Bianco e nero in movimento. William Kentridge al Lousiana Museum of Modern Art

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Presentato alla fine degli anni Cinquanta come una prima vera casa per l’arte moderna danese – da cui tra l’altro il nome Lousiana, mantenuto anche dopo che, da casa di campagna, venne convertita in museo – non passò molto tempo che il Lousiana Museum of Modern Art decise di ampliare i suoi orizzonti e raccogliere l’eredità artistica di grandi nomi non solo dalla Danimarca, ma da tutto il mondo.

Il merito dell’ampliamento di vedute a livello di acquisizione e organizzazione museale fu proprio del fondatore del museo, Knud W. Jensen, il quale avvertì la necessità di insegnare ai danesi ad apprezzare e capire l’arte del loro tempo. Per farlo nella maniera più efficace, egli diede loro modo di vederla dal vivo, applicando quello che nel tempo venne riconosciuto e raccontato come il principio della sauna. Jensen organizzava esposizioni divise in due sezioni, una “calda” con grandi nomi dell’arte ed opere riconoscibili dal pubblico in visita, ed una “fredda”, allestita e pensata per ospitare artisti emergenti, in dialogo con i più famosi precursori, ampliando così le conoscenze del suo pubblico, e le possibilità degli artisti di farsi un nome.

Chi non ha certo bisogno di farsi conoscere, anche se è alla sua prima personale in terra danese, è il sudafricano William Kentridge, artista bianco che con i suoi disegni neri di carboncino, le sue incisioni, le sue stampe ed i collage, ha percorso una lunga strada che dagli anni Settanta l’ha portato – attraverso una formazione eterogenea – a girare tutto il mondo. Infatti, dopo gli studi universitari di storia e politica, Kentridge decise di dedicarsi alla pittura, senza i risultati sperati, per poi approdare al teatro e alla pubblicità, che lo portarono ad elaborare una tecnica per animare i suoi carboncini, la stessa che ne fece infine un artista e che oggi è la sua firma. “Quando ho iniziato era uno strumento per registrare le varie fasi di fattura del disegno. Solo dopo mi sono reso conto che mi permetteva di visualizzare lo stratificarsi degli eventi, il che mi sembrava una descrizione del modo in cui funziona la mente. Quando disegno non so bene dove mi porterà quello che faccio. Non uso storyboard, il principio è che nulla è fissato a priori. E’ come pensare, o forse qualcosa di ancora più complesso.”

I montaggi che derivarono da questa pratica tradirono da subito l’occhio di un testimone presente e vigile rispetto alla condizione di un paese tormentato. Il suo è soprattutto un lavoro di denuncia, che racconta l’asprezza della vita nelle zone industriali e minerarie di Johannesburg, gli abusi ed ingiustizie, i tanti volti dell’apartheid, la violenza del colonialismo, e lo fa tratteggiando, cancellando e disegnando di nuovo tutto ciò che affiora dall’esperienza personale e collettiva, dai quotidiani come dalla quotidianità. Questo processo del divenire, apparentemente così immediato e spontaneo e fondamentale per l’artista, spesso finisce per marcare profondamente la scena, a volte appesantendola nel tracciarne la sedimentazione di eventi e memorie. Oggi, quest’urgenza si è evoluta anche in grandi installazioni che coinvolgono elementi teatrali e musicali, performance ed opere in spazi pubblici, come il chiacchierato fregio di 550 metri intitolato Triumphs and Laments e realizzato sul Lungotevere.

Il centro della mostra al Lousiana Museum of Modern Art è indubbiamente il concetto di umanità, raffigurata nelle sue tante sfaccettature: colonizzata, oppressa, in fuga ma anche intenta a sognare un futuro migliore. Con grande empatia e poesia, solcata a tratti da umorismo, le opere di Kentridge mostrano la forza e la tenacia di un’umanità che ha attraversato il mondo, spingendosi oltre i concetti di tempo e di ideologia.  “Gran parte di quanto succede nel mondo ci chiede di dargli un senso, specie la sofferenza umana. L’arte è un tentativo. Le mie opere accolgono l’esperienza quotidiana, la vita e gli oggetti domestici, la sensualità e le notizie drammatiche. Per me l’opera è più una domanda che una consolazione.”

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Giambattista e Giandomenico Tiepolo. Il Settecento Veneto alla corte di Miradolo

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Quasi dieci anni fa le porte del Castello di Miradolo si sono aperte al pubblico per volontà della signora Maria Luisa Cosso, che acquisendo la proprietà del castello ha scelto di investire tutte le proprie energie in un ambizioso progetto di riqualificazione e promozione culturale, inaugurando le attività della Fondazione Cosso.
Infatti il Castello di Miradolo, situato all’imbocco della Val Chisone da cinque secoli, è stato abitato dagli eredi della famiglia Cacherano d’Osasco fino alla metà del Novecento, quando la proprietà venne donata alla Provincia religiosa di San Marzano di don Orione, che fece del palazzo una casa per esercizi spirituali, sconvolgendone spazi ed impianti ed infine – a causa di nuove normative stringenti in merito agli spazi d’accoglienza e ricovero – abbandonandola all’incuria del tempo.
Il Natale appena passato ha portato alla Fondazione Cosso un regalo importante, un meritato riconoscimento del lavoro portato avanti sia sul fronte del recupero architettonico e storico degli spazi decaduti del Castello, sia dal punto di vista della sempre attenta offerta culturale proposta.
Infatti il professor Giovanni Villa, direttore di Palazzo Chiericati a Vicenza, ha scelto proprio il periodo natalizio per offrire alla Fondazione la possibilità di esporre nelle sue sale un selezionato nucleo di opere provenienti dagli spazi espositivi della Pinacoteca, attualmente in ristrutturazione. La direttrice della Fondazione non ha nascosto di aver pensato inizialmente ad un errore, ad uno scherzo, dal momento che le opere in questione costituiscono un nucleo di eccezionale qualità e prestigio, il cuore della pittura veneta settecentesca, capolavori dei Tiepolo, Marco e Sebastiano Ricci, Luca Carlevarijs ed altri grandi maestri veneti, da Aviani a Brisighella, andati in esposizione al Louvre, alla Tate e nei musei più rinomati al mondo.
In meno di un mese è stata approntata la selezione e la disposizione tematica delle opere, non senza attente pianificazioni e strategie organizzative, dal momento che gli spazi del Castello di Miradolo hanno accolto ad oggi opere di dimensioni certamente più contenute. Il 25 febbraio, ad appena una manciata di giorni dal disallestimento della mostra precedente – a riprova delle capacità ormai consolidate dello staff della Fondazione Cosso – è stata infine inaugurata Tiepolo e il Settecento veneto, esposizione curata personalmente da Giovanni Villa, che accompagna il pubblico in un percorso cadenzato da dipinti, disegni, acqueforti, incisioni e sculture, attraverso tutto l’ultimo secolo di storia dell’arte in cui l’Italia si distinse nel mondo per genio e creatività, tecnica e prospettiva.
La prima sala offre allo sguardo del pubblico due incredibili vedute di Sebastiano Ricci e del nipote Marco, veneziani per eccellenza, grandi viaggiatori ed osservatori, pittori creativi e sontuosi la cui teatralità decorativa è perfettamente riassunta in Prospettiva di rovine con figure, un dipinto in cui l’alternanza di piani di luce e ombra è protagonista tanto quanto i dettagli dei monumenti e dei personaggi attentamente delineati. Un’eredità raccolta dal Carlevarijs, la cui capacità di sintesi tra realtà e immaginazione ha dato vita a “capricci” barocchi incredibili, un vanto in termini di padronanza dell’atmosfera pittorica in ambito europeo.
Nell’ultimo secolo che vide Venezia brillare nel ruolo di capitale dell’arte italiana, un ruolo cruciale è ovviamente rivestito dai Tiepolo, Giambattista e il figlio Giandomenico, la cui fama li portò alle grandi corti europee. Le prime due sale del piano superiore del Castello testimoniano, attraverso le pale d’altare raffiguranti l’Estasi di san Francesco e l’Immacolata Concezione, la grandiosità delle loro capacità tecniche, dei contrasti chiaroscurali toccanti, nella resa dei bianchi e nella morbida setosità delle stoffe.
Il percorso prosegue con una grandiosa – e poco conosciuta – selezione di Scherzi e Capricci, in cui scenari classici si legano a narrazioni di sacrifici pagani, scene tratte da leggende e superstizioni paesane, paesaggi agresti, reinterpretati da Giambattista in dettagliatissime acqueforti.
Il tutto accompagnato da un sottofondo musicale dedicato, come ormai tradizione della Fondazione Cosso, che riserva da anni una particolare attenzione alla produzione di un’installazione sonora per ogni nuovo allestimento, per ricreare la suggestione di un’epoca e, rimandando alle opere esposte, all’ambiente artistico e alla stagione pittorica cui appartengono.
http://eastwest.eu/it/cultura/arte-e-architettura/giambattista-e-giandomenico-tiepolo-il-settecento-veneto-alla-corte-di-miradolo?utm_content=buffer828ec&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

Come traccia su una lavagna. Tacita Dean al Museo Tamayo di Città del Messico

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Il Museo Tamayo di Arte Contemporanea si trova all’interno del Bosque de Chapultepec, al margine del quartiere di Polanco, nell’immensa Città del Messico. Nelle sue immediate vicinanze si trovano anche il Museo di Arte Moderna e il Museo Nazionale di Antropologia, il Castillo de Chapultepec e l’Auditorium nazionale, a fianco del quale sono presenti numerosi teatri di piccole e medie dimensioni e sale spettacolo.
Nell’insieme, queste istituzioni formano uno dei due assi culturali di Città del Messico, dove il Tamayo si è distinto come il primo museo pubblico dell’America Latina dedicato all’arte contemporanea, ed ancora oggi è uno dei due centri più influenti a livello di promozione culturale moderna in Messico. Inaugurato nel 1981, è stato culla di una vera rivoluzione, onorando il nome del pittore a cui è dedicato, ricordato soprattutto tra i latini per aver incarnato lo spirito nazionale messicano negli anni successivi alla rivoluzione del 1910.
Tacita Dean invece è nata a Canterbury, in Gran Bretagna, nel 1965, ed anche se da anni la sua vita e il suo lavoro sono a Berlino, grande capitale del contemporaneo europeo, la Royal Academy of Art di Londra l’8 dicembre del 2008 l’ha nominata tra i suoi membri, descrivendola come una “pittrice che si occupa di mare e reliquie architettoniche”. Questo nonostante Tacita non sia solo una pittrice, ma anche una fotografa ed una videoartista, un’artista a tutto tondo con un’incredibile capacità di saper rallentare la frenesia di un contesto oppure al contrario di trasformare una situazione apparentemente immobile in un’opera vivente ed animata. Artista sfuggente, le “reliquie” di Tacita non sono tanto architettoniche quanto esistenziali, e puntano il dito e l’attenzione su scenari, storie e luoghi che non ci sono più o rischiano di scomparire. La varietà di tecniche e materiali con cui si è rapportata negli anni, e che hanno affascinato critici e appassionati di tutto il mondo, spaziano dal montaggio di pellicole in 16 millimetri, famose per il tempo lento e misurato del loro scorrere, all’incisione su lastre di alabastro, dai disegni a inchiostro di ogni dimensione ai collage fatti di cartoline, vecchie foto e ritagli di libri, ai suoi famosi quadrifogli, raccolti fin da quando era bambina.
Restia a rilasciare commenti o interviste, risulta particolarmente tagliente la risposta ad una domanda posta qualche tempo fa da una giornalista “Ma quanto della sua vita privata entra nelle sue opere?” a cui seguì la semplice e concisa risposta “Tutto”. Una vita fatta di ricerca, di curiosità e di pazienza, di lentezza misurata – anche a causa dell’artrite che la accompagna da anni – e di elaborazione di storie e pensieri. Molti dei suoi lavori più toccanti raccontano o sono ispirati da vicende affascinanti, come nel caso della sua opera più famosa, Lost at sea, che narra di Donald Crowhurst, che nel 1968 tentò la circumnavigazione del mondo per salvarsi da un crack finanziario e, non riuscendo nell’impresa, tentò di falsificarla redigendo mesi di falsi diari di bordo, fino al naufragio e alla morte.
Questa prima personale di Tacita Dean in Messico ha voluto rendere omaggio al suo percorso raccogliendo una selezione di una novantina di lavori differenti per soggetto ed espressione stilistica, comprendendo anche la sua produzione più recente, quasi inedita. Il fil rouge del percorso risiede nella personale sensazione dell’artista del tempo che passa, unitamente all’interpretazione del concetto di passato. Un invito a fare lo stesso da spettatori, con un’altra storia alle spalle ed un altro punto di vista, perché tutto il lavoro di Tacita conduce in una direzione ben precisa, ovvero alla consapevolezza che ogni cosa ha un’identità differente a seconda di chi e di come la osservi.
http://eastwest.eu/it/cultura/arte-e-architettura/tacita-dean-al-museo-tamayo-di-citta-del-messico

L’arte di cambiare, connettersi e andare avanti. Tatsuo Miyajima al Museum Contemporary Art di Sydney

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Inserita all’interno del programma Sydney International Art Series 2016-17, il Museum Contemporary Art (più noto come MCA) della capitale, con i suoi 4500 mq espositivi disposti su vari livelli, ha ospitato per la prima volta una personale dell’artista giapponese Tatsuo Miyajima, il guru dell’applicazione di tecnologie innovative in ambito artistico.
Celebre soprattutto per le sue spettacolari installazioni immersive, l’artista è noto per saper coniugare con eleganza tecnologia e spiritualità, esplorando la ciclicità dell’esistenza e invitando il fruitore a riflettere su limiti e potenzialità umane. Così, per la prima volta nell’emisfero a sud dell’Equatore, è possibile entrare letteralmente in contatto – attraverso interventi ambientali, opere tridimensionali e video-performance – con i tre principi guida alla base del credo artistico di Miyajima, ovvero la capacità di cambiare, di restare in contatto con tutto, e di andare sempre avanti. “Una costante della nostra vita è il fatto che siamo in continua evoluzione. Nel pensiero occidentale, la permanenza si riferisce a un senso di costanza, senza modifiche. Nella filosofia orientale e buddista, il cambiamento è naturale e costante”.
Nato nel 1957 a Ibaraki, in Giappone, Miyajima ha studiato presso l’Università Nazionale di Belle Arti e della Musica di Tokyo fino alla fine degli anni Ottanta, quando ha iniziato ad alternare la scultura con sperimentazioni performative di circuiti elettrici, video e computer. Oggi la sua vera firma, il tratto espressivo per cui egli è famoso in tutto il mondo, sono le sue simboliche installazioni luminose, numeri lampeggianti in cicli da 1 a 9 che rappresentano il viaggio dalla vita alla morte e testimoniano i suoi tre principi guida. Infatti, i numeri creati con LED di Miyajima possono essere disposti in griglie, torri, gruppi integrati complessi o in circuiti, ma sono sempre accomunati dall’essere allineati nella sua idea di continuità, di collegamento e di eternità. Miyajima non ha mai fatto mistero della forte connessione tra la sua visione dell’arte ed i principi del buddhismo, dichiarando come “Mi ha permesso di chiarire la mia visione e la direzione, e mi ha aiutato a capire il motivo per cui stavo creando arte ed ero diventato un artista. In altre parole, ha reso evidenza per me che stavo facendo arte per la gente, non per l’arte. Questo mi ha dato una nuova prospettiva.”
La sua visione dell’esistenza ha preso corpo e trovato voce negli anni Novanta all’interno di collettive e spazi espositivi internazionali prestigiosi, dalla Biennale di Venezia del 1988 e 1999 alla Fondation Cartier pour l’Art Contemporain nel 1996, passando per il San Francisco Museum of Modern Art e finendo per essere scelto come Vice Presidente della Tohoku University of Art and Design.
Alcune opere in mostra a Sydney, come Mega Death (1999-2016), hanno attraversato tutta la produzione artistica di Miyajima, offrendo spunti interpretativi e sensoriali affascinanti, come nel caso del colore blu utilizzato in quest’ambiente, che suggerisce il cielo, l’universo e l’infinito. Uno spazio illuminato da singoli numeri LED che però improvvisamente, a turno, si spengono. L’opera rappresenta la caducità della vita, un imponente memoriale alle morti causate nel secolo scorso dalle guerre mondiali, dall’atomica, da Auschwitz. Una riflessione potente sul potere di devastazione e sulla capacità dell’umanità di guarire e ricominciare.
Altri lavori in mostra sono quasi inediti, come Arrow of Time (2016), installato solo un’altra volta presso il Met Breuer di New York, che offre una riflessione sul concetto astronomico di irreversibilità del tempo. Quest’ultimo è inteso come una situazione che non può fare ritorno, irripetibile, ed evidenziata per questo da led rossi, scelti per esprimere cautela e urgenza rispetto al nostro passaggio in questo tempo e in questo spazio. “Nella vita di tutti i giorni si tende a dimenticare questa realtà così fragile, ed io vorrei comunicare e ricordare che viviamo in momenti che non possono essere recuperati.”
http://eastwest.eu/it/cultura/arte-e-architettura/l-arte-di-cambiare-connettersi-e-andare-avanti-tatsuo-miyajima-al-museum-contemporary-art-di-sydney

L’arte dell’imperfezione. Urs Fischer in mostra alla Fondazione Vincent Van Gogh di Arles

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Il 20 febbraio 1888 Vincent Van Gogh approdò ad Arles per la prima volta, e nello spazio di un anno – fino al 3 maggio 1889 – la luce, i paesaggi, i colori che lo circondarono vennero assorbiti dalle sue tele, dai suoi disegni, dalle pennellate. Il paesaggio provenzale con le sue luci violente e gli ulivi così mobili e deformi, il suo sole ed i suoi cipressi acuminati, ispirò i capolavori di Van Gogh, accogliendo il pittore nel culmine del suo squilibrio psichico.
In questi luoghi oggi sorge uno spazio destinato ad accogliere gli artisti il cui lavoro fa in qualche modo riferimento alle opere di Van Gogh ed al suo periodo ad Arles. Infatti, nel 1983 Yolande Clergue fondò l’Associazione che quasi vent’anni dopo diede i natali alla Fondazione, situata presso l’Hôtel Léautaud de Donines, centro nevralgico di scambi artistici e contributi internazionali, come nel caso della mostra di Urs Fischer appena conclusasi con gran successo di pubblico.
Urs Fischer – scultore autodidatta classe 1973 conosciuto come il “Cattelan svizzero” – è famoso per l’utilizzo di oggetti quotidiani nelle sue installazioni. Che si tratti di animali, sedie oppure candele, tutto nelle sue mani si trasforma in combinazioni di eternità e fugacità, illusione e realtà, brutalità e leggerezza.
Le sue opere rappresentano la ricerca di un personale equilibrio in ciò che è in perenne mutamento, e di accettazione del disordine quotidiano. “L’unico aspetto interessante dell’arte è quello che uno fa durante la sua intera esistenza e la possibilità che ha l’arte di viaggiare nel tempo. L’arte sopravvive solo grazie all’eccellenza di pochi geni del passato. C’è molta roba in giro che non ha la benché minima ambizione e in qualche modo funziona. Assolve il suo scopo. Ma la dimensione dello spazio è definita dalle cose che sono state fatte e che hanno aperto altre vie. Non parlo del genio dell’artista, assolutamente. Parlo dell’efficacia di certe opere, di come influiscono sulla tua percezione del mondo. In definitiva si tratta di questo. Quando qualcosa ti ispira, lo fa sul serio.”
Parliamo di un artista capace di mettere in scena anche e soprattutto i tentativi, gli errori che precedono la realizzazione di qualcosa come una scultura. Le sue installazioni incarnano il nostro quotidiano, esprimono il caos che alberga in ognuno di noi, specchio dei tempi e delle società che cambiano. “Curo l’imperfezione delle mie opere nei minimi dettagli. Tutto deve essere perfettamente imperfetto”.
Sono opere vive e reattive, spesso in movimento nello spazio oppure messe in condizione di consumarsi fino a sparire, come nel caso delle tre opere in cera – munite di stoppini accesi come candele – esposte alla Biennale di Venezia del 2011, raffiguranti una sedia, il ritratto dell’artista Rudolf Stingel e una copia della scultura in marmo Il ratto delle Sabine di Giambologna. Le sculture si sono lentamente sciolte durante la mostra.
In mostra alla Fondazione Van Gogh, una selezione di opere prodotte dal 2013 ad oggi, alcune monumentali – come Melodrama (2013), letteralmente una pioggia di gocce colorate allestite a mezz’aria, un’installazione che si estende per ben 400 m2 – ed altri lavori più “contenuti”, come i dipinti su pannelli di alluminio e carte da parati, che dialogano in armonia sorprendente con alcune opere di Van Gogh, in particolare Sottobosco, prestata come di consueto dal Van Gogh museum di Amsterdam, che annualmente concede un’opera alla Fondazione.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/urs-fischer-mostra-fondazione-vincent-van-gogh-arles

Il mondo fluttuante di Hokusai, Hiroshige e Utamaro in mostra a Palazzo Reale, Milano

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Tra le mostre in chiusura a Palazzo Reale a Milano voglio segnalarvi in extremis – dal momento che è aperta solo più la prossima settimana – quella dedicata all’arte giapponese ed in particolare a tre maestri, Katsushika Hokusai, Utagawa Hiroshige e Kitagawa Utamaro, famosi per la tecnica dell’ukiyo-e, ovvero una xilografia policroma ottenuta per impressione mediante matrici di legno, tipica del periodo Edo.
Parliamo di un percorso che si colloca tra il XVII e il XX secolo, composto da oltre 200 opere su carta finemente dettagliate, tutte provenienti dall’Honolulu Museum of Art, uno dei maggiori musei d’arte degli Stati Uniti, fondato nel 1922 e inaugurato nel 1927. Anna Rice Cooke, figlia di missionari del New England, aprì il museo con l’esplicita intenzione, come essa stessa raccontò al discorso di inaugurazione, di fornire ai figli della comunità multietnica hawaiana esempi delle loro radici culturali. Molte delle opere in mostra sono frutto di donazioni che hanno accresciuto il nucleo di oltre 50.000 opere acquisite ad oggi, che ovviamente spaziano per genere ed epoca.
Il percorso organizzato dalla curatrice Rossella Menegazzo, voce guida fondamentale per approfondire una forma d’arte così particolare, viaggia attraverso dieci sezioni che incarnano alla perfezione il significato dell’ukiyo-e, che vuol dire “mondo fluttuante” e fa riferimento alla ricerca del piacere, della bellezza e del divertimento in stile orientale.
Si comincia con un approfondimento sui Surimono, un genere giapponese di xilografie realizzate su carta di taglio orizzontale non più lunga di 50 cm, utilizzati per diversi scopi ma uniti dal fil rouge della raffinatezza e ricchezza di dettagli. Poteva trattarsi di un invito per uno spettacolo teatrale come di un biglietto di buon augurio, i soggetti ritratti spaziano dal regno animale a vegetale, e non mancano rappresentazioni di scene conviviali.
Le sezioni dedicate alle Vedute prospettiche, ai Ponti ed alle Cascate anticipano e aiutano a differenziare le peculiarità tecniche e l’abilità di Hokusai e Hiroshige, che si distinguono principalmente per l’utilizzo di cromie più o meno accese e per il taglio che hanno scelto di dare ad uno scorcio piuttosto che un altro. La sala dedicata alla raffigurazione dei ponti giapponesi, con nomi poetici e forme inusuali come il “Ponte appeso alle nuvole” oppure il Ponte Kintai, con i suoi cinque archi, è un perfetto preludio alle vedute delle Cascate e soprattutto all’incredibile sala dedicata al monte Fuji. Dal momento che il mercato dell’immagine dell’epoca richiedeva di trattare soggetti precisi, in particolare luoghi ben noti al pubblico, Hokusai realizzò 36 xilografie policrome aventi come soggetto il Sacro Monte Fuji, rappresentato in condizioni meteorologiche e stagioni diverse da posti e a distanze variabili. Fanno parte della serie il famoso Fuji Rosso e Tempesta di pioggia sotto la Cima, uniche due vedute con il monte in primo piano, oltre alla celebre Grande onda di Kanagawa. In quest’ultima rappresentazione il monte quasi non si nota, lontano com’è sullo sfondo, e Hokusai fa in modo di riprenderne il profilo nell’onda più piccola.
A seguire, alcune sale tratteggiano un imponente lavoro, questa volta ad opera di Hiroshige, che disegnò 53 stazioni di posta della Tōkaidō, ovvero la strada principale che collegava l’allora Shogun di Edo con Kyoto, dopo aver affrontato personalmente il lungo viaggio nel 1832. Questa strada era la più importante delle Cinque Strade principali del Giappone, create e sviluppate nel corso del periodo Edo allo scopo di rafforzare ulteriormente il controllo dello stato. La serie di Hiroshige, una sorta di diario di viaggio illustrato, ha riscontrato un enorme successo, non solo in Giappone, ma anche nei paesi occidentali e addirittura Van Gogh ne fu un grande collezionista. Alcune xilografie sono intervallate da un’interpretazione di Hokusai, che a confronto appare più vivido dei tratti delicati e delle cromie calibrate di Hiroshige. Si accede dunque alle sezioni dedicate allo Specchio dei poeti, un confronto tra uomini di cultura cinesi e giapponesi, ritratti in formato verticale destinati ad un pubblico selezionato, a differenza delle Cento poesie per cento poeti, dove troviamo ventisette storie brevi, raccontate come da una balia e illustrate a piacere, con una libertà espressiva ed interpretativa vivace e accattivante, così come per i temi della natura, spesso utilizzati per la decorazione di ventagli. Al termine, la produzione di Utamaro, famoso per la riproduzione di soggetti femminili e sensuali, ricordato per aver introdotto il mezzo busto nella raffigurazione orientale, e per la veridicità di soggetti quali La ragazza precoce, intenta a mordere un fazzoletto durante una rappresentazione teatrale che stravolge i suoi sensi.
La proiezione di particolari tratti dai 15 volumi di manga disegnati da Hokusai e intitolati “Educazione dei principianti tramite lo spirito delle cose”, chiude un percorso che svolge un interessante ruolo formativo, oltre a creare un momento di apprezzamento estetico, una funzione che a volte si dimentica essere parte importante delle esposizioni temporanee. Un momento di apprendimento coinvolgente rispetto ad un mondo e una tradizione artigianale da noi poco approfondite nella loro storia e particolarità, una mostra ben costruita e supportata, che invita a lasciarsi affascinare dall’Oriente.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/arte-e-architettura/il-mondo-fluttuante-di-hokusai-hiroshige-e-utamaro-in-mostra-a-palazzo-reale-milano

Le architetture mentali di Bertrand Lavier in mostra al Kunstmuseum del Liechtenstein

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Esattamente cinquant’anni fa lo stato del Liechtenstein ricevette in dono dieci preziosi dipinti da un collezionista svizzero. L’anno successivo, nel 1968, venne ufficialmente inaugurata la Staatliche Kunstsammlung del Liechtenstein, una collezione destinata a crescere e a trovare posto tra i nuclei più importanti di arte moderna e contemporanea su scala internazionale.
Il Museo d’arte del Liechtenstein ha seguito la crescita della collezione passo dopo passo, fino all’agosto del 2000, quando il principato ha ricevuto un nuovo, spettacolare regalo per il nuovo millennio: un nuovo museo per la collezione d’arte. Un gruppo di collezionisti privati, con l’appoggio del governo e del comune di Vaduz, hanno infatti finanziato la realizzazione di un nuovo edificio secondo un progetto ambizioso ma misurato. Il risultato è una scatola nera in cemento e basalto dalla superficie incredibilmente mobile, riflettente, che si armonizza alla perfezione con il paesaggio della Valle del Reno. All’interno di questa black box si apre uno spazio completamente bianco la cui totalità della superficie – sei spazi espositivi di grandi dimensioni – è interamente dedicata alle collezioni permanenti e temporanee.
L’abbraccio di questi spazi ha accolto alla perfezione la più grande mostra mai realizzata non solo nel piccolo Liechtenstein ma anche in Svizzera, Austria e Germania, dell’artista francese Bertrand Lavier.
Nato nel 1949 a Châtillon-sur-Seine, cresciuto come architetto prevalentemente tra Parigi e Digione, Lavier vive da più di trent’anni una seconda esistenza da artista, che lo porta ad esporre in tutto il mondo. In questa seconda vita ha portato un po’ della prima, vissuta a contatto con elementi urbani e oggetti quotidiani, pezzi di design e produzioni industriali da supermercato. La sua arte è cresciuta nella manipolazione della realtà che lo circonda, nell’impostazione di uno stile giocoso – si pensi alle famose “sovrapposizioni” di mobili e oggetti d’arredamento degli anni Ottanta – ma preciso al millimetro nel realizzare ogni dettaglio, nella scelta di ogni colore, nella proporzione e combinazione di ogni forma.
Le sue opere non creano turbamento ma sottintendono un paradosso, stuzzicano l’ingegno e la curiosità di chi le crea e di chi le osserva, attraverso l’unione di architettura e fotografia, pittura e design, oggettistica e scultura. Un esempio calzante? La fontana fatta di un fascio tubi in pvc colorati, gli stessi utilizzati per bagnare i giardini, realizzata per la Serpentine Gallery di Londra. “Io per primo ho delle reazioni di fronte alle opere che propongo. Dico spesso che uno dei più precisi strumenti di misura per giudicare le mie opere è la costernazione.”
Alla base della ricerca di Lavier vi è dunque un interesse particolare per le relazioni tra immagini, linguaggio e oggetto nel senso più ampio possibile dei termini, dunque continuamente potenziato e senza limiti di coinvolgimento, infatti, come afferma egli stesso, “Mi ispiro al supermercato e al museo in egual misura.”
La mostra al Kunstmuseum Liechtenstein è stata messa a punto dal curatore Friedemann Malsch in stretta collaborazione con l’artista. Sono state sviluppate quattro sezioni tematiche principali, all’interno delle quali i principali gruppi di opere che Lavier ha iniziato a sviluppare alla fine degli anni Settanta sono stati accostati ad una serie di nuovi lavori realizzati appositamente per questa mostra. “Quando si manipolano degli oggetti, si rasenta sempre il disastro. Non c’è una ricetta, una regola, ma sentiamo che la cosa giusta si situa proprio prima del disastro e che il giusto equilibrio si trova appena prima del disequilibrio. Questa nozione ha molta importanza per me. […] Se prendo un’opera classica, il congelatore sulla cassaforte, non ho un congelatore ordinario più una cassaforte normale. In realtà, ho una scultura bassa su un piedistallo. Per me, è una curiosa ”bissociazione”.
http://www.eastonline.eu/it/cultura/bertrand-lavier-mostra-kunstmuseum-liechtenstein

L’arte di sentire, pensare, immaginare. Doug Aitken al Moca di Los Angeles

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Da circa tre decadi Il Museum of Contemporary Art di Los Angeles – per gli addetti ai lavori semplicemente il Moca – è il museo di arte contemporanea di riferimento nella città degli angeli, il primo ed unico museo di L.A. voluto da artisti e da questi finanziato attraverso donazioni e, negli anni a venire, da acquisti notevoli. La collezione di Barry Lowen, il consistente nucleo di espressionismo astratto e Pop Art raccolti da Giuseppe Panza di Biumo, i disegni e le stampe di Marcia Weisman e il nucleo di opere di Rita e Taft Schreiber sono il cuore pulsante di una raccolta che comprende circa settemila pezzi realizzati dagli anni Sessanta ad oggi.
Da circa un paio di decadi Doug Aitken è un artista tra i più famosi al mondo, grazie alla sua poetica contemporanea ed alle sue capacità comunicative iper-tecnologiche. Californiano, classe 1968, dopo un iniziale percorso di formazione nel campo dell’illustrazione, si è laureato in Belle Arti e trasferito a New York all’inizio degli anni Novanta. Oggi, grazie ai cinque sensi all’erta nei confronti del mondo in costante evoluzione, al suo continuo aggiornamento in merito a media e sperimentazioni che spaziano dalla fotografia al cinema alla musica fino all’ingegneria, Aitken è divenuto famoso per il suo stile unico e coinvolgente.
Il suo segreto è una miscela di forte empatia, innata creatività e volontà di attualizzare il concetto di Land Art, popolandolo di suggestioni contemporanee. «Esistono i lavori che sono sempre uguali a se stessi e quelli che si trasformano: io cerco di creare qualcosa che col tempo si modifica, smette di essere opera d’arte e diventa parte del paesaggio».
Si spiegano così le sue grandiose installazioni, indimenticabili non solo per le dimensioni e per il contesto – spesso urbano e decisamente spettacolare – ma per l’intima attualità dei temi e delle emozioni che raccontano. L’esposizione mediatica continua, l’egomania ai massimi livelli, la difficoltà di entrare in contatto con il prossimo, l’alienazione dei paesaggi contemporanei sono solo alcune delle domande e riflessioni aperte sulla mancanza di profondità e senso del nostro vivere quotidiano e la spinta a reagire.
Fin dalla sua inaugurazione, il Moca si è distinto per il supporto all’urgenza di espressione contemporanea manifestata dai giovani artisti, i più sensibili nei confronti dell’ineluttabilità del cambiamento. Naturale che Aitken risultasse un elemento ideale cui dedicare una retrospettiva, dal momento che l’evoluzione del suo lavoro negli anni descrive alla perfezione la visione non solo dell’artista, ma anche del museo.
Tutta la mostra si sviluppa intorno ad immagini più o in movimento che scandiscono il suo crescente interesse nei confronti del paesaggio che ci circonda. Un viaggio attraverso il degrado ambientale e post-industriale, nell’isolamento dell’abbandono di città come Detroit, nella consapevolezza di una graduale perdita di coscienza della propria umanità. A cominciare dai primi lavori degli anni Novanta fino ai più recenti, passando attraverso opere meno conosciute perché collage su carta, graphic design e stampe, il percorso espositivo fluttua in un mare di sensazioni in continua crescita. Ma, oltre alla consapevolezza del vuoto, nelle sue opere è implicita la prospettiva e la possibilità di riprendersi lo spazio e il tempo, la malinconia e la percezione delle cose che ci circondano. Anche attraverso l’arte, soprattutto attraverso le manifestazioni artistiche.
«Sono molto interessato al fatto che un’opera ti possa prendere alla sprovvista, ti possa dare energia, ti spiazzi. Che ti trascini dentro a un dialogo. Non c’è niente che mi piaccia di meno che l’idea di guardare l’arte con una distanza o con un atteggiamento difensivo, intellettualizzato»
http://www.eastonline.eu/it/cultura/doug-aitken-mostra-moca-los-angeles

Alex Da Corte alla corte di Andy Warhol. Un dialogo in mostra all’HEART di Herning, Danimarca

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Il Museo di Arte Contemporanea di Herning, meglio noto con il suggestivo acronimo HEART, è un centro d’arte inaugurato nel 2009 nella penisola dello Jutland, in Danimarca. In realtà il museo venne fondato nel 1977, ma trent’anni dopo è stato spostato in un edificio nuovo di zecca e soprattutto sviluppato su 5.600 metri quadrati progettati dall’architetto americano Steven Holl.
“Ricorda un mucchio di maniche di camicia visto dall’alto”, parole dello stesso Holl, che ha disegnato un nucleo inedito e dalle forme fluide partendo da un edificio circolare preesistente, un tempo una fabbrica di camicie che evidentemente ne ha ispirato l’evoluzione.
Dato anche il contesto paesaggistico, con i suoi spazi verdi e gli specchi d’acqua, il risultato è una struttura piena di luce ed armoniosa, molto contemporanea, perfetta per ospitare il nucleo moderno della collezione d’arte danese ed internazionale, che vanta opere prodotte dal 1930 in poi – con una particolare attenzione all’arte italiana del dopoguerra – tra cui pezzi di Piero Manzoni, Lucio Fontana, Mario Merz ed anche Joseph Beuys, Jannis Kounellis, Ingvar Cronhamma e Dennis Oppenheim. HEART è un perfetto contenitore anche di mostre temporanee, ultima delle quali dedicata ad un giovane artista americano alla sua prima personale fuori dai confini degli USA. Si tratta del trentacinquenne Alex della Corte, ad oggi conosciuto come l’erede legittimo della pop art.
Alex Da Corte è nato a Camden, nel New Jersey, ed ha conseguito una laurea presso l’Università delle Belle Arti di Philadelphia, concludendo il proprio percorso didattico con un Master of Fine Arts presso la Yale University.
Con una recensione entusiastica del New York Times dopo la prima retrospettiva al MASS MoCA all’inizio di quest’anno quasi al capolinea, Alex Da Corte ha visto l’alba di uno splendido 2016, che va ora concludendosi degnamente dopo la partecipazione a dieci mostre prestigiose, tra cui citiamo il Whitney Museum di New York, l’Hammer Museum di Los Angeles, e, naturalmente, l’Heart in Danimarca.
Un artista che lavora con colori psichedelici, rotoli di moquette sgargiante e plastica lucida, miriadi di specchi, perspex e superfici riflettenti che invitano lo spettatore ad immergersi in un piccolo universo dove l’ordinario non ha accesso ed i sensi vengono stimolati al massimo. Un artista interessato al confronto diretto con altri colleghi, spesso coinvolti nelle sue esibizioni, le loro opere tradotte attraverso i suoi occhi e le sue sensazioni. “Noi viviamo in un mondo di molteplicità, però c’è un chiaro confine nel modo in cui le nostre opere interagiscono, ognuna ha la propria essenza.”
Anche nel caso della mostra organizzata negli spazi dell’HEART, Da Corte mette in gioco non solo le sue opere ma anche la produzione del papà della pop art americana, il grande Andy Warhol. Il museo dedicato all’icona dell’arte moderna ha infatti aderito al progetto espositivo di Da Corte, consentendogli di prendere in prestito una novantina degli oggetti culto, tra cui cinquanta sue parrucche – da cui il titolo della mostra. Come in generale per ogni sua esposizione, Da Corte non fa un utilizzo celebrativo di Warhol come artista o come persona, ma reinventa i suoi oggetti feticcio dando loro un nuovo significato, creando un contatto tra due momenti definiti dell’arte contemporanea. “C’e qualcosa di importante nel comprendere fisicamente le opere che ammiriamo. Io voglio sapere come sono state fatte prima di diventare questi oggetti super preziosi chiusi nella storia dell’arte sotto campane di vetro. Come funziona una scultura di Mike Kelley nel XXI secolo, per una giovane generazione di artisti che non ha una particolare nostalgia per gli animali fatti ad uncinetto?”
Un viaggio attraverso quattro ambienti differentemente interpretati dall’estro di Da Corte e “arredati” da Warhol, un passaggio affascinante tra passato e futuro, moderno e contemporaneo, affinità e individualità.
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