L’arte nel segno. Cy Twombly a Cà di Pesaro, Venezia

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
”No, vostro figlio non saprebbe farli uguali”. L’affermazione risale a vent’anni fa, quando il curatore di una grande retrospettiva organizzata al Moma di New York si espresse pubblicamente in merito alla produzione artistica del famoso astrattista CY Twombly. Un’affermazione che riecheggia tutt’oggi nelle esposizioni del pittore statunitense, compresa quella organizzata dal 6 maggio al 13 settembre 2015 a Venezia, nella prestigiosa cornice di Cà Pesaro. I curatori dell’evento, Julie Sylvester e Philip Larratt-Smith, hanno scelto con cura la data e la location per rendere omaggio non solo all’artista, ma anche alle sue cinque partecipazioni alle precedenti edizioni della Biennale di Venezia, giunta nel 2015 al cinquantaseiesimo allestimento. In collaborazione con la Cy Twombly Foundation di New York e con la Gagosian gallery, Cy Twombly Paradise è una mostra in qualche modo didattica – perché ripercorre le tematiche cardine del lavoro di Twombly – che però punta molto sull’emozione, sentimento in accordo con l’essenza misteriosa e lo spirito libero di un grande visionario, che definiva l’arte il proprio “Paradiso terrestre”.
Per Edwin Parker junior, in arte CY, nato nel 1928 in Virginia da un padre famoso come grande giocatore di baseball, gli anni Cinquanta rappresentarono una vera e propria rinascita e tracciarono – letteralmente – il suo cammino, consacrandolo al mondo dell’arte. Infatti, egli conobbe e frequentò gli astri nascenti delle avanguardie americane, da Robert Rauschenberg a Jasper Johns e John Cage, che influenzarono e incoraggiarono l’evolversi del suo percorso artistico, presentato ufficialmente nel 1951 a New York con una prima mostra personale. Nel 1952 il suo approccio unico e le sue innovazioni ne fecero un fenomeno che venne premiato con una borsa di studio del Virginia Museum of Fine Arts, grazie alla quale viaggiò in Nordafrica, Spagna, Francia e Italia, assorbendone essenze e influenze. Infine, nel 1953 lavorò per l’esercito americano come crittologo, interpretando messaggi in codici segreti al punto che il suo modo di intendere e riportare i segni cambiò per sempre, e con esso il suo approccio all’arte. Ecco come la fortunata combinazione di eventi in questi primi anni di carriera, a cavallo con la metà di un secolo tra i più innovatori della Storia, ha portato ad una caratterizzazione dell’astrazione gestuale di Twombly all’insegna di un’apparente semplicità. Per CY l’arte è appunto il “Paradiso terrestre”, uno spazio ideale in cui celebrare la sua poetica, fatta di temi universali come la bellezza, la morte e l’amore in tutte le sue forme, sensuale e intellettuale, platonico e passionale. La naturalezza e l’autenticità con cui egli rende queste tematiche attraverso tracciati, forme e colori, è quel che rende speciale la sua produzione artistica.
Il percorso espositivo raccoglie sessanta opere, scelte per dare una panoramica delle diverse forme espressive dell’artista, cominciando dalle grandi pitture murali su legno e tela del 1951 fino alle ultime tele del 2011, caratterizzate da colori sgargianti e forme concentriche il cui binomio secondo Twombly doveva generare “una sensazione d’energia radiante e di frenesia controllata”. In mezzo a questi due estremi, tutta l’esistenza di CY è condensata in disegni, pennellate e scritte, gocce e macchie lasciate libere su superfici di qualsiasi genere, leggere come la carta e consistenti come una parete, scure come lavagne, lucide e opache, lisce e ruvide, spesso di imponenti dimensioni.
Una traccia da seguire, di opera in opera, per avvicinarci allo sguardo, alla sensibilità di un artista gentiluomo, un artista fanciullo che, come dice Francesco Bonami “è stato per la pittura un po’ quello che Truman Capote è stato per la letteratura americana: un caso, uno snob, un fenomeno.”
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Suggestioni asiatiche in otto varianti. La Germania presenta il progetto artistico China 8

Arte contemporanea, East magazine
Il week end teutonico appena inaugurato celebra il grandioso risultato dell’unione di otto città e di nove musei nel nome dell’arte contemporanea asiatica, chiamata ad essere raccontata da 120 artisti tra i più rappresentativi dell’immenso panorama cinese. I visitatori si preparino quindi a visitare la più completa mostra dedicata alle forme espressive dell’arte cinese contemporanea tenutasi in Germania fino ad oggi, dal titolo China 8 exhibition – Contemporary Art from China on the Rhine and Ruhr, il cui significato ambivalente sottolinea sia le otto tappe obbligate del percorso sia l’equivalente numero fortunato cinese.
La grande responsabilità artistica del progetto espositivo è da attribuirsi a più esperti del settore, a cominciare da Walter Smerling (direttore del Museo MKM Küppersmühle), Ferdinand Ullrich (Kunsthalle Recklinghausen), e Tobia Bezzola (Direttore del Museo Folkwang). In continua comunicazione con il responsabile cinese Fan Di’an, Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Pechino, ed in stretta collaborazione con i direttori di tutti i musei partecipanti, il comitato curatoriale ha elaborato il progetto artistico generale, sviluppatosi in seguito nelle diverse sedi. Infatti, i nove musei nelle quasi altrettante città – Düsseldorf, Duisburg, Essen, Gelsenkirchen, Hagen, Marl, Mülheim an der Ruhr e Recklinghausensi – che hanno aperto le loro porte per dar forma a questo ambizioso progetto, si sono dedicati ognuno ad un ambito specifico, scelto in base alle caratteristiche predominanti delle opere nelle rispettive collezioni. In questo modo ogni istituzione ha potuto studiare a fondo le evoluzioni degli artisti cinesi negli anni, attraverso confronti, abbinamenti e scontri che, tra le righe, hanno promosso un dialogo anche con opere attinenti delle proprie collezioni permanenti.
Una sorta di scambio culturale che ha visto in pittura, scultura, calligrafia, disegno a inchiostro, fotografia, installazioni e videoarte le grandi protagoniste di questa celebrazione, riassunta magistralmente in un’anteprima offerta dal NRW-Forum di Düsseldorf, portavoce del progetto e culla di una selezione di artisti simbolo, scelti in rappresentanza delle categorie sopraccitate. La vivace interazione tra le opere esposte in questa prima sede ha assolto brillantemente il compito di catturare un’istantanea del panorama culturale prevalente nella Repubblica popolare cinese, dando modo ai visitatori di scegliere e concentrare la propria attenzione su specifiche forme di produzione artistica. Il percorso espositivo, visitabile fino al 13 settembre 2015, ospita artisti emergenti e nomi già noti nel panorama internazionale come Wang Qingsong (1966), fotografo e videoartista protagonista di numerose mostre personali e collettive, presente in molte collezioni al pari di colleghi quali Lin Tianmiao (1961), specializzata in installazioni attratta dal binomio modernità-tradizione, con una lunga carriera e prestigiosi riconoscimenti all’attivo. Oltre i molti nomi celebri, sono presenti alcune giovani promesse come Zhang Ding (1980) e Hung Keung (1970), già presentati da importanti gallerie grazie alle quali hanno fatto risuonare – letteralmente, dal momento che i loro lavori comprendono a volte componenti sonore – la propria arte al di là dei confini continentali.
Indubbiamente un’occasione unica per affinare le proprie conoscenze rispetto all’arte contemporanea asiatica, China 8 è anche una bella occasione per osservare il risultato ottenibile lavorando su livelli di cooperazione sempre più alti come quelli tra artisti, istituzioni, città e paesi.
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L’arte in movimento. Calder e Klee in mostra al Museo Berggruen di Berlino

Arte moderna, East magazine, Mostre
Dal 28 febbraio e fino al 6 giugno il Museo Berggruen di Berlino – uno dei “gioielli della corona” tra i luoghi deputati all’arte moderna nella capitale tedesca – ospita la seconda parte di un’esposizione work in progress, dove ogni nuovo step è dedicato ad un confronto tra due artisti scelti, appartenenti alla collezione del mecenate Heinz Berggruen.
 La mostra, intitolata “Sideways”, è un progetto espositivo che cresce nel confronto tra le punte di diamante della collezione – Matisse, Picasso, Klee – ed i singoli pezzi di grandi maestri quali Calder, Laurens e Dufy, selezionando un gruppo di capolavori grazie ai quali cercare i punti di contatto più o meno nascosti tra gli artisti, ed offrire quindi nuovi spunti di riflessione agli estimatori. Nello specifico, il secondo capitolo di questo programma espositivo vede protagoniste una decina di opere di Alexander Calder e Paul Klee, due grandi maestri che si divisero equamente la scena artistica di inizio Novecento, conquistando il pubblico con opere apparentemente differenti, ma con più analogie di quanto non si pensi.
Alexander Calder, nato nei pressi di Philadelphia nel 1898 da una coppia di artisti, crebbe manipolando l’argilla e perfezionando negli anni le basi di quelli che sarebbero diventati i suoi famosi Mobiles, incentrati sull’arte cinetica e sul movimento. Quando nel 1926 Calder si trasferì a Parigi, inizialmente si mantenne realizzando giocattoli articolati, attività grazie a cui progettò il Circo Calder, un vero circo in miniatura costruito con filo metallico, spago, gomma, stracci ed altri oggetti di recupero. Curiosamente, anche Paul Klee tra il 1920 e il 1925 realizzò al Bauahus di Weimar circa cinquanta marionette, senza intenti espositivi o artistici, di cui oggi se ne conservano solo più una trentina. Il Circo Calder, realizzato per essere trasportato in valigie, intratteneva il suo pubblico con spettacoli a cui prendevano parte tutti i personaggi creati dall’immaginario di Alexander, fino a che, nel 1928, egli iniziò ad esporre le proprie sculture ed a frequentare gli artisti dell’Avanguardia, fino alla fatidica visita allo studio di Mondrian nel 1930, dopo la quale consacrò il suo lavoro all’Astrattismo. Tra i più illustri esponenti dell’Astrattismo si colloca l’altra metà della mela di questa mostra, il pittore tedesco Paul Klee, classe 1879, anch’egli figlio d’arte e più precisamente di genitori musicisti, che lo crebbero nell’esercizio di una sensibilità che ne fece un artista dalle molteplici sfaccettature. Non vi sono testimonianze di contatti diretti tra i due artisti, anche perché il momento in cui Calder iniziò il proprio percorso espositivo coincise con la dimissioni di Klee dal Bauhaus – movimento d’innovazione che univa arte e design a moderne tecnologie – e la scoperta del pittore tedesco di essere affetto da sclerodermia, malattia che pochi anni dopo lo porterà alla morte. Eppure, tra i colleghi ed amici più vicini a Calder si annovera un altro mirabile maestro, Joan Miró, il quale a sua volta aveva grande familiarità con l’arte di Paul Klee, motivo in più per pensare che indirettamente quest’ultimo abbia influenzato il collega statunitense.
Entrambi arrivarono a concepire la propria arte come una conversazione sul concetto sempre meno naturalistico di realtà, espressa perlopiù attraverso linee e colori, sospensioni e movimenti del tutto soggettivi ed ideali. “Sideways” pone dunque l’accento su quest’analogo approccio al concetto di realtà e sulla sua traduzione concreta in sculture e tele, spesso composte di materiali differenti, in una ricerca continua e mai stanca. Il percorso espositivo si sofferma in particolare sui due Mobiles in collezione di Calder – Senza Titolo (1958) e Dancing stars (1948) – e suggerisce un contatto che rimanda ai dipinti di Klee, tra cui Erwachende (1920) e Zwei Kräfte (1922).
Una finestra aperta sull’immaginario di due grandi artisti che hanno lasciato il segno nell’arte del XX secolo, una mostra che offre un nuovo affaccio su due mondi paralleli, sospesi nella forma e nel movimento.
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Vita, passione e opere firmate Carol Rama. In mostra al Museo di arte moderna di Parigi

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Il primo week end del mese di aprile si è distinto a livello artistico per la presentazione di una nuova grande retrospettiva tutta al femminile, questa volta dedicata alle opere dell’eccentrica Carol Rama. Si tratta della sua prima personale parigina, frutto di un progetto itinerante che ha visto la sua presentazione ufficiale al Macba di Barcellona, in occasione dell’inizio dell’anno, e che prevede nuove tappe in Finlandia, Irlanda ed infine in Italia, nella sua città natale, Torino. L’esposizione francese, arricchita dalla curatela della direttrice del museo Anne Dressen, presenta oltre 200 opere dell’artista torinese, accomunate dal fil rouge della passione, come suggerito dal titolo dell’evento, La passion selon Carol Rama. Attraverso i potenti moti d’animo della pittrice è possibile ripercorrere la sua crescita personale ed artistica, in un susseguirsi di proposte tematiche e cronologiche che spazia dagli acquerelli ai bricolages, alle opere frutto dell’utilizzo di materiali non istituzionali come camere d’aria delle biciclette, cuoio, copertoni dipinti.
La quasi centenaria Carol non ha mai fatto mistero delle sue radici borghesi e delle tradizioni cattoliche su cui è stata imbastita la sua educazione, le quali certamente contribuirono ad alimentare nella giovane artista il gusto per il proibito e fascinazione per il concetto di peccato, di cui parla come a ricordare un vero e proprio maestro. Per non parlare degli eventi traumatici della sua vita – la morte prematura del padre e la conseguente depressione clinica della madre – che indubbiamente restituirono angosce e pensieri che hanno alimentato l’immaginario dell’artista. Il personaggio di Carol Rama si compone quindi di vari elementi: grande curiosità e la volontà di affermarsi al di sopra di qualsiasi etichetta, il rifiuto delle regole e la ricerca di un individualismo che le restituisse un’assoluta libertà. La sua forte personalità l’ha portata ad avvicinarsi a tutte le grandi correnti artistiche del XX secolo – Surrealismo, Pop Art, Arte Povera – senza mai far parte di nessuna di queste. Il risultato? La volontà declinata in Passione, l’effettivo e magnetico fil rouge di tutte le opere che ha concepito, chiave di lettura di questa mostra e della sua produzione artistica.
 Il percorso espositivo si compone di numerosi suoi dipinti dedicati al corpo umano, soprattutto quello femminile. Il contrasto tra la cruda violenza e l’esplicita sensualità dei soggetti dipinti è espresso chiaramente anche dall’uso dell’acquarello, una tecnica solitamente delicata, infantile, in questo caso totalmente stravolta. Estremamente provocatori, in passato spesso censurati perché considerati osceni, i suoi dipinti mettono in evidenza per forma e colori bocche, lingue, organi sessuali maschili e femminili sovradimensionati che, a prescindere dalle connotazioni – mutilati, esposti, ritratti nelle loro funzioni corporali – colpiscono per la loro vitalità. La Passione, appunto. La stessa percepita nella serie Diagrams, dove vengono rappresentati stati mentali e pulsazioni che vibrando danno vita a segni e forme geometriche, la cui evoluzione vedrà le stesse cucite su tela, in associazione alle suture e pratiche mediche, e quindi di nuovo al corpo umano. E ancora, le forme ricercate in frammenti di realtà – sfere di metallo ed occhi di vetro, unghie e denti, materiali organici e non – che mescolate al colore e incollate su tela danno vita ai Bricolages.
 Inoltre, la mostra parigina si è arricchita arricchita di un ingresso privilegiato alla casa studio della Rama, grazie ad un’installazione site specific dell’artista Bepi Ghiotti e del sound artist Paolo Curtoni. Gli spettatori sono infatti invitati ad entrare in uno spazio raccolto all’interno del museo in cui è possibile vivere gli spazi privati dell’artista attraverso le fotografie di Ghiotti, ascoltando la voce della Rama e i suoni registrati nel suo studio, ed osservando gli strumenti di lavoro, i ricordi e gli oggetti feticcio di Carol.
Un contatto ancor più diretto ed intimo con un’artista audace e sperimentale, le cui tematiche controverse stimolano riflessioni molto attuali, certamente molto intense.
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TWO IS MEGLIO CHE ONE. DALÌ E PICASSO AL MUSEO PICASSO, BARCELLONA

Arte moderna, Dalì, East magazine, Mostre, Picasso
Dal 20 marzo e fino al 28 giugno il Museo Picasso di Barcellona ospita la seconda tappa di un’esposizione impertinente, acuta e lusinghiera, che vede protagonisti due astri e pilastri dell’arte moderna spagnola: Salvador Dalì e Pablo Picasso.
Una mostra itinerante che è un vero e proprio passo a due, dal momento che è stata pensata dai comitati scientifici ed artistici dei due musei dedicati ai maestri, il Dalì Museum di St. Petersburg in Florida e il Museo Picasso di Barcellona, in collaborazione con la Fondazione Gala-Salvador Dalì di Figueres ed un’altra ventina di istituzioni internazionali. Il risultato è un percorso espositivo che ospita 78 opere tra dipinti, disegni, sculture ed una pressochè inedita corrispondenza tra gli artisti. La volontà è quella di raccontare in parallelo la vita, i capolavori, la potenza e l’influenza che questi due grandi dell’arte moderna hanno avuto in primis sulle reciproche prospettive, ed a seguire su gran parte della produzione artistica delle nuove generazioni.
Pablo Picasso nacque a Malaga nel 1881, ed era già nel pieno del suo “Periodo blu” quando a Figueres, nel 1904, venne al mondo Salvador Dalì. Il primo incontro tra i due avvenne nella Parigi degli anni Venti, quando Picasso era già non solo conosciuto ed esposto in diverse gallerie, ma era noto per essere, insieme a Braque, l’anima del movimento Cubista. Dalì ammirava molto Picasso, tanto che l’influenza che la sua arte ebbe su di lui è evidente anche nei primi dipinti degli anni surrealisti, corrente fondata nel 1925 dal poeta André Breton e alla quale si affiliò il pittore catalano. Possiamo dire che a partire dal 1926 l’esistenza dei due poli opposti dell’arte moderna spagnola viaggia su binari paralleli, i cui punti di contatto restano la terra natia e il gusto per la provocazione, il narcisismo e la spiccata personalità. Picasso non subì direttamente il fascino del Surrealismo, essendosi già addentrato in una personale ricerca ed avendo definito un proprio percorso artistico, ma ne riconobbe il merito e lavorò spesso a contatto con i surrealisti, che d’altro canto non fecero mistero di vedere in Pablo un punto di riferimento e di ispirazione.
Il percorso espositivo si sofferma – attraverso la combinazione di diverse opere della coppia – su vari punti di contatto diretti ed indiretti, ad esempio sottolineando come le nature morte dipinte da Dalì dopo il primo incontro con Pablo, in occasione della visita al suo atelier nel 1926, siano evidentemente ispirate al cubismo del maestro – Naturaleza muerta frente a una ventana (Picasso, 1919) e Mesa delante del mar (Dalì, 1926). Alcune opere quali Donna seduta (Picasso, 1927) e Testa (Dalì, 1926), sono invece chiari riferimenti al simbolismo delle cose ed alle illusioni ottiche, alla sovrapposizione di immagini e riferimenti mentali rispetto al reale. Queste sono tutte declinazioni di uno stesso tema – la manipolazione degli oggetti – affrontato inizialmente da Picasso e in seguito sviluppato da Dalì, fino alla produzione del suo metodo definito “paranoico-critico”. La figura femminile è un altro tema proposto in mostra ed affrontato in molteplici occasioni da entrambi, spesso con un’ambiguità derivante dalle rispettive relazioni con le donne, a volte muse spirituali e dalla forte carica erotica, a volte interpreti dei loro istinti nascosti. Per non parlare dell’eclatante occasione di confronto tra i due diversi stili pittorici legata al difficile periodo storico che entrambi vissero nei primi anni Trenta, gli anni del regime franchista e della Guerra Civile spagnola. Due capolavori vennero dipinti a un solo anno di distanza l’uno dall’altro, Premonizione della Guerra civile (Dalì, 1936) e Guernica (Picasso, 1937). La mostra sottolinea questo confronto ideale tra l’opera di Salvador e quella di Pablo, i quali misero in scena – ognuno a modo proprio e con grande impatto – lo strazio, l’impotenza e l’angoscia di un popolo. Infine, il percorso si chiude con l’omaggio ammirato e divertito a Velázquez, da entrambi considerato il più importante ed influente artista spagnolo, con Las Meninas (Infanta Margarita María, 1957) di Picasso e Velázquez mentre ritrae l’Infanta Margarita con le luci e le ombre della sua gloria (1958) di Dalì.
Un viaggio attraverso l’espressività incalzante di due grandi artisti che hanno plasmato il XX secolo, una mostra che presenta opere uniche – alcune in trasferta per la prima e forse unica volta – ma soprattutto offre una dimostrazione pratica di come sia sempre possibile seguire il proprio flusso di coscienza, distinguersi dal contesto e lasciare un segno indelebile nella memoria collettiva.
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VitrA Contemporary Architecture Series. Una mostra sulla cultura architettonica, a Istanbul

Architettura, Arshake, East magazine
Dal 26 marzo al 31 maggio 2015 gli spazi espositivi dell’Istanbul Modern ospiteranno la quarta mostra organizzata dal VitrA Contemporary Architecture Series, una realtà nata dalla cooperazione tra VitrA, grande azienda produttrice di sanitari, e l’Associazione turca degli Architetti Indipendenti.
L’impresa coinvolta in questa iniziativa ha un percorso fortemente radicato nel territorio, che la vede nascere come piccola realtà locale nel 1942 e continuare a crescere fino a divenire a fine anni ’90 un global brand, pur rimanendo sempre focalizzata sul suo obiettivo, ovvero dare vita a spazi funzionali ed eleganti, ispirati alla cultura e tradizioni turche. Questa volontà di salvaguardia e promozione del patrimonio culturale nazionale è stata la scintilla che ha portato alla cooperazione con l’Associazione turca degli Architetti e così, presso gli spazi espositivi temporanei del Museo d’Arte Moderna di Istanbul, viene oggi allestito il frutto della loro quarta proposta a tema. Non meno fondamentale per le parti in causa la location in cui presentare il progetto comune, l’Istanbul Modern, primo spazio privato per l’arte moderna e contemporanea della Turchia, inaugurato nel 2004. Si tratta di una struttura moderna su due piani espositivi affacciati sulle rive del Bosforo, per un totale di 8.000 metri quadrati; la prima sala è situata al primo piano e dedicata alla collezione permanente del museo, mentre la seconda si trova al piano terra ed è organizzata per proporre un paio di mostre temporanee in parallelo, spaziando dalla Fotografia all’Architettura, proprio come in questo caso.
Dunque, l’intento del VitrA Contemporary Architecture Series è quello di promuovere una piattaforma di confronto e discussione incentrata sull’architettura nazionale, concentrandosi ogni anno sull’approfondimento delle caratteristiche di una tipologia di struttura – come nel caso della terza edizione, focalizzata sulle Scuole – a cui viene fatta seguire la pubblicazione di un volume contenente una selezione di circa 50 progetti a tema. Si vuole offrire così il miglior aggiornamento possibile sull’argomento presente su territorio turco, organizzando parallelamente una mostra collegata al tema scelto, con professionisti del settore invitati a partecipare all’iniziativa. Questi ultimi hanno la possibilità di presentare i propri studi, idee e concetti ad un pubblico molto più ampio, che va così ad affiancare la comunità di colleghi ed accademici che già partecipa attivamente durante l’anno agli eventi, ai workshop ed alle visite organizzate dal VitrA Contemporary Architecture Series.
L’esposizione visitabile da pochi giorni, dal titolo “Caution! Slippery Ground“, è curata daYelta Köm, giovane architetto classe 1986, formatosi tra la Turchia e Francoforte anche attraverso periodi di insegnamento, la partecipazione a diversi workshop ed a concorsi internazionali. Egli ha concepito la mostra con un’intenzione precisa, quella di far riflettere sulla natura riservata degli architetti, indole che li porta troppo spesso ad imbastire un dialogo limitato agli addetti ai lavori.
In questa sede il proposito è l’opposto, perché i soggetti coinvolti sono chiamati a raccontare e spiegare attraverso i loro progetti le basi di questa delicata forma d’arte, proponendo chiavi di lettura attraverso cui offriranno la possibilità a un maggior numero di persone di cogliere la simbologia e la valenza del linguaggio architettonico.
Il percorso espositivo è quindi strutturato in modo che sia possibile anche per i profani imparare ad apprezzare l’evoluzione storica e le varie diramazioni del concetto di architettura, arrivando a conoscere le novità del momento.
Un mondo di cui possiamo anche non essere consciamente ferrati, ma che ogni giorno partecipiamo da consumatori, e che può aprirci una finestra – letteralmente! – su curiosità che non sapevamo di avere e conoscenze stimolanti da acquisire.
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Alla conquista dell’Oriente. Rudolf Stingel alla Gagosian gallery di Hong Kong

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Prendete uno spazio espositivo di stampo orientale, scelto tra i quattordici fiori all’occhiello del più grande mercante d’arte al mondo. Unite un celebre artista americano dalle origini italiane. Ripensate alle sue opere, collezionate e presentate in più occasioni da un famoso mecenate francese. Infine mescolate con cura ed avrete una mostra da non perdere, se passate da Hong Kong tra il 12 marzo ed il 9 maggio, periodo in cui sarà possibile ammirare la prima grande personale in terra asiatica di Rudolf Stingel. Su brillante iniziativa della premiata ditta Gagosian galleries – più precisamente del nono domicilio di patron Larry, nonché unica portavoce in terra orientale del gusto del gallerista – si aprono le porte ad un artista che ha fatto dello stupore, della semplicità e dell’eleganza il suo biglietto da visita.
 Il percorso di Stingel, triestino classe 1956 che vive tra Merano e New York, è sorprendente anche nei parallelismi con la sua – doppia – vita: riservato e discreto nel privato, non per questo egli è meno attivo e consapevole del suo ruolo da protagonista nel mondo dell’arte contemporanea. D’altro canto, le sue esposizioni possono essere scenografiche ed invadenti, dal momento che spesso cambia i connotati agli spazi che le  ospitano. È stato il caso di Palazzo Grassi nel 2013, quando ha ricoperto cinquemila metri quadri con la riproduzione in tessuto di un prezioso tappeto proveniente dalla Transilvania. Eppure l’immersione in questi ambienti evoca un raccoglimento paradossalmente molto intimo, un’esperienza coinvolgente e stimolante. Come spiega Bonami, critico e curatore “Stingel è un vero artista perché è come il cuoco che ha inventato lo strudel, una ricetta che si tramanda di generazione in generazione affidandosi un po’ alla memoria di chi li fa e la insegna agli altri. Allo stesso modo il vero artista è quello capace di insegnarci anche un modo di vedere il mondo e di farlo a modo nostro.”
In sintesi, Stingel ha un enorme merito, ovvero quello di ribaltare con pochi ed efficaci gesti le certezze e l’esperienza che tutti noi più o meno abbiamo interiorizzato, mostra dopo mostra, rapportandoci con le più varie opere d’arte esposte in spazi pubblici. Infatti utilizzando, in più di vent’anni di attività, materiali come gomma, moquette, alluminio, polistirolo e vernice, ed aggiungendo come “ingrediente segreto” la ricerca di un coinvolgimento attivo da parte del pubblico, ha lasciato tutti senza parole in varie circostanze, rendendosi così memorabile. Che si tratti di incoraggiare i suoi spettatori ad incidere le pareti foderate di alluminio, oppure a disegnare o lasciare impronte sul polistirolo come fosse un tappeto, o anche solo a rimanere senza parole davanti a palazzi foderati con moquette, il risultato è stato sempre lo stesso:  indimenticabile.
In mostra alla Gagosian gallery di Hong Kong troviamo una selezione di opere emblematiche della storia di Stingel, derivanti dalle installazioni ambientali che hanno rivestito il Museum of Contemporary Art di Chicago e il Whitney Museum di New York nel 2007. Le pareti di entrambi i musei sono state foderate con uno strato di alluminio riflettente, metodologia già sperimentata dall’artista nel Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento nel 2001 e alla Biennale di Venezia nel 2003. Gli spettatori hanno graffiato, scritto, inciso e disegnato le superfici color argento e oro, inizialmente immacolate e preziose, quasi evocative di un lusso e un livello irraggiungibili, volutamente sottolineati da accostamenti con elementi d’arredamento preziosi, come il velluto e i lampadari a goccia. Mano a mano le singole tracce si sono accumulate sulle pareti, raccontando un’altra storia,  ora tramandata in pannelli e sezioni che Stingel ha post-prodotto selezionando i frammenti più significativi, quelli che celebrano i segni lasciati dal tempo e dall’uomo.
Le opere in mostra alla Gagosian sono quindi il risultato di una particolare lavorazione eseguita mediante l’elettroformatura del rame, tecnica che ha permesso all’artista di catturare anche i minimi dettagli delle superfici scelte. Il processo si basa sull’utilizzo di uno strato di rame puro steso su una sagoma, normalmente in alluminio, che riproduce fedelmente la forma interna dell’oggetto da ottenere, in questo caso i graffiti. Al termine del procedimento l’oggetto ottenuto, tutto in rame, viene trattato dall’artista stendendo uno strato protettivo a base di nichel e oro, realizzando così una serie di pannelli che elevano i graffiti originali a sorprendenti, moderne e preziose incisioni rupestri. Un memorandum di un pezzo del percorso artistico di Stingel da ricordare perchè, come ricorda Bonami  “Stingel ci spinge a camminare nell’arte come si cammina nella vita, lasciando impronte, pedate e ditate su ciò che calpestiamo e tocchiamo.”
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Modigliani e l’arte dei sognatori. La Bohéme in mostra alla GAM di Torino

Arte moderna, East magazine, Mostre
All’alba di questo week end torinese, una nuova proposta espositiva richiamerà l’attenzione del grande pubblico e farà la felicità degli appassionati di arte e storia moderna. Continuano infatti le prestigiose collaborazioni tra la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e i più importanti centri culturali francesi, un’unione di intenti da cui sono nati veri e propri “scambi culturali”, ai quali il pubblico deve l’opportunità di ammirare opere di celebri artisti, protagoniste della nostra storia dell’arte.
L’ultima e tanto attesa esposizione è stata elaborata dalla GAM a fianco del Centre Pompidou di Parigi, ed è incentrata su un maestro del Novecento italiano, anche se la sua verve artistica è da attribuirsi in buona parte all’influenza delle avanguardie nate a Parigi, centro nevralgico dell’arte internazionale di inizio secolo.
Si tratta di Amedeo Modigliani, livornese di nascita e parigino d’adozione, la cui storia viene in questa sede raccontata in circa cento opere – molte frutto delle sue sperimentazioni, altre a lui collegate e recanti la firma di grandi amici e colleghi dell’epoca, quali Brancusi, Utrillo, Chagall, Picasso.
Il curatore Jean-Michel Bouhours, responsabile del dipartimento delle collezioni moderne del Centre Pompidou e noto estimatore del “nostro” Modì, ha selezionato per la GAM sessanta opere del suo museo e ha completato il percorso espositivo con una selezione di dipinti provenienti da grandi collezioni pubbliche e private.
Il vissuto di Modì è condizionato da una passione bruciante che lo porta al limite in ogni esperienza – tanto da consumarne il fisico a soli 35 anni – ed è famoso per i suoi connotati non convenzionali, a cominciare dalle circostanze in cui egli espresse il desiderio di studiare pittura. Avvenne in occasione di un violento attacco di febbre tifoidea – uno dei tanti problemi di salute che lo afflissero nel corso della sua vita – durante la quale la madre gli promise di trovargli un maestro di disegno se fosse guarito. Una volta rimessosi in piedi la scuola del maestro Micheli fu il primo passo di un vero e proprio viaggio che egli intraprese attraverso le città d’arte italiane, spinto dal desiderio di vedere, apprendere e confrontarsi con i modelli classici della pittura e scultura antiche. Giunse fino a Venezia, culla del futurismo e di nuovi movimenti artistici italiani, vetrina attraverso cui l’artista osservò per la prima volta le sperimentazioni moderne nazionali e non solo, una su tutte il lavoro grafico di Toulouse Lautrec. Venezia fu il vero punto di partenza da cui, nel 1906, Modì partì per raggiungere e lasciarsi conquistare da Parigi, alla ricerca di quella sfumatura anticonformista francese a cui, accostando la potenza dell’antica pittura italiana, avrebbe affidato la sua maturazione artistica.
Fu così che Modigliani divenne a tutti gli effetti un bohémien, noto per il coinvolgimento fisico che lo dominava nell’atto del disegnare e che si traduceva in smorfie diventate una parte della sua leggenda di pittore, tanto quanto per i suoi dessin à boire, i ritratti così firmati che egli usava fare in cambio di qualche soldo da spendere in assenzio.
Il percorso espositivo messo a punto in questa occasione si suddivide in cinque diverse sezioni, ognuna pensata per apprezzare l’atmosfera e il magnetismo che la Parigi bohèmienne esercitò non solo sul nostro protagonista, ma su tutta una cerchia di artisti la cui produzione risale allo stesso periodo storico di Modì.
Nella prima sala ad esempio, i suoi dipinti – tra cui Ritratto di Soutine e La ragazza rossa – sono messi a confronto con un ritratto che gli fece André Derain e con Gotine rosse di Giovanni Fattori, in un interessante accostamento tra spigoli e linearità moderne e rotondità più morbide, classiche.
La seconda sala è dedicata invece al rapporto tra Modigliani e Brancusi, amico e collega con cui condivise atelier e sperimentazioni sulla grafica e sulla sintesi del colore e della forma. Quel che avvenne in parallelo alla crescita artistica di Modì viene preso in esame nella terza sezione della mostra, che offre una panoramica sui percorsi individuali di suoi contemporanei quali Chagall, Soutine, Utrillo, fino ad arrivare a colui che all’epoca catalizzò e capitalizzò l’attenzione della critica, grande protagonista della quarta sala: Picasso e il suo cubismo. Il percorso termina con uno sguardo rivolto al nuovo umanesimo della scuola di Parigi, caratterizzato da fermento e libertà culturali che contagiarono le produzioni dei giovani artisti successori di Modigliani, quali Max Jacob, Sonia Delaunay e Susanne Valadon.
Una mostra dedicata ed al tempo stesso completata dallo sguardo di chi ha vissuto il tempo di Modì, un artista da ricordare come, parafrasando Jean Cocteau “ Uno che andava di tavolo in tavolo, simile agli indovini, e la buona ventura ce la diceva misteriosamente, silenziosamente, attraverso le linee dei nostri volti.”
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Björk al MoMa di New York. Spiritualità al passo coi tempi

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Da questo week end e per i prossimi due mesi, non solo arte e colore ma anche e soprattutto musica, tecnologia, fotografia, scenografia e moda sono i protagonisti della mostra allestita al Modern Museum of Art di New York. Il comun denominatore dei diversi elementi in gioco? Björk, ovvero l’abbreviazione di Björk Guðmundsdóttir, conosciuta per essere una delle musiciste e performer più innovative al mondo.
A partire dall’8 marzo e fino al 7 giugno 2015, il prestigioso museo contemporaneo americano accoglierà una grande retrospettiva dedicata alla versatile artista islandese, nota al pubblico soprattutto come cantante e compositrice, vesti nelle quali ha iniziato a muovere i primi passi fino a calcare la scena internazionale, a partire dagli anni ’80.
La naturalezza con cui nel tempo Björk ha indossato altri panni – in senso letterale, dati i suoi grandiosi costumi di scena – in sempre più numerose collaborazioni con designers, artisti, attori e fotografi, ha consacrato per sempre le sue performance surreali, dal ritmo fluido e ipnotico, oggi considerate patrimonio culturale ed espressione della nostra contemporaneità.
L’innovativo percorso espositivo, ideato dal direttore del MoMA Klaus Biesenbach e sponsorizzato da Volkswagen America, ripercorre circa vent’anni di carriera della cantante, la cui espressività vocale e le sperimentazioni in ambito musicale – unite ad una personalità molto spiccata seppur molto riservata – hanno ispirato un’incredibile varietà di collaborazioni artistiche. Il lavoro di Biesenbach e Björk ha ricostruito  cronologicamente l’evoluzione dell’artista e dei contesti creativi attraverso i suoni e le riprese video, gli oggetti e gli strumenti musicali così come i costumi e le fotografie utilizzati negli anni nelle produzioni musicali.
La particolarità della mostra? L’incoraggiamento ambientale all’abbandono sensoriale, partendo dal singolo – a cui viene fornito un dispositivo Ipod sensibile all’utente – e proseguendo su larga scala, perché la mostra è supportata da una tecnologia 3d all’avanguardia, ricca di dispositivi interattivi di ultima generazione.
Punto focale dell’esposizione è una struttura su due piani costruita appositamente per supportare il progetto acustico – inedito e site specific – messo a punto da  Björk e dal curatore della mostra, una sorta di racconto biografico elaborato dallo scrittore islandese Sjón, basato sugli ultimi 22 anni di vita e carriera dell’artista. La cantante ha utilizzato la tecnologia per regalare ai visitatori un’esperienza intima, in cui il tempo si traduce in una narrazione tecnologica in stretta connessione con tutti gli elementi presenti negli otto album prodotti, cronologicamente Debut (1993), Post (1995), Homogenic (1997), Vespertine (2001), Medulla (2004), Volta (2007), Biophilia (2011), e Vulnicura (2015).
In mostra sono presenti gli strumenti musicali personalizzati, progettati e realizzati in particolare per il tour e per la produzione dell’album Biophilia e per l’omonima applicazione video creata per Ipad, che include grafiche interattive e animazioni per ognuna delle dieci tracce del disco. Per i conoscitori, saranno presenti la bobina di Tesla e l’Arpa robotica composta da quattro pendoli che oscillano avanti e indietro suonando le note musicali, affiancate dal Gameleste – un ibrido tra il Gamelan, un’orchestra di strumenti musicali di origine indonesiana che comprende metallofoni, xilofoni, tamburi e gong, ed il Celesta, ovvero una variante dello xilofono, uno strumento musicale che produce il suono mediante il materiale stesso di cui è composto, senza l’ausilio di parti poste in tensione.
In ultimo, sarà presentata l’installazione video simbolo della mostra, intitolata Black Lake, ideata da Björk e dal regista Andrew Thomas Huang, in collaborazione con la società di progettazione 3-D Autodesk e con David Benjamin. Le riprese sono state realizzate in Islanda durante la scorsa estate, in zone rinomate del paesaggio nazionale per le loro grotte, le cavità laviche, l’abbondanza di sottobosco, muschi e licheni, tutti elementi voluti per esprimere l’idea di dolore, morte, speranza e rinascita. Nel video, Björk canta la canzone Black Lake, tratta dal suo ultimo disco Vulnicura, che ha fatto notizia nei mesi scorsi poiché doveva restare inedita fino all’inaugurazione della mostra ed invece è stata presentata illegalmente all’inizio dell’anno, quindi resa disponibile su iTunes già da fine gennaio 2015.
Una retrospettiva completa e di grande impatto sensoriale, imperdibile sia per i fan di Björk – che potranno circondarsi di tutte le componenti creative che hanno contribuito all’evoluzione del suo personaggio nel tempo – sia per i curiosi, che avranno la possibilità di sperimentare un moderno tipo di esposizione, lasciandosi affascinare dai tanti mondi di una grande artista contemporanea.
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L’arte dell’imperfezione. Marlene Dumas alla Tate Modern

Arte contemporanea, East magazine, Mostre
Il week end londinese alle porte ospita un evento artistico molto atteso, le cui protagoniste sono le controverse e fortemente espressive immagini della pittrice sudafricana Marlene Dumas, che si racconta negli spazi della Tate Modern ripercorrendo in cento opere circa quarant’anni di lavoro.
The image as Burden è il titolo dell’imponente retrospettiva – ispirato ad un’opera degli anni ’90 cara all’artista – aperta al pubblico dal 5 febbraio al 10 maggio 2015. Il messaggio manifesto in questa intensa, piccola opera , raffigurante una figura maschile che porta in braccio una donna – una scena familiare ed inquietante allo stesso tempo – risiede nel concetto di “passato sempre presente”, fil rouge riconoscibile nella produzione della Dumas.
Infatti, il suo iter artistico prevede il sistematico prendere a modello un’immagine reale, con riferimenti sia a figure storiche che a parenti ed amici, ed in seguito riportarla su tela tramite pennellate che ne stravolgono i tratti e gli intenti.
L’artista preferisce attingere ad un bacino di immagini del passato – facenti dunque parte della memoria del singolo o collettiva – per poi creare un universo figurativo unico, che sia intimo e stimolante in modo personale e differente per ogni osservatore. Il suo approccio come artista permette alle opere di esprimere un ventaglio di emozioni che spaziano dalla sensualità al dolore, dall’abbandono all’amore, acquisendo valori e significati diversi a seconda della sensibilità e del vissuto dell’osservatore.
Tra le opere in mostra si riconoscono i volti noti, ma reinterpretati, di Amy Winehouse e di Obama, si fa la conoscenza di quelli sconosciuti e penetranti di Serie rejects, ci si confronta con anomali neonati, alti come adulti, in The First People (I-IV), e con Magdalena 1, il cui nome biblico richiama un’immagine collettiva che certo non corrisponde a quella della donna nera che osserviamo sulla tela.
Le pennellate fluide della Dumas danno vita ad una moltitudine di lineamenti distorti, di movimenti congelati in una scenografia creata per risvegliare in ognuno di noi ricordi personali e associazioni mentali, ognuna delle quali invita ad andare oltre l’immagine stessa, intensificando così il rapporto tra arte e spettatore. 
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