L’Arte è di tutti. Gilbert & George al Museum of Old and New Art di Hobart, Tasmania

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
C’è una prima volta per tutto, a volte più eccezionale di quanto si possa immaginare. Nel caso di una delle coppie più famose dell’arte contemporanea, i leggendari Gilbert & George, l’ultima “prima volta” è stata in Australia, dove è stata organizzata una delle loro più grandi e complete retrospettive. Infatti, i curatori della mostra –  Olivier Varenne e Nicole Durling, affiancati dagli stessi Gilbert & George – hanno pianificato una personale che ha previsto l’esposizione di oltre cento opere di varie dimensioni, selezionate partendo da una produzione che conta ormai cinque decenni di attività, dai primi lavori degli anni Settanta ai più recenti datati 2014.
Gilbert & George, all’anagrafe Gilbert Prousch (1943) e George Passmore (1942), si incontrarono alla Saint Martin’s School of Art di Londra nel 1967, e dall’anno seguente la loro collaborazione professionale si fuse in una condivisione dello spazio privato, culminata nel trasferimento di casa e studio nell’allora malfamato quartiere di Spitalfields. Non fu una scelta dettata dal caso o dalla necessità, ma dalla volontà di opporsi fin da subito alle tradizioni legate alla produzione artistica in senso lato, da quella convenzionale alle correnti più recenti, motivo per cui scelsero di vivere la propria vita, i propri ambienti e le proprie persone come una sorta di grande e prolungata performance. Cominciarono così nei panni di “sculture cantanti”, quando, dipingendosi con una vernice metallica e vestendosi con completi grigi da impiegati middle class – una sorta di divisa che ancora li contraddistingue – salivano su un piedistallo e cantavano una canzone popolare inglese.  In seguito, consolidarono la propria fama attraverso la produzione di composizioni fotografiche su larga scala, caratterizzate da colori psicadelici e montate in modo da ricordare una vetrata gotica. I protagonisti della scena sono sempre Gilbert & George, attorniati da elementi simbolici vagamente riconoscibili, dissacranti e provocatori. Benchè siano sempre rappresentati o presenti all’interno delle loro creazioni, è importante notare che il duo non ha mai firmato un’opera individualmente, ma sempre e solo come Gilbert & George, a sottolineare non solo un rifiuto della distinzione dei ruoli ma anche una profonda attenzione nei confronti della definizione di identità. La scelta di utilizzare da subito una firma comune fu particolarmente significativa all’inizio della loro carriera, perché sancì l’intenzione comune in un percorso artistico che rifiutava l’individualizzazione e rafforzava al contempo il loro motto “l’Arte è di tutti“.
Appare chiaro dunque come l’obiettivo ultimo nel loro lavoro sia sempre stato quello di unificare arte e vita di tutti i giorni, producendo qualcosa che richiamasse ogni volta l’attenzione del maggior numero di persone possibile, analizzando le numerose sfaccettature dell’essere umano. Per questo l’allestimento delle mostre è un elemento fondamentale della loro visione, spesso sovradimensionato, scomodo ma attraente, come nel caso di questa prima esposizione australiana, prima e forse ultima volta in cui verranno presentate un centinaio delle loro fotografie tutte in un’unica location. Un’occasione unica per osservare come ogni tipo di tematica affrontata dal duo – comprendente ossessioni quali sesso, razza, religione, politica, soldi, morte –  enfatizzi il rapporto tra arte e vita come asse portante della loro ricerca artistica. “Essere sculture viventi è la nostra linfa, il nostro destino, la nostra avventura, il nostro disastro, nostra vita e nostra luce“.
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Labirinti e geometrie umane. François Morellet al MAC VAL di Vitry sur Seine, Parigi

Architettura, Arte moderna, Mostre
L’anno 2016 ha visto il Musée d’Art Contemporain du Val-de-Marne, più noto come MAC VAL, tagliare il traguardo dei dieci anni di attività nel campo della ricerca e della promozione dell’arte contemporanea. Progettato dall’architetto Jacques Ripault, il MAC VAL ha trovato casa – anzi, una reggia – nel sobborgo di Vitry sur Seine, ad una manciata di chilometri da Parigi. Infatti, l’edificio è stato pensato per accogliere le grandi installazioni di artisti contemporanei attivi dalla seconda metà degli anni ’50, per i quali si è voluto mettere a disposizione uno spazio di 13.000 mq, di cui 2600 sono destinati ad esposizioni permanenti e 1350 alle mostre temporanee, mentre i restanti sono stati pensati per collocarvi i magazzini, le officine ed un centro di ricerca. A celebrare degnamente il primo decennale del MAC VAL, è stato invitato François Morellet, maestro dell’astrazione geometrica che alla soglia dei novant’anni ha realizzato per questa occasione l’installazione Seven Corridors, pensando ai visitatori come al centro del progetto e dello spazio.
Considerato il più grande precursore del minimalismo in Europa, il percorso artistico di Morellet (classe 1926) è iniziato grazie a suo padre, tra le altre cose anche scrittore di libri per bambini, la maggior parte illustrati proprio da suo figlio. Quando la famiglia si trasferì a Parigi, François ebbe la possibilità di studiare e di esercitarsi nella tecnica pittorica tradizionale fino ad esporre al Salon della Société Nationale des Beaux-Arts, ed innamorandosi contemporaneamente delle opere di Raoul Dufy, di Modigliani e di Mondrian. Grazie a loro, Morellet scelse a poco a poco un linguaggio semplice e rigoroso, fatto di geometrie e colori lineari, spesso condizionati da architetture antiche e moderne. Attenzione però, perché l’opera di Morellet e l’artista stesso non sono mai stati austeri, anzi, come dice egli stesso “Evito trascendenza e serietà. Mi sembra che l’umorismo, l’ironia, la derisione e leggerezza siano il sale necessario per rendere piazze, sistemi e tutto il resto digeribili.” Nel decennio 1960-70 Morellet iniziò ad introdurre nelle sue opere sistemi di forme sovrapposte e frammentate, creando disposizioni con un ordine ricercato e definito, basato sullo studio della percezione visiva. Il passo successivo fu quello di fare della sua sperimentazione una vera e propria corrente artistica sperimentale, che coinvolse un gruppo di artisti conosciuti come i GRAV (Groupe de recerche d’Art Visuelle) uniti nella determinazione di nuove forme di espressione. Fu proprio in questo contesto creativo che Morellet iniziò ad utilizzare i tubi al neon e ad interagire con lo spazio a sua disposizione, che si trattasse di interni o di spazi aperti, per finire inserendo nelle sue composizioni perfettamente bilanciate un elemento solo parzialmente controllabile, ma che dà senso alle opere stesse: il visitatore.
L’espressione della potenza visiva, dell’acume e dell’ironia di Morellet si gioca in questo caso in uno spazio di oltre 20 metri quadrati, dove i visitatori interagiscono con quello che appare come un grande labirinto di forme geometriche, giocando dunque un ruolo fondamentale per il senso dell’installazione. Non a caso Morellet è famoso per aver detto che“… le arti visive devono consentire agli spettatori di trovare quello che vogliono in esso, vale a dire ciò che essi portano con sé. Le opere sono come aree picnic, in cui si mangia ciò che si è portato con sé”.
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I luoghi della cultura e della memoria. Piero Pizzi Cannella alla Fondazione Pastificio Cerere, Roma

Architettura, Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Tutti i luoghi hanno una propria memoria, sono custodi di avvenimenti che insieme raccontano una storia e contribuiscono a delineare personaggi e situazioni che a loro volta hanno influenzato il corso di altri eventi. Nel caso del Pastificio Cerere di Roma – dedicato alla dea delle messi, costruito nell’Italia dei primi del Novecento per ospitare una delle prime semolerie-pastifici industrializzati del Paese – si tratta di una storia lunga un secolo, condita di tanti ingredienti apparentemente slegati tra loro, il cui sapore è eccezionale.
D’altronde, chi poteva immaginare che un luogo così isolato dal centro culturale della capitale, con un progetto iniziale così lontano dall’essere una fabbrica di cultura, potesse oggi essere conosciuto per la più alta concentrazione di esponenti delle arti visive dell’Europa Meridionale? Infatti, dimessa la produzione di pasta nel 1960, la fabbrica è stata trasformata e ripopolata in pochi anni dagli artisti del Gruppo di San Lorenzo, pittori e scultori che hanno installato i propri atelier nei locali dell’ex Pastificio Cerere. Il momento cruciale di transizione da industria a luogo di produzione e diffusione dell’arte contemporanea fu sancito da Achille Bonito Oliva nell’estate del 1984, quando il critico aprì le porte del Pastificio alla mostra Ateliers, che altro non fu se non l’apertura fisica degli spazi dove abitavano e lavoravano principalmente gli artisti Nunzio, Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Marco Tirelli e Piero Pizzi Cannella.
Proprio quest’ultimo, chiamato ad omaggiare i dieci anni di attività della Fondazione Pastificio Cerere con gli altri cinque colleghi fondatori del Gruppo di San Lorenzo, ha risposto all’invito organizzandovi la propria personale da titolo Interno via degli Ausoni. Un riconoscimento nei confronti del luogo e del suo ruolo di fucina per la formazione di nuove generazioni di artisti, ma anche delle solide fondamenta gettate dai precursori del progetto artistico, i quali hanno risposto come Pizzi all’invito ad esporre, progettando ognuno una mostra che tracciasse i rispettivi percorsi e sottolineasse il proprio ruolo all’interno della storia del Pastificio. Piero Pizzi Cannella ad esempio, è nato nel 1955 nei pressi della capitale e fin da bambino si confronta con la pittura, proseguendo, all’Accademia di Roma, con la manipolazione dei materiali. Risale agli anni Settanta il suo trasferimento all’ex Pastificio ed è nel 1978 che presenta la prima personale ed anche la sua prima scultura, benchè sia solito dire “Non nasco come scultore. La scultura è un mio amore segreto, che non merito.” Attraverso la mostra Interno via degli Ausoni l’artista sceglie di ripercorrere momenti cardine della sua vita e della sua carriera, trentacinque anni di percorsi intrecciati a questi luoghi che egli condivide con affetto con il pubblico. Una mostra intima, giocata sulla memoria e la sospensione, scandita da opere che paiono affiorare da un ricordo, dalle profondità della mente.
La mostra si compone di una tela di grandi dimensioni, un’anfora in bronzo della serie La Fontana Ferma, installazione fortemente legata all’ex Pastificio, e da una serie di disegni su carta, presentati insieme per la prima volta. Dice Pizzi Cannella dell’ex Pastificio “Un esempio di come sia possibile trasformare l’idea di arte, un’idea legata al canone estetico, al bello, e unirla ad una vita in armonia con gli amici, che per un certo momento qui è stata possibile. C’era l’atmosfera giusta per stare insieme, c’erano non solo artisti ma anche scenografi, compagnie teatrali. È stata una crescita fortunosa.”
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La distruzione creativa di Arman. Accumulazioni e Collere al Mamac di Nizza

Arte moderna, Mostre
Il Musée d’Art Moderne et d’Art Contemporaine di Nizza, per gli amici Mamac, in collaborazione con l’Espace Ferrero, suo vicino di casa, ha scelto di inaugurare il proprio anno espositivo dedicando la prima mostra della stagione ad un rinomato cittadino nizzardo scomparso dieci anni fa. Si parla di Armand Pierre Fernandez, famoso a tutti semplicemente come Arman, pittore e scultore di strumenti musicali frantumati e di cataste di oggetti – scarpe, monete, posate, orologi, tubetti di colore.
Nato a Nizza alla fine degli anni Venti, fu il padre – nobile spagnolo appassionato di antichità – ad iniziare il figlio alla pittura, insegnandogli a maneggiare i colori ad olio a soli dieci anni. Arman perfezionò negli anni la sua tecnica prima all’Ecole des Arts Decoratifs e, in seguito, all’Ecole du Louvre, trovandosi però così spesso in disaccordo con la visione conservatrice delle istituzioni da abbandonarle entrambe anzitempo. Fu l’incontro con Yves Klein, artista, e Claude Pascal, cantante e attore, a plasmare la sua visione d’artista e uomo moderno, cominciando dalla scelta di essere conosciuto solo come Arman, in segno di ammirazione nei confronti di Van Gogh, che firmava solo con il proprio nome di battesimo. Le vicende storiche e personali – la guerra, il matrimonio, i figli – lo portarono a concentrarsi sull’arte solamente nel tempo libero fino alla metà degli anni ’50, quando prese definitivamente le distanze dalla pittura tradizionale con la serie dei Cachets. Replicò ossessivamente la stessa forma sulla tela e su carta mediante timbri di gomma, fino a che questo filone creativo non culminò nella serie delle Allures. Gli anni ’60 si aprirono con Arman e l’amico Klein a capo del Nouveau Realisme, corrente artistica che vedeva l’uomo come sintesi e prodotto di oggetti simbolo del consumismo moderno. L’idea di appropriarsi di tali oggetti e di sconvolgerne la natura accese una nuova passione in Arman, dando origine ad una fase produttiva che lo rese famoso in tutto il mondo. Infatti il suo lavoro prese due direzioni specifiche: quella delle Accumulations, raccolte di oggetti identici disposti sulla tela con ordine ed eleganza, oppure quella delleColères, armoniche distruzioni di oggetti nobili, quali strumenti musicali e statue bronzee. Come disse lo stesso Arman “Credo che nell’azione della distruzione ci sia una volontà d’arrestare il tempo, di sospendere gli avvenimenti incollandoli, bloccandoli insieme nel poliestere. Quanto rompo un oggetto faccio in modo che i pezzi cadano in uno spazio dato, precedentemente delimitato. Quando brucio qualcosa arresto la combustione prima del suo consumarsi. Non é mai un atto di distruzione totale ma ciò che mi permette di conservarla, là dove mostro la catastrofe. ”
Settanta le opere chiamate a raccontare per immagini ciò che fin qui è stato riassunto a parole: tele e teche che ripercorrono la vita dell’artista, opere che sottolineano non solo i successi ma anche i modelli ed i sostegni di sempre, come l’amico Yves Klein, con cui Arman condivise non solo l’avventura del Nouveau Réalisme – il cui Manifesto firmato in data 27 ottobre 1960 è in mostra nella sala che il Mamac ha dedicato a Klein – ma anche, ad esempio, l’amore per le arti marziali. Un percorso in parallelo quello dell’Hommage nizzardo a Arman, voluto da due importanti istituzioni locali per omaggiare il loro illustre cittadino: tra le opere in mostra al Mamac, alcune donate dall’artista alla sua città, come Allure aux bretelles (1959) e Sans titre (coupe de violoncelle) 1962, e molte acquisite nel corso degli anni, mentre all’Espace Ferrero è possibile farsi una visione altra dell’artista, attraverso quaranta ritratti realizzati personalmente dall’amico e fotografo John Ferrero.

Fotografando con la tavolozza. Georgia O’Keeffe in mostra al Museo di Grenoble

Arte moderna, East magazine, Mostre
La prima mostra personale in Francia dell’artista americana Georgia O’Keeffe è stata organizzata a Grenoble grazie alla partecipazione del Museo a lei dedicato a Santa Fe, Nuovo Messico, seconda patria dell’artista dopo la morte del marito. Terra di spazi immensi e deserti, fatta di colori intensi e di natura selvaggia, Il Nuovo Messico ha sovrapposto il suo profilo a quello della prateria nordamericana dove l’artista visse da giovane, plasmando la seconda vita non solo di Georgia, ma anche delle sue opere.
Una vita, quella della O’Keeffe, vissuta a cavallo del Novecento, secolo innovatore che ha forgiato molti artisti, offrendo loro nuove possibilità a livello di sperimentazione e di stile. Nel caso di Georgia, nata nel 1887 in una fattoria nel Wisconsin e vent’anni dopo militante nell’Art Students League a New York, la possibilità colta fu quella di permettersi di sentirsi ugualmente attratta dagli acquarelli di Rodin e dalla fotografia contemporanea di Alfred Stieglitz. La sua capacità di artista moderna fu quella di trovare punti di contatto unici tra i due estremi del suo interesse, e tale capacità ne ha fatto un’icona americana al pari di Jackson Pollock, benchè in Europa sia meno famosa che in patria. Dopo aver conosciuto Stieglitz, gallerista oltre che fotografo ed in seguito suo marito, Georgia espose molte sue opere negli ambienti dell’avanguardia newyorkese, conquistando tutti con l’unicità della sua pittura, principalmente fiori e architetture, linee nette a carboncino e armonie di acquarelli, inquadrature ravvicinate inconfondibili e profondamente innovatrici. L’evoluzione della sua arte la portò nel suo primo decennio di produzione ad abbandonare a poco a poco il piccolo formato, a realizzare pitture ad olio su tela di grandi dimensioni, ad oscillare tra arte figurativa e astrattismo, a scegliere colori sgargianti e combinazioni quasi oniriche.
A metà degli anni Venti era considerata una delle pittrici più importanti d’America, ma si trovò anche inscindibilmente legata al marito, di cui era non solo compagna ma musa e modella, ruolo che mal si adattava al suo bisogno di emancipazione come artista. All’inizio degli anni Trenta, grazie ad un casuale isolamento estivo nei paesaggi del Nuovo Messico, riscoprì la forza della propria creatività, non più assoggettata alla critica newyorkese o del marito, ma libera di definirsi. La seconda vita della propria arte ricominciò quindi dalla sintesi di colline desertiche e canyon disseminati di rocce, fiumi e cieli, conchiglie e teschi di animali, soggetti di alcune delle sue creazioni più famose. Quando il marito morì, Georgia si trasferì definitivamente in questa porzione di mondo, a stretto contatto con la natura, godendo della solitudine dei grandi spazi aperti e della ricerca della propria identità artistica.
Il percorso espositivo proposto dal Museo di Grenoble si compone di ottanta opere provenienti da prestigiose istituzioni internazionali oltre che dal Museo di Santa Fe, intervallate da immagini scelte di otto fotografi legati all’artista da profondi rapporti di amicizia e stima. A partire da Stieglitz, gli amici Paul Strand, Edward Weston, Imogen Cunningham, Ansel Adams, Eliot Porter e Todd Webb, i quali certamente influenzarono la prospettiva e l’impostazione delle sue pitture, com’è possibile constatare in mostra. Con loro Georgia condivise non solo l’occhio fotografico e la passione per la tecnica, ma la vita stessa e la costruzione della sua identità, a prescindere che si trovasse a New York o in New Mexico. “Dove io sia nata e come abbia vissuto non conta. È ciò che ho fatto nei luoghi in cui ho vissuto che dovrebbe interessare.”
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Un occhio al cielo ed uno alla terra. Ghirri, Friedman e Decavèle alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia

Architettura, Arte contemporanea, Mostre
Pensate al potenziale di un incontro creativo tra un fotografo italiano, un architetto e designer polacco ed uno scultore francese. Immaginate tre punti di vista molto diversi in un momento rivoluzionario come quello del secondo dopoguerra, periodo di grandi sperimentazioni, spesso condivise dai tanti protagonisti della scena artistica di quegli anni. Andando nel dettaglio, immaginate come – quando ad incontrarsi furono le idee di Yona Friedman e Jean Baptiste Decavèle, oppure di Luigi Ghirri – la percezione ordinaria di opere e paesaggi attraverso una cornice oppure un obiettivo sia stata spazzata via, in una mescolanza di genere che ha messo tutto sullo stesso piano, dal contenitore allo spazio aperto, alla ricerca di una nuova poetica e di una nuova identità. La mostra Paesaggi d’aria è stata pensata proprio per evidenziare i punti di incontro tra i tre artisti visionari, accomunati nella ricerca di nuove prospettive che li mettessero in connessione con il paesaggio, in questo caso specifico quello italiano.
Luigi Ghirri nel 1969 fu letteralmente folgorato dall’immagine della Terra fotografata dalla Luna, la prima fotografia del mondo, l’immagine che contenne idealmente per la prima volta tutte le immagini esistenti. A partire da quel momento iniziò la sua ricerca, quella che lui stesso ha definito “la grande avventura dello sguardo e del pensiero. Il viaggio nell’inestricabile geroglifico del reale attraverso carte e mappe che contemporaneamente sono fotografie.” L’interesse per il tema del paesaggio crebbe nel corso degli anni Settanta insieme alla sua manualità e alla libertà del fare, un interesse concentrato sempre più sui luoghi meno turistici e quindi meno noti. Dagli anni Ottanta in avanti Ghirri strinse rapporti duraturi con architetti, urbanisti, filosofi, con cui condivise l’esigenza di creare una nuova iconografia del paesaggio italiano, sempre più attenta agli spazi del contemporaneo, un’attenzione da cui prese forma la grande serie che intitolò Paesaggio Italiano, iniziata nel 1980 e terminata con la sua morte improvvisa, nel 1992, a causa di un infarto.
Yona Friedman e Jean Baptiste Decavèle sono invece un architetto e uno scultore professionisti, da anni uniti nella condivisione di progetti riassumibili in una costellazione di invenzioni architettoniche, creazioni fotografiche e video che hanno dato vita ad un universo utopico calato in contesti reali. L’ultimo lavoro insieme è stato intitolato Vigna Museum, ed è parte fondamentale della mostra Paesaggi d’aria, all’interno della quale è illustrato per mezzo di un video documentario. Si tratta anche in questo caso di un’architettura visionaria che il duo ha studiato e realizzato in onore della prestigiosa casa vinicola italiana e del suo storico fondatore, Livio Felluga. In occasione del suo centenario, l’anno scorso l’azienda ha chiesto a Friedman e Decavèle di realizzare qualcosa che testimoniasse il rispetto e l’amore di Felluga per quei luoghi, coinvolti profondamente nel processo di creazione del suo vino. Ispirati da questa unione e dallo sguardo non convenzionale di Ghirri, il duo ha vissuto personalmente le colline friulane ed in seguito all’esperienza ha scelto di realizzare una serie di forme modulari totalmente aperte al paesaggio circostante. Il progetto messo in campo si basa sulla volontà di fusione con il contesto ambientale, le strutture sono state affiancate da cento piante di vite in modo che negli anni queste si arrampichino lungo i moduli fino a fondere le due identità, il naturale e l’elemento architettonico. Così come oggi le strutture incoraggiano ciascun visitatore a guardare attraverso lo spazio museale ciò che li circonda, a sentirsi pienamente inseriti nello spazio della vigna, così in futuro saranno parte del paesaggio che oggi contempliamo.
Facendo un passo indietro, la mostra Paesaggi d’aria – organizzata dalla Fondazione Querini Stampalia di Venezia in collaborazione con il neonato Fondo Ghirri, che trova spazio nella Fondazione stessa – vuole celebrare il parallelismo di sguardi di Ghirri e di Friedman e Decavèle. Il percorso espositivo è stato messo a punto da Chiara Bertola e Giuliano Sergio in collaborazione con Livio Felluga e RAM radioartemobile, con il fine di proporre una riflessione sul paesaggio italiano, punto focale per tutti gli attori di questa mostra. Un paesaggio amato, ricercato, riscoperto e modellato in modo tale da proporne un’immagine altra rispetto a quella tradizionale, ma sempre ugualmente potente e fedele a se stessa.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/un-occhio-al-cielo-ed-uno-alla-terra-ghirri-friedman-e-decavele-alla-fondazione-querini-stampalia-di-venezia

Uomini che fotografano lo sguardo delle donne. Steve McCurry in mostra al Museo di San Domenico, Forlì

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
“Passo un sacco di tempo a guardare facce e facce e le facce sembrano raccontarmi una storia. Quando su un volto è scavata qualcosa dell’esperienza di vita, so che la foto che sto scattando rappresenta molto di più del semplice momento. So che qui c’è una storia.”  Steve McCurry spiega con semplici parole quella che è la ricerca di una vita, parte della quale è allestita negli spazi carichi di storia del San Domenico di Forlì, un complesso risalente al XIII secolo che comprende una chiesa e due chiostri, uno spazio protetto e isolato dal mondo. Un’esposizione realizzata da Biba Giacchetti insieme al fotografo, con cui ha scelto oltre 180 scatti sviluppati in diversi formati per raccontare com’è cambiato il suo sguardo osservando– in oltre trent’anni di carriera – il feminino in ogni angolo della Terra, da sempre e per sempre culla della vita ed universo a sé stante.
Steve McCurry, nato nel 1950 a Philadelphia, è un fotoreporter americano tra i più famosi al mondo, più o meno da quando catturò lo sguardo acceso e accigliato di una ragazza afgana in uno scatto poco dopo pubblicato in copertina sul National Geographic Magazine del giugno 1985. Si tratta della più nota uscita della rivista, di una fotografia che una volta vista non si dimentica, di un ritratto che per questi motivi è passato alla storia e ha consacrato Steve come una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea. McCurry ha l’indiscutibile pregio di saper combinare il fascino della luce e l’uso del colore – sempre accesi ed intensi, mai vinti dalla tragicità del contesto – alla percezione della tensione e dell’asprezza di una vita vissuta ai confini di tutti e sei i continenti, fondendo il proprio sguardo con quello di chi abita un tempo uguale al nostro ma in uno spazio totalmente differente. Le sue immagini sono immortali per la sua capacità di entrare in contatto con i soggetti ritratti, che siano Mujahidin oppure ragazzine vietnamite, che siano tribù sconosciute a noi occidentali oppure grandi nomi del nostro tempo, come il leader politico birmano Aung San Suu Kyi. I suoi lavori raccontano – attraverso singoli ed epici individui – lo strazio di popoli in guerra, tradiscono la malinconia per le culture che stanno scomparendo, la fierezza di tradizioni antiche e monitorano la novità e la vivacità del progresso contemporaneo, in tutte le sue sfaccettature.
La mostra vuole offrire la possibilità di un viaggio attraverso questo nostro tempo, avanzando tra donne di razze, culture, religioni ed età differenti, simboli e culla di ogni civiltà terrena, dispensatrici di pace e protezione, testimoni di vette ed abissi come le guerre, spesso ritratte a margine delle fotografie di McCurry. Mai il soggetto principale, ma spesso inevitabile sfondo e contesto. Una mostra che ripercorre per immagini la condizione della donna nel mondo, dai burqa dell’Afganistan alle spose bambine dell’India, fino all’incontro finale con Sharbat Gula, la giovane afgana da cui questo viaggio è iniziato.
Come dice la curatrice della mostra, Biba Giacchetti “Icons and Women è una retrospettiva che asserisce i principi della dignità e del rispetto verso qualunque esponente del genere umano e più in particolare nei confronti dell’universo femminile qualunque sia la latitudine, la razza e la condizione sociale. Valori non negoziabili, da affermare con determinazione, come ci insegnano gli sguardi colti dall’inconfondibile genio di Steve McCurry.”
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/uomini-che-fotografano-lo-sguardo-delle-donne-steve-mccurry-in-mostra-al-museo-di-san-domenico-forli

In Infinity we trust. Yayoi Kusama in mostra al Louisiana Museum di Copenaghen

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Il Louisiana Museum, situato sulla costa a largo di Copenaghen, si è coperto di pois per la prima volta dalla sua apertura, nel non lontano 1958, anno astrale che – combinazione – vide il felice approdo di Yayoi Kusama in terra americana, anzi, newyorkese. Da allora, il tempo e gli spazi hanno costruito il mito di quest’artista giapponese cresciuta nel rigore formale della pittura Nihonga – per sua natura influenzata dall’arte occidentale, con cui si fonde in un’unione di tradizione e innovazione culturale – e sbocciata nel colore e nelle forme, soprattutto vegetali, esposte nei musei di tutto il mondo, dal Museum of Modern Art di New York, al Walker Art Center nel Minneapolis, alla Tate Modern a Londra e al National Museum of Modern Art di Tokyo.
Il marchio di fabbrica di Kusama? Senza dubbio i pois, che la suggestionarono fin dagli esordi come disegnatrice a soli dieci anni e che continuano oggi ad affascinare i visitatori di ogni sua esposizione. Eppure, sono diversi i temi trattati da Kusama lungo la sua carriera decennale, un universo visivo in quest’occasione raccolto e suddiviso in un percorso cronologico e tematico suggestivo e incantato. “L’opera di Kusama, nonostante la sua vita interiore paradossalmente disturbata, per l’osservatore è pura delizia. La sua carriera, come appare qui in un’incantevole progressione di opere, è una concreta testimonianza del potenziale alchemico dell’arte.”
La prima sezione è intitolata Germogli ed è dedicata alle opere della sua giovinezza, costellate di puntini e caratterizzate da un pudore quasi stridente con lo stile effervescente che verrà in seguito. I soggetti preferiti dei suoi primi disegni ad inchiostro sono i suoi familiari ed i paesaggi della prefettura di Nagano, non lontano da Tokyo. La decisione di partire per New York cambiò tutto, rivoluzionando il suo approccio con l’arte anche grazie alle sue amicizie con i grandi dell’epoca, da Georgia O’Keeffe a Donald Judd, passando per stilisti e musicisti come Peter Gabriel, con cui realizzò il videotape Love town, che la rese una star. Non poteva mancare una sala dedicata alle Soft sculptures come Accumulation, filone dei primi anni Sessanta in cui Kusama era solita ammucchiare gli uni sugli altri in un groviglio tentacolare centinaia di tubi di stoffa, spesso decorate con puntini. A questo proposito non mancano sezioni della mostra dedicate alla pittura ossessiva di piccoli punti, conosciuti come un’unica serie dal titolo Infinity Net, riprodotta su tele enormi ma anche su oggetti e pareti, sul corpo e sui vestiti – tante le testimonianze fotografiche delle performance messe in atto negli anni Sessanta – oppure nelle famose installazioni tridimensionali a immersione totale. Infatti, in mostra vi è la possibilità di immergersi in Cosmos (1980) e in Mirror Room (Pumpkin) (1991), entrambe entrate a ragione nel libro d’oro delle produzioni dell’artista per la loro incredibile capacità di coinvolgimento dello spettatore.
I pois persistono nell’essere il filo conduttore che lega Kusama ad altre realtà come i grandi marchi di moda con cui ha creato capi ed accessori divenuti un fenomeno di costume, come nel caso della collaborazione con Vuitton nel 2012. Inoltre, risaltano come ornamento di altri soggetti cari all’artista come le zucche, vegetali la cui forma in qualunque dimensione diverte l’artista come una bambina.
kim
Proprio per via dell’allegra leggerezza delle forme astratte e dei colori accesi di questa eccentrica e sgargiante piccola nipponica, arancione fino alla punta dei capelli, è difficile immaginare quanto il suo percorso artistico sia dettato dal bisogno di mantenere un equilibrio interiore, di trovare pace e la serenità attraverso il suo lavoro. Dal 1977, pochi anni dopo aver lasciato una New York troppo violenta per fare ritorno in Giappone, Kusama si ricoverò volontariamente in una clinica psichiatrica di Tokyo dove vive e lavora tuttora. Afflitta da attacchi di panico e da allucinazioni, l’artista ultraottantenne si è ormai rassegnata all’idea di vivere in un secolo afflitto da guerre nucleari e atti terroristici, ma attraverso l’essere artista proclama e sostiene a gran voce la forza dell’amore.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/in-infinity-we-trust-yayoi-kusama-in-mostra-al-louisiana-museum-di-copenaghen

CONTEMPORARY POP ART. QUANDO WARHOL INCONTRO’ AI WEIWEI ALLA NATIONAL GALLERY OF VICTORIA, AUSTRALIA

Arte contemporanea, Arte moderna, East magazine, Mostre
Una mostra epocale, ecco come si preannuncia l’ultima esposizione dell’annata 2015 inaugurata pochi giorni fa a Melbourne negli spazi della National Gallery of Victoria, il più antico e prestigioso museo australiano. Una mostra che mette a confronto molte opere inedite di una delle icone dell’arte del XX secolo e di un artista dei giorni nostri, famoso per i suoi trascorsi politici burrascosi almeno quanto le sue grandiose installazioni. Epocale si prefigura anche il confronto culturale – tra pop art americana, arte contemporanea cinese e paesaggi australiani – e tecnico-linguistico – Polaroid e tele, video e musica versus installazioni inedite e assemblaggi di oggetti simbolo del fare artistico e patriottico dell’artista, ad esempio le biciclette.
Stiamo parlando della mostra intitolata semplicemente ed evocativamente Andy Warhol | Ai Weiwei, dedicata a due grandi portavoce dell’arte moderna e contemporanea, organizzata in modo tale da far dialogare 220 immagini di Andy Warhol – senza contare le circa 500 Polaroid allestite per mostrare in contemporanea la vita e i contesti in cui Warhol era solito lavorare – con 120 opere di Ai Wei wei (http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/liberi-confini-ai-weiwei-in-mostra-alla-royal-academy-of-arts-di-londra).
Andy Warhol, nato quasi un secolo fa, non è stato solo un artista ma anche un imprenditore dell’avanguardia creativa di massa e fondatore della celeberrima Factory, un predicatore che ha vestito i panni di regista, produttore cinematografico, direttore della fotografia, attore, sceneggiatore e montatore. In una parola, una figura eclettica. Fortemente ispirato dal contesto americano degli anni Cinquanta e Sessanta, supportò lo scambio e l’interazione tra artisti e tra i più disparati ambiti socio-culturali, restando sempre in prima linea fino alla sua morte, avvenuta nel 1987. Ha reinventato il significato di arte attraversi le sue opere più famose, realizzate in una sorta di catena di montaggio reinventata (serigrafia). Esse rappresentano in serie uguali e sempre diverse attori e cantanti, marchi famosi e fumetti, documentando la società dell’immagine dagli anni ’60 agli anni ’80 e proponendosi sul mercato alla stregua dei prodotti commercializzati dalla televisione e dalla pubblicità.
Dal canto suo Ai Wei wei, artista classe 1957, è noto per gli anni di confinamento nel suo paese natale, la Cina, a causa del suo impegno politico e delle sue opere di denuncia, malviste dal governo cinese. Egli è reduce da una grande personale londinese dove ha potuto presenziare per la prima volta dopo 4 anni di reclusione. Nonostante le pesanti misure restrittive che sono state prese nei suoi confronti, Ai Wei wei ha ribadito in più occasioni che la forza della sua arte, la fonte della sua ispirazione, è data dalla volontà di combattere un sistema ingiusto e di far conoscere la situazione del proprio paese nel mondo, per rivendicare i diritti del popolo cinese. Per questo motivo, è in prima linea soprattutto dall’interno della sua nazione, dove vive e lavora ma dove non può esporre le proprie opere, che in compenso vengono fatte viaggiare da un museo all’altro, attraverso i continenti. Opere come bandiere che sventolando testimoniano episodi gravi taciuti al mondo ma che si sono verificati in un passato appena dimenticato, raccontati oggi attraverso il lavoro di Ai Wei wei e del suo staff di collaboratori, tutti suoi connazionali. Per questa grande occasione di esposizione, gli sono stati commissionati alcuni nuovi lavori, tra cui un’installazione dal titolo Letgo Room, che è stata oggetto di grandi discussioni. In ottobre infatti, alcuni giornali hanno reso noto come la famosa azienda Lego si fosse rifiutata di vendere il materiale all’artista, accusato di farne un uso politico. Si tratta in effetti di un’installazione composta da due milioni di mattoncini di plastica assemblati per ritrarre i volti di venti attivisti australiani, personaggi impegnati della difesa dei diritti umani, della libertà di parola e di informazione, tra cui spiccano Julian Assange, Geoffrey Robertson QC, Peter Greste, Gillian Triggs, solo per citarne alcuni.
Una mostra epocale che dà voce a due artisti che, a distanza di decenni, incarnano la medesima forza rivoluzionaria, portata avanti non solo con le rispettive opere, cui fama e valore sono cresciute con i rispettivi autori, ma anche tramite azioni incancellabili, potenti e in qualche modo definitive non solo per il mondo dell’arte, ma per la storia ed il bagaglio culturale della collettività.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/contemporary-pop-art-quando-warhol-incontro-ai-weiwei-alla-national-gallery-of-victoria-in-australia

EARTHRISE. Visioni pre-ecologiche nell’arte italiana

Arshake, Arte moderna, Mostre
Nel girotondo di eventi che hanno accompagnato l’inaugurazione della ventiduesima edizione di Artissima, come d’abitudine organizzata il primo week end novembrino, si vuole ricordare anche l’apertura della nuova mostra del PAV – Parco Arte Vivente di Torino, visitabile fino al 21 febbraio 2016. Si tratta del terzo appuntamento organizzato per il centro d’arte torinese da Marco Scotini, critico e direttore del Dipartimento Arti Visive al NABA di Milano, da tempo sensibile allo scambio tra pratiche artistiche, politiche ed ecologiche.
L’allestimento di questa collettiva, intitolata Earthrise, è un omaggio al lavoro del gruppo di architetti fiorentini 9999 e di Gianfranco Baruchello, Ugo La Pietra e Piero Gilardi, uniti nel richiamo al titolo di un’immagine storica, scattata il 24 dicembre 1968 dall’astronauta William Anders durante la missione Apollo 8, ritraente la Terra vista per la prima volta da un essere umano, per la prima volta nell’orbita lunare.Questa fotografia del nostro pianeta è considerata la prima prova materiale dei limiti fisici e quindi della fragilità del nostro mondo, ed ha creato una consapevolezza globale che ebbe una grande influenza sui primi ecologisti dell’epoca, così come ha sensibilizzato il mondo dell’arte contemporanea.
Earthrise fa quindi riferimento ad un periodo storico ricco di ricerche pionieristiche portate avanti su più livelli di conoscenza, che in campo artistico si sono spinti oltre il concetto ideale di natura incontaminata, e hanno coinvolto la realtà quotidiana.Una mostra che mette quindi la Terra al centro di una nuova responsabilità sociale attraverso le opere di questi artisti italiani, in qualche caso già riunite più di quarant’anni fa nella mostra ormai storica dal titolo Italy: The New Domestic Landscape ospitata nel 1972 dal MoMA di New York. Parliamo del Progetto Apollo (1971) dei 9999, in cui la Luna viene immaginata come una novella arca di Noè in cui conservare i modelli della vita terrestre, e del modello abitativo Vegetable Garden House (1971), che si focalizza invece sull’introduzione del principio delle risorse riciclabili all’interno delle moderne e tecnologiche abitazioni, tema quanto mai attuale.
Invece, il progetto di Gianfranco Baruchello, Agricola Cornelia S.p.A. (1973-1983), ha coinvolto in un’unica realtà i concetti di estetica, agricoltura, zootecnia e vita, poiché ha creato una vera società che ha svolto tutte le attività proprie dell’azienda agricola, dalla coltivazione di ortaggi e alberi da frutto all’allevamento di ovini. L’idea di ecoambiente sviluppata da Baruchello nacque come un happening artistico-politico, ma in un paio di anni è diventato uno stile di vita, una scelta, la stessa scelta di riscoperta e costruzione che si legge nei frammenti di mondo di Piero Gilardi. Egli ricostruisce con il poliuretano quanto l’inquinamento ambientale ha profanato, ridando forma e aspetto originali a pezzi di Terra, che noi vediamo puliti ma senza vita. Disse Gilardi: «Sentii allora l’impulso immaginifico a ricreare quel frammento di paesaggio inquinato nel mio studio, ma completamente ripulito e organico». Earthrise continua dunque la ricerca avviata dal PAV, incentrata sulla volontà di individuare una genealogia tra le pratiche artistiche ed il nostro ecosistema, un linguaggio da amplificare e rendere comprensibile al pubblico. Perché, come dice Scotini «A noi ci piace riportare la gente sulla Terra».
http://www.arshake.com/earthrise-visioni-pre-ecologiche-nellarte-italiana-1967-73/