori della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, coadiuvati da dieci giovani restauratori provenienti dalle migliori scuole di Restauro d’Italia, che hanno partecipato ad un residenza da noi organizzata per l’occasione, della durata di circa un mese. Un’esperienza innovativa che ha riscosso molti apprezzamenti poichè i visitatori possono assistere in diretta a tutte le fasi del restauro, ed inutile dire dei positivi riscontri da parte degli studenti di Accademie e Università che hanno partecipato a lezioni aperte e laboratoriali sulle problematiche del restauro contemporaneo. Già tre anni orsono avevamo realizzato il restauro dei 32mq di mare circa ed organizzato una giornata di studi a tema. Grazie al nostro supporto ora questa maestosa opera fa bella mostra di sé nei grandi spazi della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, con la scultura di Canova che si riflette nell’azzurro mare… da noi era in dialogo con il Cielo di Luigi Ghirri, in un allestimento ritenuto da molti memorabile.
«Aperto per restauro» è un’iniziativa che permetterà quindi al pubblico di assistere al restauro di due opere di Pino Pascali custodite dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, in un laboratorio aperto a spettatori e studenti, allestito presso la Fondazione. Potete raccontarci la genesi di quest’iniziativa, quanto lavoro preliminare è stato necessario in termini di pianificazione, di ricerca fondi e di esamina della direzione lavori?
(R. Frugis e Tozzi) Il progetto è stato pianificato oltre un anno fa nell’ambito dei preparativi per il 50° anniversario dalla scomparsa del grande artista pugliese, nell’intenzione di offrire un programma ricco ed eclettico, dalle mostre ai talk al convegno ed anche, per l’appunto, ad «Aperto per restauro». L’idea è frutto dell’invettiva della direttrice della Fondazione Pascali Rosalba Branà, condivisa da subito con la Galleria Nazionale di Roma, con la quale si è stipulato un protocollo d’intesa necessario per procedere all’attività di restauro.
Il progetto è stato finanziato, come tutte le attività e le celebrazioni in memoria di Pino Pascali, dalla Regione Puglia, che sostiene e promuove le iniziative dell’unico museo di Arte Contemporanea attivo nella regione, la cui caratura, oggi, ci permette di avviare progetti così importanti, complessi e suggestivi.
Di fatto, per realizzare un evento che esula un normale percorso di mostra, ci sono voluti non meno di sette mesi di intenso lavoro tra le parti. La scelta delle opere è stata monitorata e definita assieme alla direttrice della Galleria Nazionale Cristiana Collu e ai direttori dei due interventi di restauro, i dottori Luciana Tozzi e Rodolfo Corrias, entrambi i restauratori della Galleria Nazionale. Fin da subito si è individuato nel Dinosauro riposa ed in Tela di Penelope, rispettivamente del ’66 e ’68, le due opere caratterizzate dalle maggiori criticità. Tozzi e Corrias hanno quindi lavorato per delineare il tipo di intervento da effettuare, scegliendo di coinvolgere per ognuno degli interventi cinque giovani restauratori, scelti tra i più promettenti segnalati dalle diverse Università ed Accademie con indirizzo di restauro. Da parte nostra, lo sforzo maggiore è stato quello di trasformare una sala del museo, solitamente utilizzata per ospitare le opere, in un laboratorio di restauro; un intervento delicato, poiché è stato necessario garantire la possibilità di mantenere costanti le condizioni termo climatiche ed ambientali atte ad ospitare un’opera in fase di «cura», oltre che garantire una strumentazione adeguata, messa a disposizione dei restauratori dalla Fondazione su loro stessa indicazione. Anche l’illuminotecnica è stata adattata, per l’occasione e con largo anticipo, per offrire diverse soluzioni di valutazione dello stato dell’opera e il relativo intervento.
Le opere selezionate per l’intervento di restauro sono Dinosauro riposa (1966) – affrontato sotto la guida della restauratrice Luciana Tozzi – e Tela di Penelope (1968) sotto le indicazioni del restauratore Rodolfo Corrias. Quali sono le criticità rilevate per ognuna delle opere? Gli interventi si svolgeranno in contemporanea e per quanto tempo si presume sarà aperto – e quindi visitabile – il laboratorio di «Aperto per restauro»?
Stiamo imparando, osservando il lavoro mentre viene svolto, che le criticità delle opere emergono in progress e non solo dopo un attento esame dello stato di conservazione dell’opera. Nel caso del Dinosauro riposa è stata inizialmente effettuata la pulitura superficiale, che ha previsto la rimozione di particolato e di elementi estranei all’opera (polveri, trucioli). Sono state utilizzate, per la disanima della stessa, avanzate tecniche di supporto diagnostico e colorimetrico, grazie alle quali si è capito ad esempio che Pascali, anche nell’ambito della stessa serie scultorea, quella delle tele centinate, procedeva per alcuni particolarismi in maniera differente tra un’opera e l’altra, ad esempio nella colorazione o nell’uso di colle viniliche. Sempre nella fase di indagine preliminare sono stati usati uno scanner 3D e la spettroscopia Raman. Si è quindi proceduto al consolidamento della pellicola pittorica, per poi proseguire con la rimozione di alcune campionature di ritocchi alterati, la suturazione dei tagli e la stuccatura degli stessi.
La Tela di Penelope sarà restaurata subito dopo l’intervento sul Dinosauro riposa, si tratterà di un restauro ricostruttivo che vedrà realizzare una «exhibition copy» del manufatto originale, in quanto quest’ultimo presenta un livello di ossidazione che non ne permette più l’esposizione. Quest’opera, realizzata con le pagliette d’acciaio normalmente utilizzate per lavare e scrostare le stoviglie, è stata pensata anche in funzione del suo disfacimento, è stata realizzata nella consapevolezza che si potesse sbriciolare. Il dottor Corrias per tanto utilizzerà la stessa tecnica usata da Pascali per intrecciare la lana d’acciaio (lo si vede in un filmato del 1968 intento in questa operazione) e realizzerà una copia dell’opera. Per l’individuazione di criticità in corso d’opera, ammesso che ce ne siano ulteriori, bisognerà quindi attendere l’inizio di questo secondo intervento.
Ciascun restauro impegnerà circa due settimane di lavoro, durante le quali sarà possibile assistere direttamente alle fasi di restauro. Un’opportunità unica che permetterà al pubblico, oltre alla visione del lavoro, di dialogare con i restauratori e porre loro domande e considerazioni o semplicemente lasciarsi coinvolgere emotivamente da un’operazione che per la prima volta viene mostrata pubblicamente.
Le opere, a fine restauro, potranno essere ammirate sino al 13 gennaio 2019.
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma conserva oltre venti opere di Pino Pascali, realizzate tra il 1965 ed il 1968. Ritenete possibile che questa possa essere una prima edizione di «Aperto per restauro», e che vi possano essere altre occasioni di collaborazione della Fondazione con la Gnam e/o con le altre istituzioni che conservano ed espongono opere di Pino Pascali?
La Fondazione Pino Pascali e La Galleria Nazionale collaborano da diverso tempo ormai, ad esempio nel 2014 la Fondazione ha finanziato il restauro dell’opera di Pino Pascali 32mq di mare circa, successivamente esposta qui a Polignano a Mare. È obiettivo statutario della Fondazione valorizzare e promuovere il patrimonio dell’opera di Pino Pascali, anche quando questa non sia nelle nostre collezioni. Sicuramente ci saranno altre occasioni di collaborazione, anche in virtù del fatto che, per l’appunto, la Galleria Nazionale è l’istituzione in Italia e nel mondo che conserva il maggior numero di opere di Pascali. Per quanto riguarda la possibilità di ripetere questa iniziativa è chiaro che ci piacerebbe replicare l’attività di restauro con altrettanto successo, ma questo dipenderà da molti fattori e dalla necessità di disciplinare e coordinare più istituzioni fra loro con tempistiche sincronizzate.
http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/aperto-restauro-cinquantanni-dalla-scomparsa-di-pino-pascali

UN MASTERPLAN PER IL RESTAURO DI BENI ARTISTICI, CULTURALI E ARCHITETTONICI DEI LUOGHI VIOLATI DAL SISMA

Il Giornale delle Fondazioni, Interviste
La Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno unita alla Diocesi di Ascoli Piceno, ha presentato il progetto “Restauro e salvaguardia degli impianti pittorici della cattedrale”, primo di una serie di interventi calendarizzati dall’Ente per affrontare concretamente le gravi conseguenze del terremoto dell’estate 2016, in una terra che ancora trema. IlPresidente Angelo Davide Galeati racconta l’impegno e gli obiettivi a lungo termine. “Il sisma, oltre agli irreparabili danni umani e alle gravissime lesioni al patrimonio artistico, ha messo seriamente in forse la sopravvivenza del modello antropologico delle comunità nell’entroterra”. Con “Masterplan terremoto”, Fondazione Carispac ha messo in campo non solo risorse economiche significative, ma ha attivato un processo di ascolto della comunità e degli stakeholder per la costruzione di reti e sinergie tra progettualità, attività in settori economici, sociali ed elementi morfologici al fine di attivare un profondo ripensamento del territorio, l’elemento di innovazione e di ripresa.
La Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno,  in coerenza con la propria missione, ha avuto un ruolo attivo nella risposta alla situazione emergenziale generata dal  sisma che i suoi territori di elezione nell’agosto del 2016,  facendo del supporto agli abitanti, del sostegno alla ricostruzione fisica e morale di questi luoghi  duramente colpiti la propria priorità d’intervento per i prossimi anni.
L’Ente  ha messo a punto un piano strategico importante sia in termini di impegno economico – 6 milioni di euro – sia di acquisizione e riordino delle informazioni relative i danni subiti, invitando a questo proposito i cittadini a partecipare attivamente allo sforzo sostenuto, fornendo la propria testimonianza attraverso un portale appositamente realizzato – Piano Pluriennale – per la raccolta di segnalazioni e suggerimenti in merito a beni artistici, culturali e architettonici da restaurare.
Il risultato di questo lungo lavoro di analisi vedrà, in un secondo momento, l’avvio di investimenti mirati a focalizzare l’attenzione locale e nazionale sulla necessità anche simbolica di ricostruire, attraverso il restauro, il tessuto sociale.
Abbiamo approfondito il percorso con Angelo Davide Galeati, presidente della Fondazione.

La Fondazione ha impostato un piano d’azione per il triennio 2017 – 2019  con un focus consistente e  concreto sui danni legati al terremoto. Può aiutare i nostri lettori a comprendere la strategia e il piano d’azione?
La Fondazione ha fronteggiato le conseguenze negative del grave terremoto avvenuto nel 2016 e ha valutato che il sisma, oltre agli irreparabili danni umani e alle gravissime lesioni al patrimonio artistico, ha messo seriamente in forse la sopravvivenza del modello antropologico delle comunità nell’entroterra. Con il Piano Pluriennale 2017/2019 la Fondazione ha deliberato di intervenire a salvaguardia di valori, tradizioni e culture che, altrimenti, a seguito dello spostamento sulla zona costiera delle attività economiche, sarebbero andati irrimediabilmente persi.  Si è ritenuto che gli interventi di carattere architettonico o artistico dovessero essere indirizzati principalmente alla finalità di mantenere la coesione nelle comunità ed al sostegno sul piano umano e relazionale dei singoli individui colpiti, direttamente o indirettamente, dal gravissimo fenomeno sismico.
Al fine di individuare le progettualità più importanti sulle quali intervenire ed investire per massimizzare l’impatto e la ricaduta di benefici nelle aree territoriali investite dal sisma, la Fondazione ha ritenuto di collaborare con l’Università degli Studi di Camerino per la realizzazione di uno studio denominato “Ritorno al futuro: partecipazione e rinascita, verso un nuovo modello di sviluppo resiliente”, frutto dell’attività di ascolto con gli attori territoriali ed i portatori di interesse. Inoltre la Fondazione ha attivato – così come avvenuto nell’ambito della procedura di redazione del Piano Pluriennale 2017/2019 – un canale di comunicazione attraverso il sito internet per acquisire idee e proposte di interesse collettivo prioritario.

Nel mese di marzo il Cda della Fondazione ha inaugurato, in collaborazione con la Diocesi di Ascoli Piceno, il cantiere per il restauro e la salvaguardia degli impianti pittorici della cattedrale di Ascoli, stanziando 400 mila euro. Il primo di una serie di interventi, con una forte valenza simbolica per la città ed i suoi abitanti. Quanto tempo è previsto per il completamento del progetto? Si avvieranno altri cantieri in contemporanea, e in questo caso sono già stati definiti?
Per la realizzazione degli interventi di recupero dei beni culturali sono state stanziate risorse nel triennio 2017 – 2019 pari ad € 800mila. L’obiettivo è quello di incentivare, attraverso il recupero, anche il turismo, considerato che il bene culturale è un valore non solo in quanto fattore di identità della comunità ma anche dal punto di vista economico, perché abbinabile ad un sistema di iniziative in grado di rivitalizzare il territorio in difficoltà.
L’intervento di restauro e di salvaguardia degli impianti pittorici della Cattedrale di Ascoli Piceno prenderà avvio nel mese di aprile e verrà completato in 18/24 mesi; il cantiere di restauro è orientato a ridare all’intero complesso cattedrale lo splendore che merita, in quanto opera unica e rappresentativa di tutta la cittadinanza.
Nell’ambito di tale fondo è stata sostenuta un’ulteriore progettualità denominata “Restauri e devozioni” che vede come soggetto proponente attuatore l’Università degli studi di Camerino. Il progetto intende restaurare 11 opere artistiche devozionali locali applicando nuove tecnologie sia scientifico diagnostiche sia multimediali e digitali. In connessione ai temi devozionali riscoperti con i restauri, saranno organizzati laboratori storico artistici, video che raccontano luoghi e storie e una mappatura della devozione popolare con tracciati e punti di interesse geo localizzati su MY MAP e pubblicizzati in rete.
Le opere oggetto di recupero sono di vario genere e comprendono tre dipinti su tela raffiguranti l’Immacolata Concezione (Chiesa S. Maria della Meta in Località Taccarelli Amandola), la Vergine del Soccorso (Chiesa S. Giovanni Battista a Montemonaco) e l’ Estasi di S. Filippo Neri (Chiesa SS. Annunziata ad Arquata del Tronto); un affresco di una Madonna con bambino situato nella Cappella presso il Cimitero Palmiano ed un brano di decorazione ad affresco nella parete destra del Convento di S. Francesco a Venarotta; un portale della Chiesa S. Maria de Cellis a Montedinove; due statue, di cui una in terracotta, raffiguranti S. Antonio Abate (Chiesa S. Paolo Apostolo a Force) e una Madonna con Bambino (Spelonga, Arquata del Tronto); tre statue lignee dedicate a Santa Caterina (Vezzano, Ascoli Piceno), S. Antonio (Astorara Montegallo) e all’Assunta (Arquata del Tronto).

La Fondazione Carisap ha approvato e tracciato le linee guida del piano d’azione chiamato “Masterplan – obiettivi strategici di contrasto alle conseguenze determinate dal sisma”. Quali i soggetti coinvolti direttamente nella gestione delle proposte di intervento e priorità di interesse collettivo? Quanto lavoro preliminare è stato necessario in termini di pianificazione, di ricerca e di esamina della direzione lavori?
La Fondazione, con il Masterplan terremoto, ha messo in campo non solo risorse economiche significative ma ha attivato un processo di ascolto della comunità e degli stakeholder al fine di addivenire ad interventi condivisi e sinergici rispetto alla finalità di miglioramento del contesto economico – sociale ed antropologico. Il lavoro di ascolto della comunità ha impegnato il personale e gli Organi della Fondazione per oltre 7 mesi e si è giunti alla definizione di un percorso strategico sfidante. Ad oggi sono state coinvolte direttamente oltre 20 Organizzazioni – suddivise tra Enti pubblici ed Organizzazioni senza finalità lucrative – ed indirettamente operano come partner oltre 75 soggetti giuridici che svolgono le attività progettuali sia nell’ambito turistico, sia nell’ambito enogastronomico, sia in ambito culturale e nello sviluppo di nuove iniziative aggregative. Il Masterplan terremoto è un documento strategico in fase di piena attuazione ed il raggiungimento della sua principale finalità sarà dato dalla costruzione di un processo aggregante di opportunità e valori.

L’intervento di conservazione rientra in uno storico impegno della Fondazione, oppure è connesso all’esigenza di intervenire per la ricostruzione del patrimonio architettonico e artistico, anche al fine di incrementare il turismo e non abbandonare le zone colpite dal sisma? 
La Fondazione ha sempre manifestato attenzione all’ambito culturale, anche se negli ultimi anni il maggiore stanziamento di risorse è stato dedicato all’ambito sociale – sanitario proprio per la gravità del contesto sociale ed economico che ha colpito duramente la nostra comunità. Parlo dei problemi del disagio giovanile, dell’abbandono scolastico, della disoccupazione giovanile, della mancanza di opportunità di lavoro. Il terremoto è stato un fattore scatenante che ha determinato una maggiore attenzione verso la ricostruzione del patrimonio architettonico e artistico, non limitata al semplice recupero delle opere, ma orientata alla realizzazione di nuova occupazione, incrementando il turismo e limitando l’abbandono delle aree colpite dal sisma. È possibile individuare il fattore di sostanza su cui poggiare i percorsi strategici di intervento, individuabile nella costruzione di reti e sinergie tra progettualità, attività in settori economici e sociali, ed elementi morfologici al fine di attivare, in una logica di profondo ripensamento del territorio, l’elemento di innovazione e di ripresa. Ritengo che ci siano ad oggi validi presupposti per riservare – nei prossimi anni – una maggiore attenzione alla cultura come fattore aggregante per i giovani e possibilità generatrice di nuova occupazione.

In definitiva, quanti e quali sono gli obiettivi che la Fondazione si propone di raggiungere tramite Masterplan?
Sviluppare il turismo di scoperta del territorio (touring) principalmente nella media stagione, includendo la città di Ascoli Piceno e i borghi dell’entroterra nel mercato turistico. In particolare, sostenere interventi di potenziamento del prodotto cultura e l’offerta di servizi di visite guidate attraverso il coinvolgimento di giovani e mediante la costituzione di cooperative sociali. Sviluppare ed organizzare l’offerta di produttori, coltivatori e cantine, come sistema, per creare un prodotto enogastronomico spendibile a valenza turistica e fare in modo che l’enogastronomia sia veramente uno degli attrattori turistici del Piceno. Sostenere il patrimonio architettonico ed artistico attraverso il recupero degli edifici storici fortemente legati all’identità ed alla storia della comunità anche quale veicolo di promozione turistica. Evitare lo spopolamento delle aree montane proponendo percorsi accademici, formativi ed esperienziali a beneficio dei giovani da coinvolgere anche in attività di impresa cooperativa, con la presenza attiva del sistema universitario e delle eccellenze nazionali nella ricerca agroalimentare. Attirare nuove professionalità e giovani che sempre più difficilmente riescono a trovare una colloca- zione formativa e accesso al mondo del lavoro. Favorire l’ospitalità dei giovani e l’integrazione dei giovani con la comunità attraverso la valorizzazione degli spazi di incontro e di condivisione ludico–aggregativi. Il recupero dei luoghi di incontro per i giovani, il recupero delle case comunitarie per l’accoglienza degli stessi, favorire l’ospitalità estiva e la realizzazione di campus capaci di attrarre giovani di altri territori e generare flussi turistici a beneficio delle realtà economi- che del posto, sono tutti interventi auspicabili per sostenere il tessuto generazionale, la residenzialità delle aree montane, il recupero del valore della prossimità.

http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/un-masterplan-il-restauro-di-beni-artistici-culturali-e-architettonici-dei-luoghi-violati

PAROLE D’ORDINE: CONSERVARE E RESTAURARE

Il Giornale delle Fondazioni
A Roma, da vent’anni, La Fondazione Paola Droghetti onlus, promuove  la  cultura della Conservazione e del Restauro delle opere d’arte, a livello teorico – tramite il sostegno alla formazione di giovani restauratori – ed a livello pratico, con interventi mirati sul territorio. Ne parliamo con Lia Piccolella, segretario generale.
La Fondazione Paola Droghetti venne istituita il 19 Marzo 1998 da Vincenzo Ruggieri, che ne è tutt’oggi presidente che, con le figlie Alessia, Marzia e Clarissa, porta avanti il lavoro della moglie, restauratrice e conservatrice per i beni culturali specializzata in affreschi, prematuramente scomparsa nel 1997.
L’Ente si distingue si posiziona sulla ricerca e su interventi di restauro conservativo di opere d’arte, sostenendo gli studi ed approfondimenti tecnici dei giovani che scelgono e sognano di diventare i restauratori di domani.
Il programma annuale della Fondazione prevede una serie consolidata di investimenti, che guardano innanzitutto alla promozione e organizzazione di convegni e seminari, giornate di studio e corsi qualificati che focalizzano l’attenzione sulle tante potenzialità di specializzazione nel campo della conservazione e restauro di beni artistici, culturali e architettonici. Ogni anno vengono assegnate, tramite un concorso, due borse di studio rivolte a giovani conservatori-restauratori, per sostenerli nel corso della loro formazione, e un premio per la migliore tesi di laurea in ambito conservativo.
Abbiamo parlato con Lia Piccolella, segretario generale, in merito alle attività previste per quest’anno ed ai risultati raggiunti in quasi due decenni di lavoro.
“Pochi giorni è stato pubblicato il nuovo bando per due borse di studio finanziate dalla Fondazione a due laureati dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro di Roma nell’anno 2016/17, mentre il calendario delle attività previste per quest’anno non è stato reso pubblico. Avete in previsione un progetto particolare di cui vorrebbe parlarci?”
La Fondazione Paola Droghetti ha ormai un collaudato programma annuale, che prevede una costante in termini di investimenti dedicati. Quest’anno, tramite le consuete due borse di studio, offriamo la possibilità di un lavoro di ricerca e di restauro su due sculture marmoree di età romana raffiguranti due teste di Atena/Minerva della Collezione dei Musei Capitolini, ed a questo proposito selezioneremo entro breve gli studenti che lavoreranno per il Museo di Palazzo Nuovo. Tale restauro sarà portato a termine entro al fine dell’anno, precisamente alla fine del mese di novembre, e la direzione scientifica sarà del Sovrintendente Capitolino Parise Presicce.
Per lo stesso anno accademico è stata già bandita e assegnata una ulteriore borsa per il restauro del mosaico “Il Pioniere” presso il Museo del Genio Militare. La presentazione del restauro avverrà il 21 aprile e contestualmente sarà presentato anche il ventiduesimo volume della nostra collana, nonché un documentario sul restauro e il Museo. Questo lavoro realizza l’accordo tra i ministri Franceschini e Pinotti con l’ISCR e con la Fondazione Paola Drighetti per lo sviluppo dei musei militari, realtà nazionali preziose ma spesso nascoste. Inoltre, presenteremo il bando per l’ottava edizione del concorso annuale Miglior Tesi, il cui premio – istituito dalla Fondazione – verrà consegnato in autunno, durante l’annuale Congresso Nazionale “Lo Stato dell’Arte”. Infatti, siamo soliti premiare la migliore tesi di laurea presentata presso l’IGIIC, Gruppo Italiano dell’International Institute for Conservation, dopo aver valutato i partecipanti attraverso una commissione appositamente creata dalla Fondazione e sulla base di una graduatoria proposta dal Comitato Scientifico dell’IGIIC.
“Può indicarmi dunque gli investimenti sostenuti dalla Fondazione ogni anno?”
Oltre al finanziamento delle due borse di studio ed il premio che porta il nome della Fondazione, c’è l’annuale impegno volto alla ricerca e al restauro di un’opera che sovvenzioniamo sulla base delle proposte che ci vengono sottoposte dalle istituzioni cittadine e non solo. In ognuno di questi casi la Fondazione finanzia e segue lo sviluppo delle attività, ma i lavori sono diretti e supervisionati direttamente dai committenti. Da parte nostra vi è un supporto anche in termini di divulgazione del lavoro svolto, attraverso la produzione di video che documentano l’intervento di restauro, oltre che convegni, mostre e conferenze dedicate a temi legati all’opera restaurata. Infine, prevediamo due pubblicazioni relative il lavoro di restauro portato a compimento all’interno della collana intitolata Interventi d’Arte sull’Arte, curata dalla Fondazione Paola Droghetti ed edita da Gangemi, che ormai conta oltre venti volumi.
“La Fondazione lavora prevalentemente su Roma, in collaborazione con realtà prestigiose come la Galleria Borghese e Palazzo Barberini, ma non solo. Come vengono selezionati i progetti che poi vengono supportati, qual è l’iter previsto per la presentazione dei suddetti? Può raccontarmi quanto lavoro preliminare è necessario in termini di pianificazione, di ricerca e di esamina della direzione lavori?”
La Fondazione lavora prevalentemente su Roma soprattutto per ragioni di conoscenza diretta del territorio e delle numerose realtà – anche e soprattutto meno turistiche, con il fine ultimo di portare loro maggiore visibilità – che ne arricchiscono il patrimonio e che hanno bisogno di tutto il supporto e l’attenzione che è possibile, da privati, destinare loro. Questo non vuol dire che non vi sia la possibilità di collaborazioni al di fuori della capitale, com’è avvenuto per la prima borsa di studio del 2002/2003 per il restauro della predella del Polittico di Ludovico Urbani, di proprietà del Museo Diocesano di Recanati. Ma potrei citare anche il restauro della Madonna col Bambino di Jacopo Sansovino, un’opera in cartapesta di proprietà del Museo Nazionale del Bargello di Firenze, oppure dell’Autoritratto di Aristide Sartorio, di proprietà della Galleria degli Uffizi di Firenze, oppure quando nel 2009, a seguito del terremoto che ha colpito l’Aquila, abbiamo immediatamente finalizzato il restauro di un’opera danneggiata dal sisma a scelta della Soprintendenza Abruzzese, che ha optato per il Transito di San Giuseppe. Vagliamo i progetti che ci vengono sottoposti e decidiamo ogni volta in base alla natura dell’intervento, le necessità della committenza, la particolarità del manufatto anche in termini di tecniche e materiali utilizzati, il contributo che possiamo dare dal punto di vista della promozione di realtà meno note al grande pubblico.
“Nel 2016 la Fondazione ha finanziato lo studio e il restauro conservativo dell’opera d’arte contemporanea GOLDFINGER/MISS di Mario Ceroli al MACRO di Roma, primo esempio di intervento su un’opera di produzione recente. Un segnale che la Fondazione si propone di incrementare le attività in tal senso, oppure un caso eccezionale?”
La Fondazione non pone limiti in termini di tipologie di opere da sottoporre alla nostra attenzione per valutare la partecipazione attiva nell’intervento di restauro, e anzi è una sfida e una scoperta contribuire al recupero di lavori tanto diversi tra loro. Penso a un opposto in questo senso, ma altrettanto affascinante, ovvero al caso in cui è stato finanziato, nel 2014, un intervento di studio ed il restauro di un Merletto di Bruxelles del ‘700 di proprietà del Museo Nazionale del Palazzo di Venezia. Una meraviglia, e un modo per conoscere a vicino cosa significa intervenire su un importante patrimonio tessile e su oggetti di fattura così preziosa e delicata.
Siamo intervenuti su opere mobili e fisse di ogni epoca e realizzate con qualsiasi materiale, nel caso dell’opera di Mario Ceroli abbiamo ricevuto la richiesta d’intervento da parte del MACRO in occasione della mostra Roma Pop City 60-67. Si trattava di realizzare una campagna diagnostica e di intervento su di un’opera realizzata con assi di legno di pino sagomate e decorate superficialmente, la cui doratura sul fronte era compromessa. È stata un’occasione per collaborare con il museo Museo d’Arte Contemporanea della capitale e per ridare lustro ad una delle opere più interessanti della produzione di Ceroli negli Anni ’60, un lavoro per cui abbiamo voluto realizzare un volume relativo all’intervento di restauro, presentato al finissage della mostra proprio in compagnia dell’artista.
Cosa manca, secondo la Fondazione Paola Droghetti, dal punto di vista dell’alta formazione e delle opportunità di sviluppo della professione? “
La Fondazione Paola Droghetti nasce nell’intento di portare avanti la memoria e l’impegno che la restauratrice e conservatrice Paola Droghetti metteva nel suo lavoro. Dal 1979 fino al 1997, molte furono le opere ed i cantieri sui quali lavorò, soprattutto a livello locale, dall’Arco di Costantino alla “Barcaccia”, dalla Domus Aurea al Palazzo Altemps, da Villa Torlonia a Villa Carpegna e Villa Pallavicini, fino alla Collezione del Gandhara del Museo Nazionale d’Arte Orientale. Specializzata in affreschi, non per questo la signora Droghetti era meno appassionata e capace suopere su tela, tempere, dipinti su tavola, materiale lapideo, tessuti… Le scelte della Fondazione rispecchiano il suo amore per la sua città ed il Paese, l’interesse nella differenziazione dei progetti da sostenere e l’attenzione nei confronti delle giovani generazioni in via di specializzazione. Riteniamo che l’alta qualità della formazione dei restauratori oggi non sia supportata dalla commissione di specifici interventi – soprattutto pubblici ma anche privati – finalizzati a garantire una buona applicazione delle competenze per la conservazione del patrimonio nazionale. Il nostro impegno è rivolto a contribuire nel tracciare un percorso, affinché le cose possano migliorare.
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VISITA GUIDATA VIRTUALE TRA I TESORI DELLA FONDAZIONE BRESCIA MUSEI GRAZIE A GOOGLE ARTS & CULTURE

Il Giornale delle Fondazioni
Dal 5 dicembre 2017 la Fondazione Brescia Musei è entrata a far parte di Google Arts & Culture, un innovativo servizio online che permette agli utenti di esplorare le collezioni d’arte, i reperti archeologici e tutto ciò che conservano ed espongono musei, archivi e organizzazioni che collaborano al progetto, senza muoversi dalla propria scrivania.
Rubrica di ricerca in collaborazione con il Museo Marino Marini
Si tratta di una collaborazione fondamentale per il futuro coinvolgimento di nuovo pubblico – a livello mondiale – all’interno della realtà regionale sostenuta e promossa dalla Fondazione Brescia Musei, ed un nuovo fiore all’occhiello per il Google Cultural Institute, che vanta già numerose “acquisizioni” a livello nazionale.
Un concorso di intenti che è stato presentato presso il Parlamento Europeo appena un mese fa, in occasione dell’iniziativa «An Immersive Journey through European Arts & Culture», una giornata durante la quale Google ha mostrato le proprie innovazioni tecnologiche applicate all’arte e alla cultura, a favore della promozione delle istituzioni culturali di tutto il mondo.
Un traguardo importante per la fondazione bresciana, dal momento che i musei di Brescia sono stati gli unici istituti italiani ad essere stati invitati e coinvolti nell’iniziativa.

La Fondazione, nata come società per azioni nel 2003, ha cambiato forma dieci anni fa per dare continuità e fiducia alla partnership tra pubblico e privato sperimentata con successo negli anni precedenti, che ha consentito la progressiva valorizzazione di Brescia come città d’arte, attraverso un sempre attento programma culturale.

Oggi la Fondazione gestisce un sistema museale articolato, che comprende non solo il Museo di Santa Giulia – sito UNESCO dal 2011 – ma anche il Parco Archeologico di Brescia romana, il più esteso dei parchi urbani del nord Italia, la Pinacoteca Tosio Martinengo, la cui riapertura è prevista per marzo del 2018, il Castello di Brescia con il Museo delle Armi Luigi Marzoli ed infine la sala cinematografica e multimediale Nuovo Eden, cuore di un progetto di riqualificazione urbana nel quartiere del Carmine.

Tra le opere più significative selezionate dal team della Fondazione perché possano essere navigabili nella pinacoteca digitale di Google, si possono ammirare 300 capolavori conservati nel Museo di Santa Giulia, come la Vittoria alata e la Croce di Desiderio, passando per gli affreschi del Santuario repubblicano all’interno del parco archeologico, e non dimenticando l’importante collezione di armi e armature antiche del Museo delle Armi Luigi Marzoli, fra cui la rotella da pompa, scudo da parata siglato e datata 1563. Parallelamente alle mostre virtuali, è ovviamente possibile visitare i contesti monumentali come il Parco archeologico di Brescia romana oppure il Castello di Brescia con il Museo delle Armi Luigi Marzoli, grazie alla tecnologia di Google Street View, che permette un tour virtuale a 360 gradi.

Un’iniziativa significativa ed al passo con i tempi, anche museali, che vanno via modernizzandosi per permettere a chiunque, ai quattro angoli del globo ed in qualsiasi momento, di conoscere i musei e le collezioni civiche più prestigiose del mondo.
Un ulteriore passo avanti sulla via della promozione culturale e turistica di Brescia, di cui abbiamo parlato con il direttore della Fondazione, il dottor Luigi Di Corato.

La presentazione di inizio dicembre al Parlamento Europeo ha reso nota a livello internazionale la vostra collaborazione con il Google Cultural Institute, che porterà i Musei Bresciani in tutto il mondo tramite tour virtuale. Può raccontarmi come si è concretizzata questa collaborazione, se l’iniziativa è stata opera della Fondazione bresciana, oppure è stata la Google Cultural Institute a coinvolgervi nel progetto? 
La collaborazione in realtà viene “da lontano”, dal momento che avevo già lavorato con Google due anni fa, quando ero ancora direttore generale della Fondazione Musei senesi.  All’epoca siamo stati tra i primi in Italia – i terzi per l’esattezza – a proporre le riprese di una galleria da inserire in Google Art Project. Una bellissima esperienza, anche perchè per i piccoli musei senesi avere accesso alla visibilità garantita da Google a livello internazionale è stato molto rilevante, nell’ottica di far conoscere il territorio.
Nel frattempo la Fondazione Google Cultural Institute, anima dei progetti culturali no profit di Google, è cresciuta molto, ed hanno realizzato una serie di feature per le istituzioni culturali sempre più all’avanguardia ed interessanti.
Grazie ad un assist di Luigi Morgano – parlamentare europeo, voce autorevole per i progetti culturali ed appassionato di tecnologia – che ci ha proposto in quanto realtà policentrica di interesse per la piattaforma, noi dei Musei bresciani siamo stati coinvolti nel progetto.
Devo dire che come Fondazione stiamo investendo molto in tecnologie, ed in effetti siamo un polo museale un po’ atipico e per questo interessante per una realtà come Google, perchè rappresentiamo una sintesi su scala di medie dimensioni di quello che è il patrimonio culturale italiano, dal Parco archeologico alla Pinacoteca.

L’iniziativa quanto lavoro ha richiesto in termini di pianificazione, di riprese in alta definizione, di strategie comunicative?
Tutte le scelte a livello di contenuti, di strategie, che cosa comunicare del patrimonio sotto la gestione della Fondazione, sono state prese da noi, in totale autonomia. Questa è la grandezza di Google, che mette a disposizione una struttura e ti supporta nella condivisione e nell’ottimizzazione delle loro risorse. Abbiamo lavorato con il loro team per realizzare una serie di mostre virtuali, abbiamo realizzato la mappatura sistematica di tutti i nostri siti museali con street view – uno sforzo notevole – compreso il Castello e i suoi sotterranei, oltre al Parco archeologico e il Museo di Santa Giulia, lavorando con le bolle immersive a 360°, con i visori, i cardboard (ndr i Google cardboard sono strutture in cartone da montare, costano pochi euro e permettono – scaricando app su cellulare – di usare il proprio dispositivo  come un visore) e con tutta la tecnologia che un lavoro straordinario come questo rende accessibile.
Google ha quindi campionato tutti i siti, noi dal canto nostro abbiamo realizzato le gallery, impostando le mostre virtuali a partire dalle riprese fatte negli anni delle collezioni, aggiungendo le ricostruzioni 3D, i video e tutto il materiale prodotto per la comunicazione multicanale, frutto del lavoro fatto per dotarci di strumenti adeguati per la promozione della realtà bresciana.

Il progetto del Google Cultural Institute, una piattaforma mirata a condividere luoghi e collezioni di tutto il mondo con agilità e straordinaria capacità immersiva, ha portato alla definizione di questo nuovo tour virtuale attraverso le collezioni bresciane. Com’è stato costruito il percorso in questione?
Come dicevo, loro hanno eseguito la mappatura street view dei siti, noi le gallery. Ovviamente loro hanno a disposizione per le riprese una tecnologia molto avanzata che permette di immergersi davvero, nel dettaglio, negli ambienti ripresi. Abbiamo coniugato il lavoro fatto da loro con quello che abbiamo fatto noi negli anni, fondendo capacità di sintesi anche a livello di contenuti e di testi. Ad esempio, anche il progetto di Antonio Scuderi con ARTglass, che tra gli altri ha vinto un premio della commissione multimediale di Icom, è stato integrato nella piattaforma a noi dedicata su Google Art Project.

La collaborazione è da considerarsi conclusa, oppure in futuro si arricchirà di nuove riprese, magari coinvolgendo altri complessi e realtà del territorio, e quindi di nuove condivisioni?
La collaborazione continua, anche perchè a marzo aprirà la Pinacoteca Tosio Martinengo dopo una lunga ristrutturazione e ripristino, e sarà da mappare.
Inoltre ci piacerebbe lavorare insieme su una app ancora poco nota, ma su cui Google sta investendo molto e che stanno sviluppando adesso, che si chiama Expeditions, dedicata all’utilizzo della realtà virtuale nell’ambito del lavoro museale con le scuole.

Quali ricadute si auspica la Fondazione in termini di promozione delle collezioni del territorio?
Le ricadute saranno importanti soprattutto in termini di accessibilità dei contenuti, che al giorno d’oggi vuol dire andare oltre il livello fisico dell’esperienza individuale.
Oggi siamo chiamati a considerare un ventaglio più ampio di opzioni, si tratta di una condizione che il mondo in qualche modo ci ha imposto, dunque siamo felici di avere questa opportunità di renderci accessibili da chiunque nel mondo.
Ovvio che la realtà aumentata non sostituisce l’esperienza di relazione con le collezioni e i luoghi, è un concetto cui mi oppongo fortemente, non sono confronti da farsi.
La difficoltà per la Fondazione sarà monitorare l’incremento di visite, anche virtuali, delle collezioni, ma sappiamo che Google ci verrà in aiuto dandoci il supporto necessario.
Per noi è ovviamente fondamentale capire come misurare gli effetti di questa collaborazione, da un lato quello reputazionale, chiaramente più immediato e legato alla visibilità del progetto e di Google in quanto tale, seguito dall’aspetto legato al posizionamento, che riguarda la percezione della città di Brescia a livello di offerta culturale.
La nostra città è ancora troppo poco riconosciuta come polo culturale, la sua lunga storia industriale ha offuscato in parte la ricchezza del suo territorio, ma stiamo lavorando con attenzione per mantenere alti standard di qualità e restituirle il ruolo che le spetta.

http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/visita-guidata-virtuale-tra-i-tesori-della-fondazione-brescia-musei-grazie-google-arts

A QUASI 50 ANNI DAL TERREMOTO, GIBELLINA RESTAURA

Il Giornale delle Fondazioni
Venerdì 10 novembre 2017 presso il Baglio Di Stefano, sede della Fondazione Orestiadi, ha avuto luogo un incontro tra il Sindaco di Gibellina, il Presidente della Fondazione Orestiadi, il Docente responsabile delle relazioni esterne ed internazionali dell’Accademia di Belle Arti di Brera ed il Presidente del gruppo Cantine Ermes – Tenute Orestiadi. Al termine della riunione, è stato firmato un protocollo d’intesa per l’inaugurazione di un progetto di restauro relativo alcune opere di arte contemporanea della città belicina

É passato un mese da quando Salvatore Sutera, Calogero Pumilia, Stefano Pizzi e Rosario Di Maria – rispettivamente Sindaco di Gibellina, Presidente della Fondazione Orestiadi, docente responsabile dell’Accademia di Belle Arti di Brera ed il Presidente del gruppo Tenute Orestiadi – si sono trovati per fare il punto sul progetto di ripristino e salvaguardia del patrimonio culturale dell’area di Gibellina Nuova, celebre Museo en Plein Air del territorio.
Com’è noto, dopo il terremoto che nel 1968 distrusse l’antica cittadina siciliana, venne edificato un nuovo centro urbano – conosciuto appunto come Gibellina Nuova – una ventina di chilometri più a valle, sul territorio del comune di Salemi. Per la ricostruzione della città, l’allora sindaco Ludovico Corrao ebbe un’idea ardita e meravigliosa, poiché scelse di non dimenticare il tragico evento e anzi di attirare l’attenzione sul territorio stravolto, puntando sulla forza e l’energia vitale dell’arte e chiamando a raccolta – per preservare la memoria di Gibellina – diversi artisti di fama internazionale come Mario Schifano, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, Leonardo Sciascia, Alberto Burri. Quest’ultimo, com’è noto, preferì rendere omaggio alla vecchia cittadina lavorando sulle tracce del sisma che la cancellò, realizzando sopra le rovine il suo famoso «Grande Cretto». Un lavoro monumentale, che ha richiesto oltre trent’anni di lavoro e che né l’artista e neppure Corrao hanno avuto modo di vedere terminato, poiché è stato ufficialmente inaugurato appena due anni fa.
Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni dal terremoto, la città che si fece coraggioso laboratorio di sperimentazione artistica, modernità ed innovazione, ha bisogno di attenzioni dedicate perché le sue opere possano mantenersi inalterate nel tempo. Ed è per questo che sono stati messi a punto Destinazione Gibellina e più nello specifico «Gibellina Restaura», un progetto di restauro dedicato alle opere che necessitano di tempestiva manutenzione, a causa dell’erosione dovuta al trascorrere del tempo ed alle condizioni climatiche.
Sutera, Pumilia, Pizzi e Di Maria hanno quindi iniziato a pianificare come lavorare sul tesoro artistico di questa terra – anche con il prezioso sostegno di partner privati – che nel 2018 ricorderà appunto i cinquant’anni trascorsi dal devastante terremoto. L’obiettivo è quindi quello di riprendere il percorso tracciato da Ludovico Corrao, coltivando il suo «Sogno Mediterraneo» a partire dal primo intervento di ripristino in calendario, che riguarda la tinteggiatura della «Montagna di Sale» di Mimmo Paladino. La sua realizzazione sarà possibile anche grazie alla donazione dei materiali da parte del Colorificio Atria, e due guide d’eccezione condurranno i lavori: l’Accademia di Belle Arti di Brera e la Fondazione Orestiadi, forti della profonda conoscenza del luogo e delle opere che lo popolano.

Ne abbiamo parlato con Stefano Pizzi, Titolare di Cattedra di Pittura dell’Accademia e parte attiva di «Gibellina Restaura».

L’incontro di un mese fa ha portato a concordare un protocollo d’intesa per avviare «Gibellina Restaura»: quali sono i punti cardine del progetto?
A seguito di una serie di incontri cominciati l’anno scorso – e concretizzatisi in un tavolo di lavoro portato avanti nel 2017 presso la Fondazione Orestiadi – si è ritenuto opportuno sollevare la questione della manutenzione delle opere d’arte conservate in questi luoghi, stabilendo, dopo una serie di sopralluoghi approfonditi e non ancora del tutto conclusi, un calendario di intervento mirato. Per conto mio, occupandomi anche del Museo che è stato approntato nella loro barricaia (n.d.r. Barrique Museum – Gibellina), è stato naturale portare all’attenzione dei responsabili della Scuola di Restauro di Brera ed al Consiglio Accademico questa iniziativa, per la sua importanza a livello culturale, territoriale e perché si tratta di un’occasione importante per i nostri studenti, un momento di studio e di confronto diretto con opere d’arte contemporanee di rilevanza nazionale ed internazionale.

Come si pone l’Accademia rispetto all’organizzazione del piano di restauro, quale ruolo attivo ricopre?
Due docenti dell’Accademia specializzate nel restauro lapideo e nel contemporaneo in particolare sono state coinvolte per effettuare i sopralluoghi necessari ad impostare il lavoro pratico con gli studenti. Si tratta della professoressa Donatella Benelli, che vanta un’esperienza trentennale nel restauro dei lapidei in particolare e delle opere scultoree in generale, e della professoressa Elisa Isella, assistente a Brera e docente all’Accademia di Bologna, specializzata in restauro del contemporaneo.  Il primo gruppo di studenti verrà coinvolto nella primavera-estate 2018 in un workshop sul campo della durata di un paio di settimane, dedicate al ripristino e messa in sicurezza di due delle tante opere del Museo en Plein Air.

Nel 2018 concorre il cinquantenario del terremoto e della ricostruzione di Gibellina. Quanti e quali interventi sono stati previsti dal progetto «Gibellina Restaura»? In che finestra temporale si auspica che possano essere completati?
La «Montagna di Sale» di Mimmo Paladino doveva essere la prima opera in calendario e doveva essere già risolta prima dell’estate, purtroppo non c’è stato il tempo di concludere i necessari studi preliminari per poter avviare il restauro nelle condizioni climatiche ed ambientali adatte. Si è quindi optato per procedere con un restauro di tipo estetico su quella parte della scultura che appunto rappresenta la montagna di sale. A questo scopo il cemento alla base è stato ridipinto a calce grazie al contributo, a livello di materiali, offerto dal Colorificio Atria.

Parlando del coinvolgimento di partner privati dal parte del progetto «Gibellina Restaura», come il Colorificio Atra, sono stati contatti a seguito della definizione della casistica e del piano di restauro, oppure sono già stati attivati canali specifici? Possono proporsi per partecipare al progetto?
Nel caso della «Montagna di Sale» è stato il Comune, con la Fondazione, a mobilitarsi nel contattare il partner più consono alle esigenze dell’opera e dei restauratori. In futuro saranno coinvolte in primis le aziende del territorio, perché il progetto unisca e renda consapevoli di questo patrimonio a cominciare dal locale, dopodiché a seconda delle disponibilità e delle esigenze – soprattutto a livello di materiali – delle opere d’arte da restaurare, si considereranno le realtà più indicate. In questo senso, il progetto è in via di definizione, e bisogna tra l’altro tenere presente che le opere in questione sono per lo più in cemento e metallo, salvo due lavori che non erano stati pensati per l’esposizione en plein air a Gibellina (n.d.r. Consagra e Pomodoro) ma come scenografie teatrali, quindi più di altre si sono danneggiate – benché siano stabili – e necessitano di interventi di ripristino.

http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/quasi-50-anni-dal-terremoto-gibellina-restaura

DOVE LA PLASTICA È REGINA

Il Giornale delle Fondazioni
Napoli, la Fondazione Plart si propone in Italia come centro di eccellenza per il collezionismo e la conservazione delle opere in plastica, con particolare attenzione alla scena nazionale e internazionale del design. L’ultima mostra dal titolo «Cosmogonie», inaugurata il 14 ottobre, celebra per la prima volta il lavoro del giovane architetto Mario Coppola

Napoli. La Fondazione Plart ha aperto i battenti un decennio fa a Napoli – parliamo di oltre 1000 metri quadrati organizzati all’interno di un palazzo dei primi del Novecento nel centro della città – grazie alla volontà ferrea e lungimirante dell’imprenditrice e collezionista d’arte Maria Pia Incutti.

Primo centro polifunzionale dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica per il recupero e la conservazione delle opere d’arte e di design in materiale sintetico, il Plart è divenuto degli anni un punto di riferimento ed una realtà d’eccellenza indiscussa in Italia. Un modello cui guardare non solo in termini di strategia amministrativa – la presidente Incutti ha unito con successo la sua esperienza manageriale ed in cultura d’impresa alla propria passione per l’arte contemporanea ed il collezionismo di oggetti in plastica – ma anche per la capacità di diffusione della conoscenza scientifica e artistica legata ai materiali polimerici.  Ne abbiamo parlato con la direttrice, a bilancio di questi primi dieci anni di lavoro.

Dottoressa Incutti, la sua Fondazione è una sorta di casa-museo, che a rotazione espone gioielli, lampade, utensili, giocattoli, pezzi di importanti designer e opere d’arte contemporanea. Lei per prima ha creduto nelle potenzialità artistiche del materiale plastico, com’è cresciuto e si è evoluto il Plart in questi anni? 
La Fondazione è il frutto della mia attività trentennale di collezionista, che inizialmente nasce con un atteggiamento molto spontaneo. Raccoglievo i pezzi in maniera casuale semplicemente seguendo il mio intuito, mentre in seguito sono stata supportata dall’architetto Nunzio Vitale e ho affinato la ricerca puntando al design degli anni ‘70/’80. Negli anni ’90 ho esposto in varie località d’Italia e del mondo: Villa Pignatelli a Napoli, Politecnico di Milano, Saint Etienné, Sao Paulo, per poi trovare sede definitiva nel 2008, in via Martucci 48.
In questi dieci anni di attività – il 25 gennaio sarà il compleanno del Plart – posso ritenermi soddisfatta per aver dato vita ad un centro di eccellenza per lo studio e la ricerca dei materiali polimerici. La Fondazione punta molto sui giovani artisti e designer talentuosi, molti dei quali, dopo aver esposto al Plart hanno avuto grande successo anche all’estero, e le loro opere sono entrate a far parte di importanti collezioni museali internazionali. Numerosissime sono le iniziative organizzate in questi anni: mostre, laboratori, convegni, che hanno visto la collaborazione di famosi e importanti esperti internazionali del settore e che hanno spesso avuto un forte riscontro, contribuendo a portare la Fondazione sul panorama internazionale.

La Fondazione è cresciuta dunque a partire dalla poliedrica collezione Incutti, ma si è poi strutturata negli anni su diversi livelli autonomi – seppure connessi – che hanno fatto del Plart una fucina di idee e intenti tradotti concretamente in una sezione multimediale, un laboratorio di caratterizzazione dei materiali, un bookshop/biblioteca, un’area di formazione e di didattica per le scuole. Un centro che coinvolge un gruppo eterogeneo di professionisti, da architetti e designer, a restauratori e conservatori, per coordinare con consapevolezza le diverse attività, ed arrivare ad un pubblico sempre più ampio. 
Nel 2011 la Fondazione Plart ha inaugurato la sezione multimediale «Da un mare di petrolio a un campo di girasoli” composta da installazioni interattive e multimediali che testimoniano l’evoluzione famiglia dei polimeri. Negli anni si è rivelata la parte più entusiasmante per i giovani visitatori, i nativi digitali, maggiormente attratti dalle nuove tecnologie. Per questo, per il nuovo anno, stiamo lavorando per ampliare la sezione e inserire nuove installazioni che grazie alla realtà aumentata possano raccontare la storia della collezione e quindi anche l’evoluzione delle tecnologie e degli usi e dei costumi della nostra società. Il nuovo progetto sarà presentato proprio in occasione del decennale del Plart. Puntiamo ad essere un museo sempre più all’avanguardia e a raggiungere standard internazionali Inoltre, la Fondazione sta puntando sempre più sui nuovi materiali ecocompatibili, oltre che ad aumentare il fondo permanente attraverso acquisizioni di icone del design quali le serie di Cactus firmati Gufram.

La Fondazione si distingue non solo per essere uno dei pochi musei privati in Italia realizzati con fondi propri e senza risorse pubbliche, ma anche per la profonda attenzione sia agli aspetti creativi sia a quelli legati alla conoscenza e alla conservazione del materiale al centro di tutto: la plastica. Può raccontarmi come lavora il Laboratorio di restauro interno alla Fondazione? 
Il Plart fin dalla sua nascita ha messo, tra i suoi obiettivi principali, la conservazione della sua collezione storica, creando all’interno un laboratorio dotato di strumentazioni per la diagnostica e il restauro dei polimeri sintetici.
Avendo io una lunga esperienza come collezionista di arte e design, ero già allora consapevole dell’importanza di un approccio scientifico per evitare il decadimento delle opere. Ad esempio, la determinazione dei materiali costitutivi è necessaria per poter stabilire poi delle corrette pratiche di conservazione.
Quindi grazie alla collaborazione di professionisti come chimici, storici e teorici del design e restauratori abbiamo avviato uno studio del fondo sfociato nella catalogazione e nella sperimentazione di metodologie di restauro. Gestito da Antonella Russo e Alice Hansen ormai da quasi un decennio, il nostro laboratorio è in crescita, puntiamo a diventare un punto di riferimento per il restauro degli oggetti di design e per l’arte contemporanea in plastica.
Il laboratorio si occupa prevalentemente della manutenzione degli oggetti esposti e in archivio e del restauro delle opere che ne hanno bisogno, anche se spesso riceviamo richieste esterne per analizzare i materiali e restaurare oggetti ed opere di collezioni private o anche pubbliche.
Siamo diventati un importante punto di riferimento per studenti che vogliono realizzare tirocini formativi: abbiamo avuto stagisti italiani, greci, tedeschi, francesi, americani.
Lavorare su oggetti storici, cioè su dei veri e propri Beni Culturali, è diverso che lavorare su campioni industriali, quindi questi laureandi ci aiutano a testare adesivi, colori, protettivi, stucchi che possano essere adattati alle opere in plastica. Infine, non posso ancora sbilanciarmi ma le posso anticipare che stiamo ufficializzando, insieme ad una selezionata rete di istituzioni, un network internazionale per lo studio di questi materiali. »

In questo momento la Fondazione ospita la prima personale dell’architetto e designer napoletano Mario Coppola, conosciuto per i suoi progetti tra design, architettura e ambiente, il cui lavoro per il Plart è stato concepito intorno all’opera Dafne, una monumentale installazione site-specific ispirata alle volte della Fondazione, con cui Coppola dialoga attraverso una serie di sculture realizzate proprio per l’occasione. Una produzione artistica dedicata ed intitolata «Cosmogonie» che fa dell’architettura il fulcro, l’oggetto della ricerca, e che la coinvolge direttamente, facendo emergere alcune opere direttamente dalle pareti e dai pavimenti. Un’esposizione in linea con lo stile di Coppola, sempre coinvolto dalle forme e dai mutamenti della natura e del corpo umano, e con la ricerca del Plart, dal momento che le opere in mostra sono state realizzate in acido polilattico, una bioplastica interamente ricavata dall’amido vegetale, biodegradabile ed ecologica, e che sono state stampate in 3d con tecnologia FDM (modellazione a deposizione fusa).

Un processo che s’inserisce perfettamente nella ricerca della Fondazione, la cui attività scientifica è molto attiva e all’avanguardia per tutto ciò che concerne i polimeri sintetici, anche in termini di didattica, come racconta la direttrice Incutti «Nel corso degli anni la struttura dei corsi è cambiata, abbiamo cercato di farli diventare sempre più specialistici, chiamando i maggiori esperti europei sulla conservazione del contemporaneo. La serie di workshop «La plastica nell’arte e per l’arte» ha ricevuto un feedback strepitoso, e può vantare partecipanti da tutta Italia e tutta Europa. 
Alcuni dei nostri passati studenti attualmente lavorano come docenti di restauro della plastica nelle accademie o come restauratori in importanti musei nazionali e internazionali. Per il nuovo anno abbiamo in mente dei workshop più flessibili, da adattare e calibrare a seconda delle necessità delle istituzioni o dei gruppi di restauratori o studenti che li richiedono. È questa la novità del 2018: i corsi non avranno date o argomenti fissi, ma saranno attivati solo su richiesta. »

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IL TESSUTO COME ARTE

Il Giornale delle Fondazioni
Da domenica 1 ottobre al 7 gennaio 2018,  le sale di Palazzo Te a Mantova presentano la mostra Il tessuto come arte: Antonio Ratti, imprenditore e mecenate, un omaggio all’industriale comasco che ha fondato un impero tessile famoso a livello internazionale, una realtà in cui impresa e arte sono sempre state strettamente intrecciate e proseguono con l’omonima fondazione. La vita imprendioriale di Ratti è definita da Stefano Baia Curioni, Presidente di Palazzo Te “un’esperienza capace di rilanciare un modo contemporaneo  dell’umanesimo  di fare impresa e di dettare le linee per un successo di rara intensità”.
Mantova. Palazzo Te offre una mostra suggestiva su un personaggio carismatico. Il tessuto come arte: Antonio Ratti, imprenditore e mecenate è un omaggio all’industriale comasco che ha fondato un impero tessile famoso a livello internazionale, una realtà in cui impresa e arte sono sempre state strettamente intrecciate e proseguono con l’omonima fondazione.

La mostra, promossa dal Comune di Mantova, dal Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te e dal Museo Civico di Palazzo Te, è stata realizzata in collaborazione con la Fondazione Antonio Ratti e curata dalla figlia Annie, insieme a Lorenzo Benedetti e Maddalena Terragni.

Il percorso è stato studiato nei minimi particolari per restituire il ritratto di un personaggio  che ha fatto dell’amore per il disegno ed i tessuti – la seta in particolare – una forma d’arte e di sperimentazione, un punto di partenza che l’ha portato a investire in innovazione e tecnologia, in promozione culturale e risorse umane.
Ne abbiamo parlato con il professor Stefano Baia Curoni, presidente del Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te.  «Esistono casi in cui la dimensione del rapporto delle imprese con l’arte è più etica che estetica.  Ratti appartiene ad uno di questi casi preziosi. La cura e l’attenzione per le cose ed i progetti hanno evidenziato nell’impresa Ratti una dimensione poetica che a tutti gli effetti si è rivelata una marcia in più rispetto a tante altre realtà imprenditoriali. Questa mostra raccoglie la sfida di provare a raccontare come l’amore e l’attenzione, l’interesse e il confronto possano legare e far crescere arte e impresa.»

Una linea comportamentale, quella di Ratti, che lo ha portato a collaborare con grandi istituzioni culturali quali il Guggenheim, il Metropolitan Museum of Art di New York, Palazzo Grassi di Venezia, Palazzo Reale e il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano. Una storia da raccontare anche perchè, come precisa Baia Curioni «è una storia esemplare, in cui la cultura del fare industriale si è congiunta ad una profonda passione per l’arte, creando le condizioni per un’esperienza capace di rilanciare un modo contemporaneo dell’umanesimo  di fare impresa e di dettare le linee per un successo commerciale di rara intensità».

L’esposizione racconta – in un dialogo studiato con le sale di Palazzo Te e con gli spazi delle Fruttiere – gli inizi della carriera di Ratti, quando nel 1945 fondò la Tessitura Serica Antonio Ratti per la lavorazione di cravatte e foulard in seta, fino alla fondazione del Gruppo Ratti, uno dei produttori di punta di tessuti ad alto contenuto tecnologico e creativo.
Il percorso è utile ad inquadrare la storia del fondatore e della sua azienda, ma illustra anche il processo di lavorazione industriale che porta al prodotto finito, dalla sperimentazione alla tradizione.

Seguendo il filo della mostra, si approda alle origini dell’omonima Fondazione, la quale venne fondata nel 1985, con l’intento di dare vita ad un centro in cui promuovere da un lato la ricerca culturale e storica nell’ambito del tessile, e dall’altro sostenere i giovani talenti in ambito artistico. Ecco come l’arte contemporanea è presente in mostra e nella storia dei Ratti, non solo grazie a Antonio ma anche e soprattutto per merito del lavoro della figlia Annie, artista e promotrice di numerose iniziative brillanti, la più famosa delle quali da oltre un ventennio promuove il lavoro congiunto di artisti affermati ed emergenti, coinvolgendoli nell’annuale workshop CSAV-Artists Research Laboratory. Si tratta di un momento di confronto della durata di un mese che si svolge a Como, un’occasione in cui artisti di fama internazionale – tra cui possiamo annoverare John Armleder, Julia Brown, Hans Haacke, Mario Garcia Torres, Renée Green, Joan Jonas, Giulio Paolini, Diego Perrone e Gerhard Richter – insegnano e producono alcuni giovani selezionati.
«Antonio era interessato al contemporaneo, ma restava più concentrato sulla costruzione – in parallelo – di due altre grandi collezioni: una strettamente legata alla produzione della sua azienda, l’altra dedita invece all’acquisizione di archivi che spaziavano da campionari di tessuti copti e veneziani, fino alle cravatte da donna seicentesche. Questo è stato un aspetto complesso ed importante nella pianificazione della mostra, siamo riusciti a rendere “raggiungibile” e fruibile una realtà complessa come l’Archivio dell’azienda Ratti, una realtà che conta circa 200 metri lineari per 60 metri di tessuti di ogni tipo. Abbiamo deciso di mostrarli al pubblico, farglieli toccare, rivestendo i manichini che guidano le persone attraverso il percorso espositivo», considera Annie Ratti.

Non deve stupire quindi il motivo per cui negli anni Novanta Antonio Ratti decise di finanziare la creazione di un centro per la conservazione, il restauro e la catalogazione delle collezioni tessili di proprietà del Metropolitan Museum of Art di New York, precedentemente ospitate presso i singoli dipartimenti del Museo stesso. Nacque così l’Antonio Ratti Textile Center al Metropolitan Museum of Art, una delle strutture più attrezzate per lo studio e la conservazione dei tessili, di cui un approfondimento in mostra legato al ciclo di conferenze dedicate alle attività di Ratti «Direttamente dal Metropolitan verrà un esperto a presentare, in una giornata dedicata nel nostro Museo, la storia del Textile Center. Quest’ultimo è un laboratorio fondamentale perché in ogni dipartimento e collezione del Metropolitan è presente una forte componente tessile, che riguarda le tradizioni degli atzechi come degli indiani d’America, dunque la buona conservazione di questi manufatti è di vitale importanza.
Ratti, che dal canto suo ha fatto crescere due importanti collezioni tessili – una sorta di parallelo privato e nazionale del Metropolitan come varietà e qualità – aveva chiara la necessità di un centro di ricerca del genere, e i rapporti tra le parti sono sempre stati sistematici e molto stretti.»

Una mostra che rappresenta certamente una grande sfida «Un’occasione per testimoniare che la dimensione etica del fare conta tanto quanto il capitale, che questo genere di modello è possibile, è una realtà cui si può aspirare», afferma Baia Curioni.

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