CRONACA DI UN DISASTRO SCAMPATO. IL MAGA RICORDA L’INCENDIO DI 4 ANNI FA E IL RISCHIO DI UNA COLLEZIONE IN FUMO

Il Giornale delle Fondazioni
Il 14 febbraio di quattro anni fa il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Gallarate – più famoso al pubblico come il MaGa – è stato gravemente danneggiato da un incendio divampato sul tetto dell’edificio proprio mentre erano in corso alcuni lavori di manutenzione. Un incidente in seguito ricollegato all’utilizzo improprio di una fiamma ossidrica da parte di due operai dell’impresa edile, impiegata per sciogliere il ghiaccio sul tetto senza tenere conto del rivestimento – una guaina infiammabile – a causa del quale l’incendio si è propagato in brevissimo tempo ed ha bruciato per diverse ore.
Fortunatamente l’incidente non ha provocato feriti tra lo staff della Fondazione Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Silvio Zanella, dal 2009 responsabile del MaGa e delle sue collezioni, né si sono perdute opere della suddetta a causa delle fiamme, anche grazie all’intervento tempestivo dei vigili del fuoco e dei custodi del museo. La dottoressa Giulia Formenti, conservatrice responsabile delle collezioni, ricorda quei momenti con precisione «Sono stati i vigili del fuoco ad evacuare le opere dalle sale espositive, sia il nucleo della collezione permanente sia quelle in prestito per l’esposizione temporanea degli artisti Omar Galliani e Alessandro Busci. In quel momento erano presenti diverse opere esposte al primo piano e al secondo piano del museo, ovvero quello più vicino al tetto e dunque più a rischio.»
Durante l’arco di tutto quel lungo pomeriggio e fino a sera non solo i vigili del fuoco, ma anche il personale del MaGa ed alcuni volontari hanno lavorato in parallelo per spegnere l’incendio e per mettere in sicurezza le opere, a cominciare dunque da quelle esposte all’ultimo piano del museo e poi via via le altre allocate in zone più sicure dell’edificio. «Si è formata una sorta di catena umana sulla scala antincendio: i vigili del fuoco hanno consegnato a noi del personale le opere da mettere in salvo, che a nostra volta le abbiamo trasportate all’esterno del museo ed in seguito, dato il numero consistente, abbiamo iniziato a ricoverarle nei depositi organizzati negli spazi della vecchia Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Gallarate, già dotata di sistemi d’allarme.» Una staffetta straordinaria, organizzata per portare in salvo le opere prima che non solo le fiamme, ma anche l’acqua, il fumo e il calore potessero provocare danni irreparabili alla collezione del MaGa, famosa per i capolavori di artisti nazionali realizzati tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta, per le declinazioni della pittura informale e le ricerche spazialiste, e per gli sviluppi dell’arte dagli anni Settanta ai giorni nostri. Molti i nomi prestigiosi in collezione, da Giorgio Morandi, Carlo Carrà, Mario Sironi e Renato Guttuso, ai contemporanei Loris Cecchini, Adrian Paci, Alis/ Filliol, Diego Marcon, Riccardo Arena, Luigi Presicce.
A livello logistico, l’impegno del personale sul momento è stato quello di verificare i numeri di inventario delle opere, per essere certi di aver messo in salvo tutti i lavori esposti prima di caricarli sulle proprie automobili per portarli in deposito. «Abbiamo portato in salvo tutto ciò che era possibile movimentare in una situazione di emergenza, ad eccezione di una scultura in cemento armato diVittorio Tavernari – Donna che si spoglia, 1965 – e di alcune opere collocate all’interno dei pannelli estraibili incassati a muro, che i vigili del fuoco non avevano visto».
La dottoressa Formenti e il personale del museo si sono quindi messi al lavoro a cominciare dal giorno successivo l’incendio per catalogare e verificare le condizioni conservative delle opere «Il lavoro di verifica ha richiesto tempo e la partecipazione della Soprintendenza, oltre che di restauratori specializzati o di fiducia per conto di alcuni artisti. In accordo con le parti ci siamo affidati al Centro di restauro di Paola Zanolini e Ida Ravenna di Milano, con cui abbiamo concordato quattro fasi di restauro, per un totale di quarantanove opere su cui intervenire».
Se si considera che solo alcuni pezzi della vasta raccolta erano organizzati in mostra permanente al MaGa, e che la totalità della collezione conta in realtà oltre 6.000 opere tra quelle esposte in Museo e quelle conservate nei depositi, si tratta comunque di un nucleo ristretto di dipinti, sculture e disegni su cui è stato necessario intervenire. Oltretutto, la dottoressa Formenti ha precisato che «le opere non hanno subito danni ingenti, perché il protocollo di sicurezza ha funzionato bene e siamo riusciti a lavorare velocemente, evitando che le fiamme oppure l’acqua impiegata per spegnerle danneggiassero le opere. I problemi maggiori li abbiamo avuti con la fuliggine – perché chiaramente nonostante i guanti i segni delle movimentazioni, le ditate, si sono impressi sul retro delle opere e sulle tele non protette da vetro e cornice – e con le opere che erano state allestite a muro mediante ancoraggi che prevedevano avvitamenti. In questi casi lo stacco dal muro è stato più invasivo, inevitabilmente. Penso ad una tela di Francesco Bordoni, che era incorniciata e dotata di vetro protettivo, per cui abbiamo dovuto rompere il telaio e la tela si è strappata: non c’era modo e tempo di staccarla da muro utilizzando l’avvitatore. Oppure l’opera estroflessa Grigio di Agostino Bonalumi, un monocromo senza cornice del 1967 che in queste condizioni è risultato ancor più delicato da movimentare – poichè per sua natura la tela è più esposta a distacchi di colore – e che non è stato possibile mettere in sicurezza in quest’occasione, su cui è stato necessario intervenire in seguito. In generale però il lavoro di restauro si è concentrato su puliture e piccoli consolidamenti di colore e materiali».
Il piano di emergenza del Museo ha dunque funzionato bene, ed il lavoro di squadra ancora meglio «Dopo aver sgomberato i locali e dopo l’arrivo dei vigili del fuoco, il salvataggio delle opere si è messo in atto da sé: hanno collaborato tutti gli operatori del MaGa, molte persone. Siamo stati anche fortunati, perché nel caso della scultura in cemento di Tavernari, che si trovava all’interno di una teca di vetro, il giorno dopo l’incendio l’abbiamo trovata sepolta dalle macerie ma intatta, non solo lei ma anche la teca. Una cosa incredibile».
Un episodio drammatico che non ha interrotto l’attività del MaGa, ma ha di certo portato nuove consapevolezze a livello gestionale «Da quel giorno è cambiato tutto, dal punto di vista logistico e soprattutto da quello progettuale. Nessun corso e nessun master di museologia insegna che cosa accade e come deve comportarsi un direttore dopo un momento tragico come quello» il commento di Emma Zanella, direttrice del MaGa, che per volontà della Fondazione Silvio Zanella ha provveduto ad organizzare l’esposizione di parte della collezione in due prestigiose sedi temporanee – la Triennale di Milano e Villa Reale di Monza – per evitare che il pubblico rimanesse penalizzato dall’accaduto.
La nuova sede museale ha infatti riaperto al pubblico dopo due anni di lavori, il 19 aprile 2015, ed in occasione della ripresa delle attività la presidente in carica dal dicembre 2016, Sandrina Bandera, e il consiglio della Fondazione Zanella hanno potuto ricollocare all’interno della collezione le quarantanove opere danneggiate dall’incidente, pronte a sostenere la ripresa dell’attività espositiva.
http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/cronaca-di-un-disastro-scampato-il-maga-ricorda-l%E2%80%99incendio-di-4-anni-fa-e-il-rischio-di-una

IL RESTAURO DEL CONTEMPORANEO FA LA FORZA: QUANDO LA SINERGIA È SINONIMO DI CONSERVAZIONE E TUTELA

Il Giornale delle Fondazioni
La primavera del restauro contemporaneo ha visto quest’anno sbocciare, letteralmente, una nuova collaborazione tra la Fondazione Centro per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali La Venaria Reale (CCR), l’Università di Torino ed Intesa Sanpaolo.
L’inaugurazione del primo ciclo di lavoro è stata occasione concreta di premessa (l’11 marzo nei Laboratori del Centro di Venaria, alla presenza del presidente Stefano Trucco, del rettore Gianmaria Ajani e del responsabile delle attività cultutali del gruppo bancario,  Michele Coppola) rispetto alle iniziative comuni, partendo dalla ricerca e dall’intervento su quattro opere della collezione Novecento di Intesa, che sono state oggetto di studio per gli studenti del IV e del V anno del Corso di laurea.
Una collaborazione che conclude un primo ciclo di lavoro su opere di Mino Ceretti, Mimmo Rotella, Alberto Moretti ed Aldo Mondino, per avviarne immediatamente un secondo, a cavallo con l’apertura del nuovo anno accademico, e si concluderà a settembre. Le opere scelte in questo caso sono dipinti che comprendono olii su tela e acrilici, smalti e collage, ed in particolare si tratta di «Impronte rosse» di Paolo Baratella, «Senza titolo» di Sergio Dangelo, «Paesaggio con piramide» di Franco Angeli, «Composizione» di Maurizio Bottarelli, ed il progetto di tesi in corso sul dipinto «Ulivi a Bordighera» di Ennio Morlotti.

Quella della Fondazione Centro per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali La Venaria Reale (CCR) è una partita che si gioca dal 2005 grazie alla comunione di intenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione Piemonte, la Provincia, i Comuni di Torino e di Venaria, l’Università e il Politecnico, la Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo e la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.
Un’unione di forze ed energie che sostiene ed incentiva i propositi sempre nuovi del Centro, meglio conosciuto come CCR, la più giovane e rampante tra le eccellenze italiane in termini di centri all’avanguardia per la ricerca, il restauro e la tutela dei beni culturali, dal primo giorno al lavoro su due strade che viaggiano in parallelo nella formazione dei restauratori di domani e in progetti di restauro di opere antiche, moderne e – sempre più – contemporanee.
Il CCR non è infatti nuovo ad iniziative dedicate all’arte dei nostri giorni, ed anzi si fa promotore di approcci sempre più propositivi e incentrati sulla sensibilizzazione di un pubblico specializzato, ma non solo. Ne è un valido esempio il ciclo di incontri organizzati da uno dei restauratori del contemporaneo per eccellenza, il professor Antonio Rava, che all’inizio di quest’anno solare ha costruito sette lezioni aperte al pubblico come agli addetti ai lavori, e altrettanti workshop tecnici rivolti a studenti di restauro e storia dell’arte, per sollecitare un dialogo in materia di problematiche relative il contemporaneo. Ad essere chiamati a tenere le lezioni sono stati ex studenti specializzatisi nella gestione di opere peculiari, fragili benché giovani – come le gomme di Carol Rama, oggetto di analisi approfondite da parte di Elettra Barberis, oppure le opere di Pinot Gallizio, la cui manutenzione è stata progettata da Paolo Gili – ma anche collaboratori di artisti come Piero Gilardi ed artigiani specializzati nell’utilizzo di materiali dalla natura complessa ed imprevedibile, come i siliconi, pane quotidiano di Michele Guaschino, braccio destro di Maurizio Cattelan.
Non meno frequentato è stato il seminario «(Im)-materialità e identità», dedicato alla fisicità dell’opera come scelta artistica, una volontà personale ma da condividere e spiegare ad un pubblico di addetti ai lavori e appassionati, una domanda raccolta con partecipazione da quattro artisti di diversa generazione, da Icaro a Tadiello. In un certo senso ha risposto alle sollecitazioni provenienti dal CCR anche il duo artistico Masbedo che, interessandosi alla ritualità ed alla devozione richieste dal restauro e dalla conservazione delle opere d’arte, ha coinvolto il CCR nella produzione dell’opera – una videoinstallazione – intitolata «Handle with care». Prima ancora, si ricorda la sperimentazione «Interview with art» avviata nel 2015-2016 con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, che per un anno ha promosso l’intervista all’artista come strumento conoscitivo per la progettazione e realizzazione di un intervento di conservazione e/o restauro su opere di arte contemporanea.

Una panoramica articolata necessaria per inquadrare le proposte e gli intenti ultimi di una squadra che gioca ancora meglio quando coinvolge direttamente altri soggetti già attivi sul campo, quali appunto Intesa Sanpaolo e l’Università di Torino. Questa nuova collaborazione ha infatti già prodotto i primi risultati sui dipinti di Ceretti, Rotella, Moretti e Mondino selezionati da Michela Cardinali e Sara Abram, referenti per il CCR, all’interno di una rosa di opere necessitanti di un intervento proposta da Intesa.  «La Banca ha da sempre la sensibilità e la consapevolezza necessarie a prestare attenzione alle sue Collezioni, ed è attraverso la manutenzione periodica delle stesse che identifica necessità e priorità di intervento. « specifica lo staff di Intesa  «Nel 2012 è stato aperto il cantiere del Novecento, legato alla produzione artistica dell’ultimo secolo presente in Collezione, ed il CCR è parte attiva nel processo di monitoraggio delle opere. Collaborando con la didattica ed il CCR in generale abbiamo un canale preferenziale, anche se non esclusivo, cui facciamo riferimento e con cui lavoriamo a progetti condivisi, come nel caso altro dell’organizzazione del convegno sul contemporaneo Linee di Energia.»
Tra le opere selezionate per il primo ciclo di interventi, particolare attenzione ha richiamato Viola in Libertà di Aldo Mondino, la cui situazione conservativa ha motivato un progetto di tesi di laurea magistrale affidato alla studentessa Federica Puricelli. Il dipinto, realizzato nel primo decennio di produzione artistica di Mondino, ovvero tra il 1966 e il 1972, versava in condizioni precarie a causa di un sollevamento di colore importante, legato ad un problema di adesione e coesione dei diversi strati pittorici che ha reso difficoltosa non solo la sua eventuale esposizione, ma anche il trasporto e la movimentazione.
«Il fatto che l’opera abbia appena cinquant’anni non deve suscitare stupore» racconta la giovane restauratrice Puricelli «perché gli artisti del Novecento spesso utilizzavano tecniche e materiali di cui ignoravano la composizione, creando opere instabili nel tempo.» Non ha fatto eccezione Mondino, che ha dipinto Viola in libertà usando prodotti di formulazione industriale mescolati tra loro, colori a guazzo ed acrilici, ma senza l’intenzione, secondo gli assistenti dell’artista Nicus Lucà e Carlo Pasini, di dare al dipinto una connotazione precaria, un messaggio nascosto tra le pieghe del colore. Semplicemente, Mondino non ha potuto prevedere che la Puricelli avrebbe lavorato così presto al recupero delle scaglie di colore cadute, procedendo mediante due fasi di consolidamento, una localizzata che ha permesso la messa in sicurezza prima di procedere con una pulitura superficiale della pellicola pittorica, ed una successiva per risanare tutto il dipinto. È così che la Puricelli ha garantito l’integrità e l’originalità della sua opera, costruendo la strategia di restauro anche su un’analisi non invasiva preliminare «L’identificazione dei materiali costitutivi è stata frutto di una complessa e affascinante ricerca, le indagini scientifiche hanno assunto un ruolo chiave. La spettroscopia Raman e quella infrarossa hanno messo in luce i pigmenti organici utilizzati da Mondino, obiettivo arduo da perseguire. Una volta appurato che le gravi problematiche conservative erano dovute alle due differenti preparazioni, una di natura oleosa ed una vinilica, è stato possibile procedere con sicurezza per far riaderire gli strati di colore. La chiave di tutto? L’utilizzo del calore, che ha riattivato il legante presente nei diversi strati e li ha fatti riaderire. A quel punto ho potuto procedere con l’intervento di restauro vero e proprio. »
L’intervento estetico è perfettamente riuscito, al punto che resta individuabile, oltre alla documentazione fotografica di riferimento, solo grazie alla Fluorescenza ultravioletta, che evidenzia le integrazioni risultando molto più scura degli strati originali. Federica non ha dubbi, il suo lavoro conferma quello che da anni è una realtà con cui i colleghi restauratori e conservatori devono fare i conti «Il restauro dell’arte contemporanea è un ambito estremamente complesso, per cui spesso non ci sono casi studio o ricerche scientifiche a cui far riferimento. Gli artisti hanno impiegato prodotti industriali la cui formulazione non solo non è resa nota dalle case produttrici, ma varia a seconda dei marchi e viene modificata negli anni senza che i nomi commerciali vengano cambiati. »
Un terreno di confronto fertile e quanto mai attuale, una porta aperta a nuove esperienze concrete che siano di esempio e di aiuto ai restauratori che raccolgono la sfida, e per coloro che lo faranno negli anni a venire.

http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/il-restauro-del-contemporaneo-fa-la-forza-quando-la-sinergia-%C3%A8-sinonimo-di-conservazione-e