Project Marta: un archivio per l’arte contemporanea

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Master economia e management dell'arte e dei beni culturali

“Quando ho iniziato a collaborare con artisti contemporanei mi sono resa conto che non avevano tanti interlocutori con cui confrontarsi né indicazioni sui materiali migliori da utilizzare”.Benedetta Bodo di Albaretto, fondatrice di Project Marta, spiega così l’idea e la nascita del suo progetto, un archivio tecnico con l’obiettivo di tutelare e conservare le opere contemporanee attraverso le interviste con gli artisti. Project Marta si sviluppa su due livelli: uno tecnico e professionale che comprende le schede tecniche abbinate alle opere, e uno divulgativo che utilizza il sito internet del progetto per condividere le informazioni raccolte. Il sito viene utilizzato da artisti, collezionisti, galleristi e lavoratori del settore, costituendo un archivio dati consultabile e utilizzabile.

L’idea di Project Marta nasce durante gli anni di formazione di Benedetta Bodo di Albaretto che, collaborando con alcuni artisti contemporanei, aveva notato l’esigenza di fornire loro indicazioni legate ai materiali costitutivi delle opere e…

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Il mondo al di là dei muri. Khaled Jarrar e la sfida di vivere l’arte tra Israele e la Palestina

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Quel che succede sul nostro pianeta, con i suoi fatti di cronaca, le rivoluzioni epocali e le scoperte scientifiche – in generale con tutte le sue vicissitudini – lo veniamo a sapere prevalentemente tramite i media, che raccolgono informazioni da ogni dove e le riversano nelle nostre case attraverso internet, la televisione, i giornali. Rimaniamo quindi – giustamente, inevitabilmente – a distanza di sicurezza da quei luoghi teatro di divisioni e lotte interne, crocevia di tensioni e sofferenze legate a conflitti di religione, politici ed economici.
Situazioni al limite dell’umana concezione che da sempre segnano la vita dei popoli, ma mai come nel nostro tempo possono essere denunciate in tutto il mondo, ed addirittura possono essere raccontate nel dettaglio. Il problema è che in poco tempo siamo arrivati al punto di abituarci ed assuefarci al dolore, alla violenza che non bussa davvero alla porta di casa nostra ma che ci esplode comunque negli occhi tutti i giorni.
Uno scossone rispetto a questo tipo di reazione può arrivare sotto forme differenti, ed una di queste è legata al mondo dell’arte: così come noi rispondiamo in maniera differente quando gli avvenimenti ci toccano personalmente, così anche molti artisti vivono in prima persona realtà complesse e drammatiche. Descrivendo in prima persona il mondo da cui provengono, si avverte nelle loro opere il senso di responsabilità di chi deve portare un messaggio non banale, non pietoso, non tradizionale, perché è necessario che chi sta ascoltando registri le informazioni. E non dimentichi, ma si impegni ad approfondire, magari a contribuire a cambiare le cose.
Nato nel 1976 a Jenin, in Cisgiordania, Khaled Jarrar è un artista che oggi si batte, vive e lavora a Ramallah, in Palestina. Dopo un periodo di studi concluso negli anni Novanta presso il Politecnico della capitale, dove si è specializzato in Interior Design, ha iniziato il suo percorso artistico e scelto di laurearsi, anche se diversi anni dopo (nel 2011), all’Accademia delle Belle Arti. È stata un’ulteriore soglia da varcare, solo l’ultima di una serie aperta dalla sua testimonianza di artista “resistente” e dal suo vissuto, ovvero il fulcro del suo lavoro, quello che viaggia in tutto il mondo attraverso mostre personali e collettive, quello che ha portato il suo sguardo sulla realtà palestinese ed israeliana sotto gli occhi di tutti. Anche quando lui non ha potuto seguirlo, bloccato dalle autorità all’interno dei confini del suo paese perchè viaggiare non è una sua scelta, né un suo diritto. “Il suo lavoro è investito dalla testimonianza della realtà e dal catturare la storia come si dipana davanti ai suoi occhi – ha commentato il curatore e critico Massimiliano Gioni – purtroppo, è fin troppo chiaro che la realtà e la storia fanno a modo loro”.
Khaled Jarrar è noto per installazioni, performance, reportage e documentari, come The Infiltrators, presentato nel 2012 e vincitore di premi prestigiosi, tra cui la nona edizione del Dubai International Film Festival. Una viaggio all’interno del viaggio stesso, quello di un gruppo di palestinesi che attraversano da clandestini il muro di separazione tra Israele e Cisgiordania. Un lavoro che lo ha definitivamente consacrato nella rosa degli artisti capaci di piegare ogni mezzo a disposizione, che sia una fotografia oppure un video, alla necessità di far recepire e percepire la realtà spiazzante e violenta in cui è nato e ha scelto di vivere. Sono oltre dieci anni che Jarrar ha preso in mano la sua vita e ne ha fatto una testimonianza, una richiesta di ascolto, raccontando per sensazioni l’impatto delle lotte elettorali sui cittadini, l’occupazione israeliana della Cisgiordania, la clandestinità e la perdita di libertà di un popolo, attraverso lavori come Vivere e lavorare in Palestina, una serie di timbri e francobolli dello Stato di Palestina apposti su passaporti e su lettere da spedire, una forma di resistenza simbolica all’occupazione israeliana. Evidenziando ogni volta come le barriere che limitano la libertà dei popoli, fisiche e mentali, nulla possono contro la volontà di espressione, l’arte e la cultura.
“Tutto quello che faccio è in nome dell’arte, mi piace l’idea che l’arte ci dia tutta questa libertà e lo spazio per praticare la nostra creatività concretamente, non solo sulla carta. È così che possiamo sollevare domande e raccontare le storie che porteranno a soluzioni che ci permetteranno di andare oltre i confini.”
http://eastwest.eu/it/cultura/arte-e-architettura/il-mondo-al-di-la-dei-muri-khaled-jarrar-e-la-sfida-di-vivere-l-arte-tra-israele-e-la-palestina

L’Europa e i liberi confini negli scatti del fotografo Valerio Vincenzo

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Valerio Vincenzo è un fotografo napoletano, classe 1973, con una vita scandita dagli scatti e molti ricordi alle spalle legati al suo nomadismo professionale, diviso tra i Paesi Bassi, Parigi e Milano. Vincenzo ha vissuto i suoi primi vent’anni in un’Europa totalmente differente da quella che conosciamo oggi, un paese fatto di dogane e frontiere che dal 1995 si trovò ad attraversare, giovane studente di economia, con in tasca i documenti e una partnership in International management, direzione Francia.
Passare i controlli? Non una banalità, ha raccontato in un’intervista “Dovevi rispondere a certi requisiti, per esempio, avere una certa somma di denaro su un conto bancario francese. Noi, che eravamo tutti studenti, avevamo sviluppato questa tecnica: versavamo tutti i soldi sul conto di uno che faceva la sua domanda. Poi questi soldi passavano sul conto del secondo che faceva la sua domanda e così via. Io credo di essere stato chiamato in Prefettura cinque o sei volte, l’ultima volta, perché avevo firmato dei documenti con la penna blu, mentre avrei dovuto firmarli con quella nera”.
La possibilità di viaggiare e circolare liberamente, sancita dall’Accordo di Schengen tra gli anni Novanta e Duemila, è un privilegio che Vincenzo ha voluto ricordare e raccontare attraverso le sue immagini, scattate all’interno di un progetto fotografico cominciato dieci anni fa. Un percorso lungo più di 20.000 km, intrapreso lungo le rotte indicate dai GPS e dalle mappe stradali, alla ricerca di una traccia di quei confini oggi cancellati dalla natura e dall’uomo, una celebrazione della libertà resa attraverso la profonda serenità che alberga in più di 130 vedute. Percorrendo a zig-zag la frontiera, Vincenzo ha allenato il proprio occhio, capace negli anni di scovare posti forti, interessanti visivamente e storicamente “Uno dei posti più emozionanti che ho visto è la frontiera tra l’Austria e l’Ungheria: un posto molto intenso, dove, durante la Guerra Fredda, c’è stato il famoso pic-nic che ha dato il via all’abbattimento della Cortina di Ferro.”
Il progetto è stato ispirato dal ricordo del suo vissuto, ma è ad una foto di Cartier Bresson che raffigura una dogana a Bailleul, tra la Francia e il Belgio, che si deve la scintilla che ha fatto divampare Borderline – Frontiers of Peace. I 26 paesi appartenenti allo spazio Schengen, con i loro 16.500 km di confini oggi liberamente valicabili, sono stati attraversati dal fotografo nel corso di diversi viaggi. Il primo ha visto Vincenzo seguire la frontiera orientale della Francia, dal Belgio fino a Ventimiglia, scattando centinaia di fotografie di cui ne ha selezionate una decina, servendosene per finanziare i viaggi successivi. Così, anno dopo anno, ha raccolto i fondi per ogni nuovo viaggio, compiuto nel periodo estivo, cioè quando le giornate sono più lunghe e più luminose, ed è riuscito a portare a termine il progetto quasi allo scadere del decimo anno.
Anche se non è detto che si concluda definitivamente, anche vista l’attualità del tema proposto. “Per quello che vedo e che leggo, in realtà ormai è tardi: non si può più tornare indietro. La libera circolazione in Europa ha già mostrato tutti i suoi lati positivi per poterla cancellare in un attimo. […] Quella che si vede oggi è una situazione di crisi che non è destinata a durare. Anche la guerra in Siria un giorno finirà e, quel giorno, le migliaia di rifugiati che oggi bussano alle porte d’Europa torneranno nel proprio Paese. Quando è stata concepita l’area Schengen non si era previsto che potessero ricrearsi situazioni come quella attuale per cui si stanno creando dei problemi amministrativi che non si è in grado di risolvere.”
Fino al 15 giugno una selezione di immagini è stata esposta all’Italian Cultural Center di Zagabria, a seguito di altre esposizioni in Francia e Belgio susseguitesi a partire dall’inizio di quest’anno, consacrate in una pubblicazione dedicata.
http://eastwest.eu/it/cultura/arte-e-architettura/l-europa-e-i-liberi-confini-una-storia-giovane-raccontata-negli-scatti-del-fotografo-valerio-vincenzo

Che forma ha la precarietà dell’esistenza? Charles Ray al George Economou Collection Space di Atene

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George Economou è famoso per essere un milionario armatore greco, espatriato negli anni Settanta per studiare al prestigioso Massachusetts Institute of Technology, che ne ha fatto un grande ingegnere navale ed ha avviato la sua brillante carriera.
Ma è la sua grande passione per l’arte contemporanea, che lo ha portato ad essere un collezionista attento e strategico con un’esperienza ormai trentennale, che merita in questa sede la nostra attenzione. Infatti a cominciare dai primi anni ’90, George manifestò un amore dedicato, quasi esclusivo, nei confronti dell’arte europea del ventesimo secolo, soprattutto per le produzioni del secondo dopoguerra e per l’espressionismo tedesco. Conosciuto nell’ambiente per il lavoro di raccolta certosino con cui si è aggiudicato l’intera opera grafica di Otto Dix e Otto Mueller, George acquisì negli anni a venire anche molti capolavori di Anselm Kiefer, Georg Baselitz, Andreas Gursky, Ellsworth Kelly, Cady Noland e Charles Ray. Finchè, nel 2012, non decise di condividere con il pubblico la sua collezione, inaugurando uno spazio espositivo nei sobborghi di Atene che porta il suo nome e dove ogni anno vengono organizzate almeno un paio di mostre temporanee in collaborazione con istituzioni e curatori internazionali. Spesso si tratta di approfondimenti che partono da una o più opere della sua collezione, e questa occasione non fa eccezione; la mostra è infatti interamente dedicata a Charles Ray, artista americano suo coetaneo (classe 1953), ed è stata curata dallo stesso Ray in collaborazione con Gavin Delahunty, curatore del Dallas Museum of Art, e con Skarlet Smatana, direttrice del George Economou Collection Space.
Il nucleo centrale dell’esposizione pone in dialogo tra loro quattro importanti sculture dell’artista, realizzate a partire dagli Settanta, le quali hanno in qualche modo cadenzato la sua produzione ed il suo pensiero artistico. Ray infatti ha concentrato molta della sua attenzione nella realizzazione di readymades e di sculture, astratte o figurative, accomunate da un’aura percepibile dal visitatore, permeate da una realtà molto più complessa di ciò che percepiamo o immaginiamo, a volte del tutto contrastante con la materia di cui esse stesse sono fatte.
La mostra si apre con l’ultima creazione di Ray, una scultura in alluminio che riproduce i reperti archeologici provenienti dal santuario di Demetra nell’antica città greca di Eleusi, raffiguranti i Misteri Eleuisini ed oggi conservati al MET di New York, e continua attraverso opere che Ray ha realizzato partendo da oggetti comuni e da riflessioni quotidiane, come nel caso di Handheld Bird, 2006, una scultura in acciaio verniciata che riproduce un uccellino in forma embrionale, inducendo una riflessione allo stesso tempo cruda e tenera sulla trasformazione, sulla vita e sulla morte. D’altra parte, il linguaggio scultoreo di Ray spesso tradisce sensazioni di disagio, la consapevolezza che siamo esseri di passaggio su questa Terra, l’interesse a dare una rappresentazione molto intima e personale della provvisorietà dell’esistenza. È probabile che il fatto di avere una sorella schizofrenica lo abbia molto influenzato sia nell’approccio artistico quanto in quello della vita di tutti i giorni, come è emerso da un’intervista con Robert Storr del 1998. Alla domanda se vivere accanto a una schizofrenica avesse influenzato il suo lavoro, l’artista ha infatti risposto: “Molto, veramente molto. È stato un po’ come crescere con L’Esorcista. Davvero bizzarro e allo stesso tempo molto normale per noi. […] Ricordo che una volta i miei genitori ci portarono a fare quello che doveva essere un viaggio di cinque giorni nel Wisconsin, e [mia sorella] urlò a tutto spiano durante le sei ore di viaggio. Era come un urlo di Munch, qualcosa del genere, non aveva fine. E quando arrivammo non smise, così dovemmo stare in macchina con lei tutta la notte a turno, in gruppi – con l’urlo”.
http://eastwest.eu/it/cultura/che-forma-ha-la-precarieta-dell-esistenza-charles-ray-al-george-economou-collection-space-di-atene

Ai Weiwei portavoce dei rifugiati. L’arte per i valori e i diritti umani

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La situazione dei rifugiati politici è una ferita aperta che fa parlare quasi ogni giorno non solo quotidiani ed emittenti televisive, ma anche il mondo dell’arte e della cultura in generale, che partecipa attivamente al dialogo e alla denuncia.
Nel tentativo di dare voce a chi rischia di perderla del tutto, di scuotere gli animi anestetizzati di fronte a scene di violenza e disperazione che si ripetono da anni, e di contestare la crisi umanitaria più pesante del nostro tempo, gli artisti contemporanei riversano l’attualità in progetti toccanti, impossibili da ignorare. In particolare si pensi alla firma di Ai Weiwei, artista cinese ormai noto in tutto il mondo per i suoi sessant’anni da dissidente, particolarmente sensibile al difficile equilibrio tra libertà e tradizione, tra esilio e salvezza, a proposito di cui ha dichiarato Non c’è una crisi legata ai profughi, ma solo crisi umana… Nel trattare con i rifugiati abbiamo perso i nostri valori fondamentali”.
Lui che della difesa di questi diritti e valori umani ha fatto la sua ragione di vita, a fronte di un vissuto personale travagliato, di una lotta all’ultimo grido culminata in un arresto durato 81 giorni e nella revoca dei documenti che per lungo tempo l’hanno tenuto prigioniero nel suo stesso paese, l’artista ha scelto di farsi portavoce per coloro che non hanno più fiato. Oggi, di nuovo libero di muoversi per il mondo, Ai Weiwei ha scelto infatti di concentrare la propria energia creativa nel dare testimonianza dell’esperienza condivisa con i rifugiati, quella di vivere in un mondo in cui non tutti sono i benvenuti, non tutti trovano una nuova casa. “Ho pensato alla mia esperienza come rifugiato. Quando sono nato, mio padre, Ai Qing, è stato denunciato come nemico del partito e del popolo. Siamo stati mandati in un campo di lavoro in una regione remota lontano da casa […] È un’esperienza terribile essere considerato straniero nel tuo paese, nemico della tua gente e delle cose che mio padre amava di più”.
Il momento in cui l’artista cinese è tornato in possesso dei propri documenti e della propria libertà di movimento, nel 2015, ha coinciso con l’inasprirsi dei conflitti in Siria e l’esodo in Europa di migliaia di profughi, in fuga senza aiuti, senza sostegno, senza umanità. È allora che sono iniziate per l’artista le testimonianze pubbliche, come nel caso della marcia nel centro di Londra del 17 settembre 2015 in compagnia dello scultore indo-britannico Anish Kapoor e di decine di persone, con cui ha reclamato risposte “umane piuttosto che politiche” alla crisi dei migranti, il cui numero aveva già raggiunto la cifra record di 60 milioni.
Senza dimenticare le successive visite ai campi profughi di Lesvos, al confine tra la Grecia e l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia, che hanno innescato un meccanismo a catena, una raccolta di testimonianze lunga tutto il 2016 attraverso 22 paesi, dall‘Afghanistan al Bangladesh, dalla Francia all’Ungheria, dall’Iraq alla Giordania, dall’Italia al Kenya, dal Messico alla Palestina, Serbia. Venticinque le troupe cinematografiche coinvolte da Ai Weiwei con l’obiettivo ultimo di presentare al mondo – per la fine del 2017 – il documentario Human Flow, un lavoro di immersione nella tragica connessione tra esseri umani così diversi eppure così dolorosamente simili. Un’opera totalizzante, che l’artista ha definito “un viaggio personale, un tentativo di comprendere le condizioni dell’umanità nei nostri giorni”.
Ai Weiwei ha inoltre presentato una serie di altri progetti artistici che viaggiano per il mondo in parallelo, sempre incentrati sull’odissea globale contemporanea, e non ha intenzione di fermarsi. Ne sono un esempio Odyssey, l’installazione realizzata per lo spazio espositivo di ZAC – Zisa arti contemporanea a Palermo, che fino al 20 giugno 2017 interesserà l’intera superficie dell’area per circa 1000 metri quadrati. Si tratta di un’installazione realizzata attraverso una lunga ricerca iconografica – partendo dalle icone del Vecchio Testamento fino ad arrivare alle immagini tratte dai social media – tradotta e mostrata al pubblico sotto forma di materiale raccolto personalmente dall’artista ed organizzato con una grafica accattivante e attrattiva, in contrasto con i forti contenuti. Alla Galleria Nazionale di Praga è invece in mostra fino a gennaio 2018 “Law of the journey” (La legge del viaggio), un gommone gonfiabile lungo 70 metri contenente 258 sculture di rifugiati, di dimensioni più grandi del naturale, sospeso nella grande sala espositiva.
“In questo momento di incertezza, abbiamo bisogno di più tolleranza, compassione e fiducia per l’altro dal momento che tutti siamo uno. In caso contrario, l’umanità dovrà affrontare una crisi ancora più grande.”
http://eastwest.eu/it/cultura/ai-weiwei-portavoce-rifugiati-arte

L’arte di raccontare la vita e le emozioni in silenzio. Marisa Merz in mostra all’ Hammer Museum, Los Angeles

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Non è detto che le grandi donne siano sempre dietro i propri grandi uomini, a volte sono al loro fianco e condividono con loro la scena e – in questo caso – l’ispirazione e l’incredibile creatività. Parliamo di Marisa Merz, unica donna ammessa nel circuito dell’Arte Povera, protagonista silenziosa e schiva della scena artistica italiana da oltre cinquant’anni nonché moglie del compianto Mario, il papà degli igloo e delle infinite serie di Fibonacci.
Nonostante l’imponente ed esuberante presenza del marito, Marisa ha portato avanti con coerenza ed eleganza un percorso intimistico ed enigmatico, per molti versi visionario, che nell’arco di cinque decadi si è ancorato nell’immaginario collettivo non con meno forza delle opere di Mario, famose e riconoscibili in tante collezioni – museali e non – in giro per il mondo.
Al punto che oggi sono stati due i musei americani impegnati nella curatela della prima grandiosa retrospettiva dedicata alla minuta artista torinese: l’Hammer Museum di Los Angeles ed il Metropolitan Museum of Art di New York, che hanno collaborato a stretto giro con la Fondazione Merz di Torino per documentare ed aggiornare il lavoro di Marisa.
Classe 1926, Marisa esordì nel mondo dell’arte esattamente quarant’anni più tardi, esponendo nel suo studio di Torino alcune sculture realizzate con lamine di alluminio, opere dalle forme mobili e irregolari, che si opponevano con forza alla scultura tradizionale, terrena e pesante. Furono il suo interesse per i materiali grezzi – terra cruda e alluminio, ma anche cera e oggetti del quotidiano -, ed il suo minimalismo ad avvicinarla al gruppo dell’Arte Povera, di cui faceva parte anche Mario, all’epoca suo marito da oltre quindici anni.
Nel 1968, in occasione della collettiva Arte Povera + Azioni Povere cui fu invitata a partecipare, Marisa scelse di esporre alcune opere realizzate utilizzando delle coperte arrotolate e trattenute con filo di rame oppure nastro adesivo (Senza Titolo, 1966) ed altre ispirate all’infanzia della figlia Beatrice, realizzate ancora con filo di nylon, rame e lana. Fu così che l’artista introdusse nel linguaggio della scultura contemporanea il ricamo ed altre pratiche tradizionalmente legate al lavoro femminile, sconvolgendone la destinazione e attribuendo ai materiali ed alle tecniche scelte una nuova identità artistica.
Ispirata dai grandi del secolo, come Picasso e Calder, l’artista scelse con consapevolezza di introdurre nella scultura e nei suoi lavori la nozione del gioco e di leggerezza, senza per questo perdere di sensibilità e presenza all’interno delle proprie opere, tanto che la contaminazione continua tra dimensione privata e pubblica, tra componenti affettive e sperimentazioni materiche, è un fil rouge importante nella produzione dell’artista. Le sue opere sono custodi di significati e ricordi, strette in un abbraccio che comprende gli affetti e la vita quotidiana di Marisa, chiavi di lettura fondamentali del suo fare artistico.
Negli ultimi anni le sue opere sono state oggetto di numerose mostre personali museali, dal MADRE di Napoli allo Stedelijk Museum di Amsterdam, dal Kunstmuseum di Winterthur al Centre Pompidou di Parigi, in un crescendo di premi – il Leone d’oro della Biennale nel 2013, per citarne uno – e riconoscimenti che arriva quest’anno alla mostra curata da Connie Butler, curatrice dell’Hammer Museum, e da Ian Alteveer, associate curator presso il Dipartimento di Arte Moderna e Contemporanea del Metropolitan Museum of Art.
In esposizione circa un centinaio di opere, tra sculture, pitture e installazioni, dai primi esperimenti inseriti nel circuito dell’Arte Povera alle teste e volti enigmatici degli anni Ottanta e Novanta, fino alle più recenti installazioni. “Nel mio immaginario – spiega l’artista – quello che scopro, non lo chiamo conoscenza, per me, è la felicità . Appena diventa conoscenza, la felicità è perduta. Non so se la conoscenza contenga del dolore. Credo che sia la ripetizione, una cosa che conosci già. A differenza della felicità che è una sorpresa, uno stupore, quell’instante preciso, ecco. Ma io ho uno spirito bizzarro”.
http://eastwest.eu/it/cultura/arte-e-architettura/l-arte-di-raccontare-la-vita-e-le-emozioni-in-silenzio-marisa-merz-in-mostra-all-hammer-museum-los-angeles

Pol Bury e l’arte della lentezza in mostra al Palazzo delle Beaux Arts di Bruxelles

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Il Palazzo delle Beaux Arts di Bruxelles, da cui l’assonante pseudonimo di Bozar, è il centro museale per eccellenza della capitale belga. Il maestoso edificio deve la sua storia al banchiere e mecenate Henri Le Boeuf che, nel 1922, incaricò il maestro dell’art nouveau Victor Horta della costruzione di un palazzo a suo dire mancante in città, una struttura che fosse all’altezza ed in grado di accogliere concerti, mostre d’arte e manifestazioni legate al cinema, al teatro e alla danza.
Il risultato lo consacra ancora oggi come il centro culturale di riferimento, al suo interno vi trovano casa la Cineteca Reale e la sede dell’Orchestra Nazionale Belga, oltre al museo d’arte moderna e contemporanea, ospitante numerosi eventi temporanei, come la mostra che ha inaugurato l’anno espositivo 2017 e che chiuderà i battenti questo week end. L’esposizione è stata dedicata al connazionale Pol Bury, scomparso un decennio fa ma conosciuto in tutto il mondo per essere stato uno dei maggiori esponenti dell’arte cinetica, ma non solo. Un artista a 360°, che aveva la curiosità e la necessità di sperimentare tecniche e materiali innovativi, ma anche mondi paralleli a quello dell’arte, come l’oreficeria ad esempio.
Pol Bury nacque nel 1922, lo stesso anno in cui venne commissionato il progetto del Bozar, e proprio come nel caso di questo simbolo dell’art nouveau, anch’egli si differenzierà per dettagli e sfumature innovative, per plasticità e movimento unici nel loro genere. Il suo avvicinamento all’arte – dopo un periodo di formazione all’Accademia delle Belle Arti di Mons – sarà all’insegna del surrealismo, anche grazie all’incontro con Maigritte negli anni Quaranta, e culminerà nella partecipazione all’Esposizione universale surrealista del 1945. Bury non rimase indifferente nemmeno all’arte di Mondrian e di Mirò, il che spiega perché i suoi dipinti e i disegni degli anni Cinquanta vireranno verso l’Astrattismo, un tuffo nel segno e nel colore fino alla scoperta di Calder nel 1953, che fu per l’artista una vera e propria epifania. Incominciò quindi per Bury il tempo della scoperta, delle potenzialità e del fascino insiti in materiali come legno, acciaio e sughero, delle sperimentazioni in serie come Multiplans e Ponctuations, che lo traghetteranno verso le esposizioni degli anni Sessanta e verso l’approdo parigino. É datata 1961 la serie Ponctuations érectiles e 1963 la produzione dei famosi Volumes ouverts et fermés, sculture che integrano al loro interno il concetto di movimento rivisto da Bury in chiave personale e del tutto innovativa rispetto alle opere in Calder, basato sulla relazione tra componenti mobili ed immobili, su forme che lo spettatore può animare a suo gusto.
Dai pannelli costituiti da lame oblique verticali, la cui lettura varia in base al punto di vista e posizione dell’osservatore, al motore elettrico che animerà le sue opere dotandole di una lentezza calcolata, ai giochi di luce, alle sfere, ai dischi… tutti questi elementi scelti contribuiranno a costruire il linguaggio plastico – e riconoscibile – di Bury.
Negli anni la scultura di Bury evolverà ulteriormente, arrivando a crescere in dimensioni e imponenza, tant’è che molte delle sue opere più famose sono pubbliche e monumentali, e spesso si tratta di fontane, come quelle a Palais Royale a Parigi, ma non solo. Sfruttando l’energia dell’acqua per la forza cinetica, tramuta i getti e gli schizzi in una danza perpetua oggi visibile alla Fondazione Maeght di Saint-Paul-de-Vence, al Guggenheim Museum di New York, a Montecatini Terme.
Una retrospettiva ricca di contenuti ed opere di ogni genere, la più importante mai dedicata a Bury, l’artista belga più famoso da vent’anni a questa parte. “Per me il movimento è un mezzo, come il colore e la linea per i pittori. […] La percezione del movimento deve essere immediata ed evidente allo spettatore; Soprattutto, i mezzi utilizzati per creare l’animazione devono essere invisibili e facilmente dimenticati.”
http://eastwest.eu/it/cultura/pol-bury-e-l-arte-della-lentezza-in-mostra-al-palazzo-delle-beaux-arts-di-bruxelles

Carne y Arena (Virtually Present, Physically Invisible) di Alejandro Iñárritu al Festival di Cannes e alla Fondazione Prada

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Dal 18 al 28 maggioin anteprima assoluta al 70° Festival di Cannes, ed a seguire dal 7 giugno al 15 gennaio 2018 alla Fondazione Prada, su prenotazione, sarà possibile per tutti vivere l’installazione di realtà virtuale di Alejandro Iñárritu, intitolata Carne y Arena (Virtually Present, Physically Invisible).
Chiacchierato con anticipo ed ancora di più in questi giorni, dal momento che per la prima volta nella storia del Festival è stato incluso tra le proiezioni un progetto di realtà virtuale – chiaramente allestito in un luogo a parte, per la precisione un hangar – non si tratta quindi di un documentario, ma di un percorso emozionale.  Elaborato dal primo regista messicano premiato dall’Academy, insieme all’altrettanto pluripremiato Emmanuel Lubezki ed alla produttrice Mary Parent e ILMxLAB, si tratta di un prodotto unico nel suo genere per qualità e impatto emotivo.
Iñárritu, classe 1963, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico vincitore di quattro Premi Oscar, quattro Golden Globe, tre BAFTA e due David di Donatello, ha scelto di affrontare di pancia il difficile tema della condizione di migranti e rifugiati, spingendosi oltre il racconto, oltre alla visione, con l’idea di eliminare – letteralmente – qualsiasi confine e barriera tra il nostro mondo e quello da cui provengono “loro”. I visitatori che entrano in Carne y Arena diventano quindi – anche se per solo sei minuti e mezzo – veri rifugiati.
Infatti, ogni singolo visitatore si trova a far parte di un gruppo di immigrati, venendo in contatto con un contesto non sempre conosciuto nel dettaglio, di certo difficilmente percepito in maniera così concreta, reale come i personaggi con cui si trova ad interagire, quattordici persone vere che il regista ha conosciuto nell’arco di quattro anni di elaborazione del progetto “[..] ho avuto il privilegio di incontrare e intervistare molti rifugiati messicani e dell’America centrale. Le loro storie sono rimaste con me e per questo motivo ho invitato alcuni di loro a collaborare al progetto”.
L’immersione totale del pubblico, che accetta la perdita del punto di vista sicuro e rassicurante di semplice osservatore, comincia per mano di Iñárritu da un momento ben preciso. Immaginate di arrivare, dopo settimane di viaggio nel deserto, al confine tra Stati Uniti e Messico; immaginate la possibilità di essere arrestati e rinchiusi in quelli che sono chiamati las hieleras, i congelatori. Immaginate una media di due giorni di reclusione in una struttura non idonea all’accoglienza dei migranti, che separa i bambini dai genitori, seguendo un protocollo di controllo necessario ma spietato. Questa è la prospettiva migliore all’inizio del viaggio in Carne y Arena, un viaggio in cui siamo tutti clandestini, tutti possiamo essere arrestati, in cui ci troviamo scalzi e soli tra sconosciuti in fuga, in una situazione pericolo, di armi e riflettori puntati, una realtà in cui il mondo è minaccioso e il futuro che non sia la terra promessa fa davvero paura.
“L’inclusione del progetto di Iñárritu nella Selezione Ufficiale del Festival de Cannes 2017 incarna alla perfezione la vocazione sperimentale di Fondazione Prada e la sua continua ricerca di possibili scambi tra cinema, tecnologia e arte” ha detto Germano Celant, ed è certamente una sfida che ha raccolto il giusto quantitativo di applausi e di commozione, per un’edizione del Festival che racconta il nostro tempo con un’arma in più, quella della realtà virtuale.
http://eastwest.eu/it/cultura/carne-y-arena-virtually-present-physically-invisible-di-alejandro-inarritu-festival-di-canne-fondazione-prada

Bruce Conner in mostra al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid

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“Penso sempre che il mio approccio (all’arte) sia del diciannovesimo secolo. Non uso niente di quella che chiamano era tecnologica. Non faccio arte elettronica. Tutto quello che facevo nelle pellicole era stato sviluppato da Georges Méliès nel 1900.”
Termina questo week end il viaggio di un’ampia retrospettiva organizzata dal Moma di New York, dal SFMoMA di San Francisco e dal Reina Sofia di Madrid, dedicata alla carriera di un grande artista americano scomparso da quasi un decennio, indimenticato nel panorama internazionale degli addetti ai lavori, meno noto al grande pubblico. Per ovviare a questa mancanza, il museo madrileno ha colto con entusiasmo la possibilità di esporre le sue opere – per la prima volta in terra spagnola in una personale – e contribuire così alla riscoperta di un artista che ha vissuto gli anni d’oro dal dopoguerra al nuovo millennio americano, distinguendosi per ecletticità e capacità di innovazione oltre che per il suo vivere ai margini del contesto artistico riconosciuto dell’epoca.
Parliamo di Bruce Conner, classe 1933, nato in Kansas e vissuto a lungo a San Francisco, uno dei primi artisti a produrre installazioni e readymade, volutamente tenutosi alla larga dalle più famose avanguardie del suo tempo, dalla Pop Art al Fluxus, in cui non si riconosceva. Un pioniere solitario dell’arte moderna americana, insomma, meritevole di aver prodotto un campionario incredibile di opere molto diverse tra loro, unite dal fil rouge delle atmosfere surreali e lucidamente disilluse, quasi spaventate e spaventose rispetto alla descrizione del presente storico rappresentato dall’artista. La mostra itinerante approdata a Madrid qualche mese fa ha messo a fuoco la carriera di Conner attraverso oltre duecentocinquanta opere su carta e su tela, sculture e videoinstallazioni, visioni di un artista che ha guardato all’America del secondo Novecento con occhio disincantato e spietato, senza per questo rinunciare ad una dose di cinica ironia.
Dalla politica estera ai mass media, dal consumismo alla cultura retrograda e razzista, ogni aspetto negativo dell’America a stelle e strisce è stato analizzato e denunciato da Conner senza risparmio di media né di energie ed idee, viste le produzioni di oggetti ibridi e assemblage, collage di pellicole – ha ridefinito il concetto di filmato, aggiungendo sequenze girate da lui in 16 mm a film veri e propri – persino Body Art e performance. “Ho sempre saputo di trovarmi al di fuori della corrente artistica commerciale. Il mio lavoro è stato collocato in un ambito che avrebbe cambiato nome più volte: film d’avanguardia, film sperimentale, film indipendente, ecc. Ho cercato di creare opere cinematografiche che fossero capaci di comunicare alle persone al di fuori di un dialogo limitato al solo stile ‘esoterico’, ‘avanguardista’ o ‘di culto’. È un gergo che non mi piace”.
Una mostra che spiazza e coinvolge lo spettatore attraverso numerosi assemblage, composti da bambole inquietanti e oggetti pericolosi o disgustosi come mozziconi, lamette, capelli, calze usate. Continua attraverso la proiezione di A Movie (1958), 180 frammenti di film in 16 mm dove il mito americano si annulla in un’angosciante rappresentazione di violenze militari e domestiche, soprattutto sulle donne, la serie Mandala, disegni surreali in bianco e nero realizzati a pennarello, oppure Child, una scultura in cera nera che fece molto parlare di sé al San Francisco Art Association Artist Member Show del 1959, dal momento che ritraeva un bambino terrorizzato e legato ad un seggiolone, un’opera ispirata al caso di Caryl Chessman, condannato a morte per molestie sessuali.
“Penso che la differenza tra un comportamento socialmente inaccettabile e un comportamento socialmente accettabile sia qualunque tipo di follia che l’attuale società e la cultura accettano come valide, e fino a quando sei inserito in questa definizione ti è consentito di continuare [ad agire] anche se sei assolutamente fuori di testa, cosa che sembra accadere troppe volte.”
http://eastwest.eu/it/cultura/bruce-conner-in-mostra-al-museo-nacional-centro-de-arte-reina-sofia-madrid

Scenari maestosamente imprevedibili. Pierre Huyghe in mostra al Guggenheim di Bilbao

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Pierre Huyghe è un artista contemporaneo francese che potremmo definire, in una parola, imprevedibile.
Il suo lavoro è infatti certamente non identificabile in un’unica tipologia né riconducibile ad una specifica classe di media o strategie comunicative. L’unica certezza della sua arte si colloca nella componente interattiva quasi imprescindibile di ogni suo nuovo lavoro, la quale genera una forza attrattiva incredibile sul pubblico, permettendo così all’opera stessa di compiersi.
Lo so bene perché un paio di anni fa mi sono trovata su un battello in mezzo al mare – oltretutto trovato a fatica, una vera caccia al tesoro – alle coordinate 40°52’32’’ N, 28°58’18’’ E, a spingere lo sguardo oltre i flutti ed una boa rossa, immaginando le forme e la varietà della fauna marina che nel tempo crescerà e si moltiplicherà, inglobando una misteriosa collezione di oggetti depositati sul fondale dall’artista. Si trattava di Abyssal Plain, un’installazione in progress pensata per la quattordicesima Biennale di Istanbul, un’opera come avrete capito non visibile a occhio nudo ma incredibile a prescindere dai suoi contorni inesistenti.
Un artista poliedrico, Huyghe, fin dalla sua formazione alla École Nationale Supérieure des Arts Décoratifs nella Parigi degli anni Ottanta, uno sperimentatore con la spiccata tendenza alla fascinazione del suo pubblico. Huyghe ha sempre concentrato la propria attenzione sulla volontà e la capacità umana di creare qualcosa di unico e al tempo stesso leggibile pienamente all’interno di un contesto, per quanto onirico ed insolito, ed è per questo motivo che in diverse occasioni egli è stato definito un essenzialista.
La visione del mondo di Huyghe rifugge l’isolamento e lavora sull’unità, allenandoci a leggere il mondo attraverso le sue possibili appartenenze, anche quando il confine tra la narrativa e la realtà è molto relativo.
La retrospettiva che il Centre Pompidou gli ha dedicato nel 2014 ha raccolto e raccontato perfettamente questi esercizi carichi di significati nascosti, ricordando circa 50 scenari maestosi entro cui si sono svolti incontri inaspettati e spontanei, ed in cui la trasformazione, l’imprevedibilità ed il tempo sono stati protagonisti.
Nel caso dell’opera in mostra al Guggenheim di Bilbao, dal titolo (Untitled) Human Mask, parliamo di un video realizzato dall’artista nel 2014 per raccontare una storia ai suoi spettatori.
In scena, una scimmia con una maschera che ricorda il volto di una geisha si aggira in uno scenario post-apocalittico, un paesaggio giapponese ispirato alla devastazione vissuta dopo lo tsunami e il disastro nucleare di Fukushima. L’idea è venuta all’artista francese dopo aver saputo dell’esistenza di due scimmie che servivano come camerieri in una sake house nella stessa zona del cataclisma.
Un’opera ispirata dunque a episodi legati alla nostra contemporaneità, una scena ambientata in un ristorante abbandonato e decadente, dove la scimmia, cui basta una maschera per assumere movenze incredibilmente umane, sembra attendere clienti che non arriveranno mai. Passa da una stanza del locale all’altra, fermandosi ad ascoltare il suono di qualcuno che forse si avvicina, guardando fuori dalla finestra, dondolando le zampe da una sedia. Un personaggio intrappolato in una routine surreale i cui contorni, secondo l’artista, non sono altro che la forma della condizione umana.
“Segni, simboli e archetipi hanno una vita, compaiono, scompaiono, e contemporaneamente io cerco di conservare questo ritmo in una forma di permanenza. Quel che conta per me è la condizione cui una cosa arriva, e organizzo queste condizioni, che sono fabbricate e artificiali.”
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